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Robert Lumley

Editore: Giunti Editore
Collana: Saggi Giunti
Anno edizione: 1998
Pagine: 336 p.
  • EAN: 9788809213258


recensione di Scavino, M., L'Indice 1998, n. 7

Chi si occupa dei movimenti politici e sociali degli anni sessanta e settanta, e del loro ruolo nello sviluppo della società contemporanea, attendeva da tempo l'edizione italiana di "States of emergency.Cultures of Revolt in Italy from 1968 to 1978." Ci troviamo di fronte, infatti, a uno degli studi più significativi su questi temi, nato da una ricerca di dottorato e frutto di un profondo lavoro di scavo nella letteratura esistente, ma anche su fonti archivistiche (depositate alla Fondazione Feltrinelli di Milano) e su una serie di testimonianze di protagonisti. Una nuova dimostrazione, tra l'altro, di come proprio da autori anglosassoni continuino a venire alcune fra le opere migliori in questo campo: si pensi, in primo luogo, a "Democrazia e disordine." "Movimenti di protesta e politica in Italia 1965-75", di Sidney Tarrow (Laterza, 1990), che costituisce tuttora uno dei più riusciti tentativi di sintesi, al quale anche Lumley per certi aspetti si è evidentemente ispirato.
In realtà il libro, benché offra tesi e interpretazioni di respiro generale, è tutto incentrato su Milano, indicata nell'introduzione (forse un po' troppo sbrigativamente) come la realtà più ricca e articolata in Italia, dal punto di vista dell'espressione di movimenti non solo operai e studenteschi ma anche di donne e di giovani, di riviste e di locali "alternativi". E in effetti il suo pregio maggiore consiste proprio nella capacità di ricostruire un quadro ricco di quei movimenti sociali, studiandone l'effettiva complessità nell'arco di un intero decennio ed evitando quelle operazioni di riduzione tematica e/o cronologica, o di vera e propria de-contestualizzazione, operate abitualmente dai mass media (ma presenti a volte anche nella letteratura specialistica). Così, a un capitolo dedicato alla nascita del movimento degli studenti segue uno, corposo e articolato, sulla ripresa delle lotte operaie e sull'autunno caldo, che in Italia fu (assai più del mitico '68) il vero punto di svolta dell'intera situazione economica, politica e sociale. E a questi segue un altro capitolo ancora, che analizza il complesso intreccio dei movimenti degli anni settanta, con l'emergere - accanto alle più tradizionali forme del conflitto sociale - delle nuove soggettività dei giovani e delle donne, ma anche del ribellismo violento delle organizzazioni armate.
Comunque, nonostante abbia una struttura essenzialmente cronologica, al centro del lavoro di Lumley non stanno tanto i fatti e i contesti storici, quanto piuttosto il loro significato in termini di trasformazione sociale e culturale. E la metodologia di ricerca adottata non è interamente quella della ricostruzione storico-politica (nel senso anche di storia interna delle associazioni e dei movimenti), ma è piuttosto un intreccio di storia sociale e di studi culturali che si focalizzano sui movimenti come espressioni (e agenti, al tempo stesso) di trasformazioni profonde delle mentalità e degli atteggiamenti collettivi. Non a caso, i principali riferimenti teorici considerati sono - per l'Italia - i lavori di Pizzorno, Melucci e Donatella Della Porta, cioè quel tipo di sociologia storica che è stata sinora la disciplina più attenta e produttiva su questi temi.
Le tesi di fondo del libro rispondono evidentemente a questa impostazione, soprattutto laddove Lumley avanza un'ipotesi di classificazione dei movimenti in termini di valenze trasformative (richiamandosi agli studi di Raymond Williams). "Forse - vi si legge - è possibile distinguere schematicamente tra forze o tendenze nate alla fine degli anni Sessanta che anticiparono e stimolarono una politica 'movimentista' (forme emergenti) e quelle che proposero soluzioni organizzative (forme residuali) a quelli che ritenevano essere i limiti dei movimenti sociali". E per quanto egli stesso si affretti, subito dopo, ad attenuare il giudizio ("si tratta di una polarizzazione semplicistica, in quanto non esiste una demarcazione netta tra chi guardava avanti e chi guardava indietro"), non c'è dubbio che il senso ultimo di questa ricerca stia proprio nell'individuazione