Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche. Il rifiuto del cibo nella storia

Walter Vandereycken,Ron Van Deth

Traduttore: C. Spinoglio
Collana: Scienza e idee
Anno edizione: 1995
Pagine: XX-350 p., Brossura
  • EAN: 9788870783469
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recensione di Montanari, M., L'Indice 1996, n. 2

Che rapporto c'è fra le adolescenti anoressiche del XX secolo e le sante ascetiche - Caterina da Siena, Veronica Giuliani, Chiara d'Assisi - che in età medievale si mortificavano in continui digiuni fino, talvolta, a lasciarsi morire di fame? Secondo Rudolph M. Bell, professore di storia alla Rutgers University, non vi sono dubbi: tutte partecipano di un medesimo meccanismo psicologico, indotto da condizioni sociali nella sostanza simili, che spingono la giovane a liberarsi di un mondo intollerabilmente soffocante con un totale rifiuto della società, della vita e del proprio corpo.
Tesi espressa in un fortunato volume, non equivocamente intitolato "Holy Anorexia", pubblicato nel 1985 a Chicago e tradotto due anni dopo in italiano ("La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi", Laterza 1987). Ispirato alle idee più radicali del femminismo militante, lo studio di Bell individuava nel digiuno di tutte queste donne (centinaia di sante, "schedate" attraverso le biografie degli "Acta Sanctorum") una forma estrema di protesta contro l'oppressione sociale, culturale e psicologica dei maschi. Maschi gli uomini di Chiesa con cui avevano quotidianamente a confrontarsi e che presumevano di tracciare il loro cammino di vita, magari invitandole a cessare queste pratiche eccessive di mortificazione; maschi gli uomini di famiglia che impedivano l'esistenza di un'autonoma esperienza femminile, nel contesto sempre più costrittivo della società cittadina del tardo Medioevo, delle sue regole e delle sue esclusioni.
Rifacendosi agli studi clinici di Hilde Bruch e alla sua individuazione dell'anoressia come rifiuto dell'arrendevolezza ("le anoressiche combattono contro la sensazione di essere costrette, sfruttate e impedite di avere una vita autonoma... in questa ricerca cieca di un senso di identità e di autonomia, non accettano niente di ciò che i genitori, o il mondo intorno a loro, hanno da offrire"), Bell ritiene di poter senz'altro riconoscere la situazione psichica della "santa anoressica" : "Essere la serva di Dio significa non essere soggetta all'autorità di nessun uomo. Cancellare ogni sensazione umana di dolore, fatica, desiderio sessuale e fame significa essere padrona di se stessa". La sola differenza (secondo Bell, più formale che sostanziale) con l'odierna "anoressia nervosa" - così come è stata definita a iniziare dagli studi di Gull e Lasègue nella seconda metà dell'Ottocento - è che quest'ultima si propone modelli e valori del tutto estranei a quelli della santità medievale.
"Il fatto che l'anoressia sia santa o nervosa - commenta in proposito Bell - dipende dal tipo di cultura nella quale si trova la giovane che lotta per acquisire il dominio della propria vita". In entrambi i casi essa tende "a un fine socialmente molto apprezzato" (la santità nel Medioevo, la magrezza nel XX secolo): "Le anoressiche del secolo XIV e quelle del secolo XX - osserva William N. Davis, psicologo clinico, in una sorta di postfazione allo studio di Bell - non vogliono nutrirsi perché ne aborriscono le conseguenze, e pur di diventare sante o di dimagrire, accettano con gioia gli effetti del proprio digiuno". Davis condivide la diagnosi, valida in entrambi i casi, di una patologia generata da un conflitto di potere tra i due sessi; sottolinea tuttavia il paradosso - che segna una sostanziale sconfitta delle pretese di emancipazione femminile - per cui il comportamento anoressico non fa che estremizzare, sublimandoli, valori "forti" che la cultura dominante - ovviamente maschile - è andata costruendo: "Le donne che lottavano per esprimere la loro personalità nella santità (così come quelle che lottano per dimagrire) non facevano altro che consolidare l'interpretazione maschile della psicologia femminile".
