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Giulio Girardi

Editore: Borla
Anno edizione: 1990
Pagine: 544 p. , ill.
  • EAN: 9788826308234

recensione di Bignami, G., L'Indice 1992, n. 4

I gravi problemi creati dalla legge Jervolino-Vassalli e l'iniziativa per un referendum contro questa legge riportano in primo piano questo libro, non recentissimo e purtroppo passato inosservato. Analizza il lavoro della comunità di accoglienza di San Benedetto al Porto a Genova, la quale non è una comunità terapeutica impegnata nell'una o nell'altra tecnica per la "cura" dei drogati, bensì un luogo dove si lavora per restituire fiducia, responsabilità, spazio di vita e di progetto a chiunque sia andato in tilt nella società dei consumi e dell'individualismo esasperato. L'analisi condotta nel libro conferma che una tale "renitenza" si ritorce più facilmente,e più spesso sui soggetti delle classi sfavorite. Tuttavia nel libro si trovano analizzati in maniera approfondita e illuminante anche i problemi dei "renitenti di buona famiglia", che attraverso l'esperienza di comunità hanno affrontato e risolto una sofferenza creata dalle regole del vivere borghese.
A San Benedetto se il soggetto è un drogato l'obiettivo primario non è quello di "sdrogarlo" a tutti i costi. L'obiettivo è piuttosto di aiutarlo d vivere e a rimettersi in piedi, facendogli sentire sin dal primo giorno come la comunità, per portare avanti il suo progetto, abbia bisogno della sua presenza, del suo lavoro, del suo contributo critico almeno altrettanto quanto il drogato ha bisogno di sostegno. "Per i tossici - in sintesi - la soluzione non è guarire ma vivere". Gli stessi protagonisti definiscono utopico e rischioso il progetto, a fronte dei condizionamenti economici, sociali, ideologici e politici. Come mai, dunque, la comunità di San Benedetto non è fallita? Com'e che essa cresce e si moltiplica, rifiutando i compromessi? Il libro risponde pazientemente a queste ardue domande, con l'intreccio di innumerevoli testimonianze. Uno per uno vengono alla luce i fatti della vita e del lavoro quotidiano, i tentativi, gli insuccessi, i cambi di rotta, i piccoli successi. Il sottotitolo dice "Ricerca partecipativa coordinata da Giulio Girardi": la professionalità del sociologo però è una presenza discreta, che ascolta e traduce, senza mai prevaricare.
Come una coppia può realizzarsi nel contesto della comunità, in difficile equilibrio tra le esigenze del rapporto a due e quelle del rapporto con gli altri? Come si inserisce e si realizza l'omosessuale nella vita di comunità? Come risponde la comunità all'Aids e ai problemi del sieropositivo? Soprattutto il capitolo dedicato a quest'ultimo argomento non si può leggere senza provare una vera vergogna per le risposte inadeguate che vengono date nel "sociale normale", senza sentire una viva emozione per la profonda evoluzione dei rapporti umani che la comunità ha realizzato di fronte alla minaccia di malattia e di morte che incombe sul sieropositivo. Problemi non facili, che possono comportare ambiguità e titubanze, ma vissuti con laico coraggio, sino a sostenere il desiderio di partecipazione al progetto comune anche in chi è ormai vicinissimo al termine del suo itinerario.
Non meno importanti sono i due capitoli dedicati al rapporto con le famiglie, e al ritorno "a vita privata" di soggetti che hanno vissuto a lungo in comunità. Nel primo caso colpisce il modo in cui molti genitori riescono a rinunciare alla normalizzazione del deviante, riconoscendo il suo autonomo sviluppo. Anche qui contano i fatti: la discussione aperta che non colpevolizzi nessuna delle parti in causa, che non neghi la legittimità delle scelte di ciascuno. Anatogamente, chi lascia la comunità per mettere in opera un proprio progetto di vita e di lavoro non è un missionario zelante che parte lancia in resta per evangelizzare gli infedeli. Parte, piuttosto, per fare cose molto diverse da quelle che faceva in comunità e che in comunità difficilmente si potrebbero fare. Con la comunità conserva un rapporto privilegiato culturale e umano.
Nell'ultimo capitolo prima dell'epilogo di don Ciotti la comunità si pronuncia sui principali aspetti del problema droga e attacca le scelte fatte dal potere anno dopo anno, dall'appalto dato al ministero degli Interni con il decreto-legge del 1985, per il finanziamento delle attività di assistenza alla grave involuzione sancita dalla legge Jervolino-Vassalli. In queste pagine l'anticapitalismo significa una presa di distanza da alcune parti dello schieramento che attualmente si oppone alla legge, nelle quali si identifica una vocazione essenzialmente liberal-democratica, tesa a combattere le storture peggiori, piuttosto che una volontà di profonda trasformazione del sistema sociale. Tutt'altro che permissiva o derubricante appare infatti una strategia la quale accorda piena fiducia a soggetti freschi di esperienze come quelle della maggioranza dei tossici; la quale interpreta il problema del tossico come una ricerca frustrata del senso, mettendo in guardia contro il ritorno alla cosiddetta normalità, che è il vero pericolo da cui difendersi.
In un altra parte del libro si confrontano le varie esperienze di comunità terapeutiche. Sfilano così San Patrignano e le sue "dépendances", "Comunità Nova" di don Rigoldi, le comunità in Italia e all'estero, quelle del Ceis, quelle della rete internazionale "Le Patriarche". Le tecniche di normalizzazione variano, ma alla fine le più sbrigative ed esplicite, per esempio di un Muccioli (le sberle e i cazzotti, la sorveglianza ossessiva, il lavoro forzato, le cacce all'evaso, le chiusure sotto chiave ) non sono neppure quelle che destano le perplessità maggiori. Alle soglie del duemila, assai più orrendo appare l'articolato armamentario di parole e di prassi umilianti e annichilanti di quelle normalizzazioni che, quando hanno apparentemente raggiunto l'obiettivo prefissato, si concludono con la consegna del diploma "Ora sono un vero essere umano".