di alcune differenze di fondo tra gli ambiti più tradizionali di espressione del conflitto sociale (sostanzialmente quelli articolati attorno all'industria) e quei movimenti che invece a suo giudizio "sollevavano interrogativi di tipo nuovo su taluni aspetti della vita delle persone che fino ad allora erano stati esclusi completamente dalla politica". In altre parole, all'interno dell'arcipelago dei movimenti italiani degli anni settanta avrebbero agito forze che erano destinate a esaurirsi e a essere sconfitte, e altre (come i giovani, il movimento femminista e quello ecologista) che invece, per quanto fossero allora intimamente intrecciate con le prime, avrebbe-ro invece anticipato forme di conflitto sociale tipiche delle società postindustriali (e delle quali Lumley, in conclusione, auspica una ripresa nella realtà odierna).
In quest'ottica, allora, l'intero volume è attraversato dal tentativo di cogliere, nelle diverse espressioni dei movimenti (soprattutto sul piano culturale e delle mentalità collettive), la dialettica tra elementi di innovazione ed elementi più tradizionali, tra rivoluzione dei costumi e atteggiamenti conservatori e maschilisti, tra ideologia libertaria e mancanza di democrazia reale nella pratica delle organizzazioni. E ne deriva indubbiamente un quadro vivace, ricco di osservazioni e di giudizi stimolanti, sorretti peraltro da un solido richiamo a testi, documenti e testimonianze dell'epoca.
Ne derivano però anche qualche eccesso di schematismo e qualche forzatura, dettati proprio dal tentativo di individuare una sorta di dialettica vecchio/nuovo in ogni aspetto dei fenomeni studiati. Così, per esempio, alle organizzazioni della sinistra extraparlamentare viene attribuito "tout court" uno stile di organizzazione "leninista" (che esse in realtà erano lungi dal possedere), solo per contrapposizione generica alla categoria di "movimentismo". E a più riprese, sottolineando l'elemento di novità rappresentato dalle culture giovanili, si tende a proporre l'immagine di una rottura radicale con le culture politiche, che risulta per la verità una petizione di principio, più che una tesi documentata.
L'impressione generale è che questi limiti emergano soprattutto nella seconda parte del libro. Infatti, i due capitoli dedicati al movimento degli studenti e a quello operaio, che hanno una struttura più analitica e descrittiva, risultano i più compatti e convincenti nelle argomentazioni. Quando invece Lumley passa a trattare di oggetti storiograficamente ancora grezzi (come i giovani e il femminismo), oppure sovraccarichi di delicate implicazioni politiche (come nel caso del terrorismo), il suo stile perde qualcosa in efficacia: l'equilibrio tra narrazione e interpretazione si spezza e i giudizi di tipo generale finiscono per diventare l'elemento centrale, a scapito qua e là anche della precisione.
Era obiettivamente difficile governare una materia così vasta e complessa, oggetto spesso di superficiali semplificazioni giornalistiche più che di studi seri, tentando di rintracciare nella storia di quel decennio di conflitti il filo - spesso così contradditorio - delle trasformazioni sociali e culturali. Lumley comunque vi è riuscito egregiamente, offrendoci uno dei contributi più interessanti e storiograficamente più rigorosi su quella che è stata definita "la stagione dei movimenti". Uno di quei libri non effimeri, ma destinati a durare, a diventare letteratura.
Poche parole, infine, su alcune scelte dell'editore italiano. A parte il discutibile cambiamento del titolo originale (che aveva una sua efficacia maggiore, e non parlava di terrorismo ma piuttosto di "cultures of revolt"), colpisce in un'opera di questo livello l'assenza dell'indice dei nomi, cioè di uno strumento fondamentale per il suo uso critico. E colpisce anche il fatto che si sia scelto di non intervenire sull'apparato di note (evidentemente pensato per il lettore anglosassone), adeguandolo alla realtà italiana con indicazioni bibliografiche più puntuali; cosicché, per esempio, di diversi autori sono segnati gli interventi in lingua inglese e non gli originali italiani, e neppure le opere maggiori. Ma purtroppo queste piccole dimostrazioni di incuria, in opere di carattere scientifico, stanno diventando sempre più frequenti nel mercato editoriale italiano.