Da tutt'altra prospettiva muove lo studio di Caroline Walker Bynum, di poco posteriore a quello di Bell, dedicato anch'esso al "santo digiuno" e al rapporto tra rinuncia al cibo e santità feminile: "Holy Feast and Holy Fast" (University of California Press, 1987). Come avverte il sottotitolo ("The religious significance of Food in medieval women*) si tratta di una ricerca, a differenza di quella di Bell, totalmente incentrata sul Medioevo, e perciò dotata di una maggiore compattezza di contenuti e di riferimenti documentari. La diversità di ottica viene sottolineata dall'autrice - professore di religioni comparate e studi femminili all'Università di Washington - sin dalla prefazione: "Mentre Bell si è interessato al digiuno femminile dal punto di vista comportamentale, ponendolo in un contesto psicologico, io mi sono concentrata sull'uso che le donne fanno del cibo come simbolo, ponendolo in un contesto culturale".
In questo senso essa tende a rovesciare, rispetto a Bell, il rapporto causa-effetto tra pratica del digiuno e sintomatologia "anoressica". Nei comportamenti delle sante medievali vi sono effettivamente - ammette la Bynum - elementi riconducibili a una patologia di quel tipo; ma essi sono piuttosto l'effetto di una scelta intenzionale, perfettamente consapevole e riconducibile a quella cultura della mortificazione e dell'astinenza (dal cibo, dal sesso, dalla sensualità del vivere) che caratterizza il cristianesimo medievale fin dal IV-V secolo. È all'interno di questa cultura e di questa consapevolezza che bisogna inquadrare la presunta "anoressia" femminile: l'interpretazione del comportamento da parte del soggetto che lo mette in pratica - "ciò che una donna afferma e pensa del proprio comportamento alimentare" - non può essere ridotto a un semplice "epifenomeno", a "sintomo" di una realtà sottostante definita oggettivamente e indipendentemente da essa.
È infatti l'interpretazione, secondo la Bynum, a costruire la realtà e a darle vita, senso. Perché allora la santità femminile si esprime così di frequente e ossessivamente nella rinuncia a mangiare? Per la Bynum la motivazione va ricercata nel valore, appunto, simbolico del cibo, inteso come una faccenda tipicamente femminile ("food is particularly a woman-controlled resource"). Ognuno rinuncia - perché ciò possa apportargli dei meriti - a ciò che possiede e che controlla: l'uomo alla ricchezza e al potere (si pensi a Francesco d'Assisi), la donna al cibo. Una "santa anoressia" in senso stretto dunque non può esistere. Non è patologico - se non, e in rarissimi casi, come realtà indotta - ciò che è frutto di una scelta culturale.
Sull'argomento è ritornato il recente volume di Walter Vandereycken e Ron van Deth, "Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche. Il rifiuto del cibo nella storia". Gli autori questa volta non sono storici: il primo è professore di psichiatria all'Università Cattolica di Lovanio, il secondo è psicologo a Leida. Ed è curioso che il discorso di Bell venga da loro totalmente rovesciato, in una prospettiva radicalmente "storica": non solo i comportamenti vanno, ovviamente, storicizzati, ma anche le malattie. Esse sono - ci dicono gli autori - un tipico prodotto culturale, che nasce nel momento in cui vengono riconosciute come tali. Non ha dunque senso chiedersi se le nostre sante soffrirono di anoressia nervosa, perché l'anoressia nervosa è un'invenzione (non già una scoperta) del XIX secolo.
Non esistono "sintomi classici dell'anoressia", come sostengono Bell e, in fondo, anche la Bynum. Non esistono perché solo la società borghese e industriale nata sullo scorcio dell'Ottocento può produrre - e nel contempo riconoscere - una patologia di quel tipo. "L'invenzione delle sindromi", "Le radici vittoriane dell'anoressia nervosa", "Precursori di una nuova malattia" (detto di Gull e Lasègue che per primi la diagnosticarono): titoli come questi rivelano anche troppo chiaramente l'impostazione da cui muove il libro. Esso ribadisce la centralità dell'interpretazione che i protagonisti danno alle proprie azioni, già sottolineata con forza dalla Bynum; ma va ancora oltre, negando non già che le nostre sante anoressiche, ma che l'anoressia stessa potesse esistere, in quella società e in quella cultura.
Passando in rassegna i vari usi che individui e società hanno fatto del digiuno nelle varie epoche (da forma di protesta a forma di spettacolo, da manifestazione di santità a manifestazione diabolica) Vandereycken e van Deth approdano alla conclusione che solo le modificazioni sociali, economiche e culturali indotte dalla rivoluzione industriale consentono di spiegare e di "giustificare" la patologia anoressica. Paura di ingrassare come frutto di una società opulenta; sessualità conflittuale come frutto di un'educazione "vittoriana"; cambiamento delle strutture familiari come condizione per l'esplodere di tensioni represse: tutto questo non esiste prima o, se esiste, è un'altra cosa. Soprattutto, i nostri autori propongono un accurato esame dei meccanismi con cui si viene costruendo, nell'ultimo secolo, un'immagine del corpo femminile che a loro avviso è il motivo determinante del diffondersi a macchia d'olio della patologia anoressica, come risposta al tempo stesso negativa e positiva: adeguamento al modello femminile costruito dai maschi; costruzione di una femminilità alternativa.
Curioso confronto, quello tra Bell e Vandereycken-van Deth (con la Bynum in posizione intermedia). Lo storico che utilizza prospettive e metodi di una scienza tipicamente contemporanea, la psicologia clinica, per interrogare i documenti del passato. Lo psichiatra e lo psicologo che non solo gli contestano di seguire troppo "la moda" e di scrivere una storia anacronistica, ma utilizzano prospettive e metodi dell'indagine storica per inquadrare e, appunto, storicizzare il loro oggetto di studio e la loro stessa scienza. Posizione sicuramente troppo radicale, perché leggere il passato con gli occhi del presente non solo è legittimo ma, in qualche modo, necessario (sul tema ha scritto pagine bellissime Marc Bloch); è vero, tuttavia, che il percorso si fa decisamente più difficile quando l'oggetto della ricerca sono il pensiero e la psicologia degli individui: in questo caso il rischio di "violentare" la storia leggendola dal nostro punto di vista diventa particolarmente forte.
Quanto al ritrovare un "universale femminino" sempre improntato all'inferiorità sociale e alla volontà di riscatto della propria identità, mi pare veramente singolare che di anoressia (cioè di patologia) si venga a parlare solo quando si tratta di donne, e mai per quella pletora di santi digiunatori - maschi - che dal IV secolo in poi hanno fatto a gara per emaciare il corpo, prosciugarlo, rinsecchirlo, renderlo (proprio come il corpo delle "anoressiche") insensibile e asessuato. Astenendosi dal cibo, scegliendo di consumare le cose meno appetibili o talvolta francamente disgustose, tanti di essi hanno messo in atto comportamenti non meno patologici di quelli femminili. Anoressici anche loro? Macché: in questi casi si chiamano in causa solo i valori simbolici e culturali del digiuno e dell'astinenza. Insomma: quando si tratta di maschi è fuori di dubbio che siamo di fronte a una scelta, a una "cultura"; se entrano in campo le donne, ecco scattare il disagio psicologico, la patologia, la pazzia.
Un'ultima parola sulla tesi di Bynum. In fondo non mi pare troppo significativo il fatto che, storicamente, la manipolazione del cibo sia stata una competenza soprattutto femminile: i comportamenti anoressici, o presunti tali, riguardano infatti l'individuo come consumatore di cibo, il che evidentemente è tutt'altra cosa dal prepararlo. Rinunciando a questo gesto (e non all'altro: tant'è che molte sante "anoressiche" si segnalano in opere di carità, come distributrici e dispensatrici di beni e, anzitutto, di cibo) la donna non è poi molto diversa dall'uomo. Del resto anche molti maschi (ad esempio nei monasteri) hanno avuto a che fare con le pratiche di cucina, o magari - trattandosi di "anoressici culturali" - di anti-cucina: penso alle tecniche di vera e propria distruzione dei sapori e del gusto dei cibi, attestate in certi casi agiografici di età medievale e moderna.
Io, personalmente, sono per la parità dei sessi. Anche sul piano storiografico.