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Sergio Porta

Editore: Unicopli
Anno edizione: 2002
Pagine: 235 p. , ill.
  • EAN: 9788840007809
L'ipotesi è interessante: alcuni testi solitamente trascurati possono essere riletti insieme per il contributo che forniscono alla ridefinizione dello spazio pubblico urbano: a partire dagli anni sessanta è dunque possibile ricostruire una storia (di chiara matrice anglosassone) su un aspetto che è stato costitutivo del farsi dell'urbanistica moderna nel XX secolo. Una storia che si può definire sostiene Porta di vera alternativa all'approccio eroico della tradizione modernista ben più di quanto non si sia mostrato capace di esserlo il formalismo postmoderno. I suoi protagonisti sono Jane Jacobs Raquel Remati Jan Gehl Oscar Newman William Whyte Clare Cooper-Marcus Allan Jacobs e Peter Bosselmann. L'insegnamento che può trarsi da questa "storia altra" riguarda la possibilità di una rilettura dello spazio pubblico al di fuori di ogni tentazione di ricerca di un ordine formale o di qualcosa di assimilabile a una struttura interna: indagare lo spazio non serve solo a capirne costituzione e valori quanto a coglierne il contributo nella definizione dei comportamenti. Lo sfondo è quello del rinato organicismo su base ecologico-sistemica entro il quale divengono rilevanti le nozioni di complessità sensibilità (alle condizioni ambientali) rifiuto (dei modelli specialistici di conoscenza) equilibrio e cooperazione nell'evoluzione dei sistemi. Tutto bene verrebbe da dire tranne che per un punto: la società contemporanea da tempo non è più quella descritta da Jane Jacobs.
Cristina Bianchetti

Kenneth Frampton e David Larkin Capolavori dell'architettura americana. La casa del XX secolo ed. orig. ??? trad. dall'inglese di Carla Malerba pp. 234 € 24 Rizzoli Milano ???

La classica residenza familiare americana ha subito pochissime variazioni nell'ultimo cinquantennio. Non è da questa che possa prendere avvio a giudizio degli autori un ragionamento sulla casa moderna. Almeno su quella che sta loro a cuore. Da qui la scelta di praticare una diversa angolazione privilegiando progettisti di "grande levatura" e opere di "complessità e profondità poetica" ricercando entro il confine degli Stati Uniti e quello (più labilmente praticato) del Novecento. È chiaro che il punto cruciale di un tale progetto è la selezione: per argomentarla si fa riferimento a immagini e valori culturali connessi alla nozione di casa moderna. Nella breve introduzione del testo (revisione di uno studio del 1995) l'impianto cronologico e tematico dell'indice si sfalda entro una più complessa geografia delle tradizioni di lavoro che si alternano sulla costa orientale e occidentale degli Stati Uniti ridefinendo legami plurimi differenti permeabilità ai nuovi stili di vita o al contrario nuove chiusure. La rassegna non si limita alle case alla loro capacità di rifrangere valori e visioni della modernità ma si allarga alla comprensione dei clienti: prìncipi laici esigenti e sofisticati. La casa moderna diviene affermazione del loro desiderio di realizzazione e della sua riuscita. Che poi tutto ciò sia se pure nella sua forma migliore anche espressione generale di speranza appare piuttosto riflesso di un'utopia costantemente seguita.

C.B.

Mildred Friedman e Michaela Sorkin Frank O. Gehry ed. orig. ??? trad. dall'inglese di ??? pp. 240 € 24 Rizzoli Milano 2002

Gehry scrive che fare architettura è costruire qualcosa tirandolo fuori da qualcosa d'altro: tirare fuori un'idea la sua energia la sua forza e renderla ancora percepibile attraverso il processo di realizzazione che coinvolge numerosi soggetti interessi saperi comunicazioni. Tirarla fuori da qualcosa d'altro cioè da materiali che possono essere i più diversi i metalli innanzitutto per la consistenza liscia e la riflessione della luce: la lamiera grecata (come nella fattoria O'Neill) il rame piombato (Toledo Center for the Visual Arts) il titanio (nel celeberrimo Guggenheim di Bilbao) ma anche la disprezzata rete metallica l'intonaco a spruzzo grezzo e ruvido delle autostrade. L'aspetto interessante del celebrato e criticato lavoro di Gehry forse ancor più della modellazione di forme tesa a stupire e resa possibile dalle tecnologie informatiche è la sorprendente capacità di realizzare come opera d'arte un atteggiamento comune: "Non si è mai sicuri di quello che era intenzionale e di quello che non lo era" dice l'architetto in riferimento a Casa Gehry (1979) e alla sua capacità di sfidare il falso status piccolo-borghese della tipica casa di periferia. "Se si osserva l'edificio da vicino è difficile dire se si tratti di un rudere in stato di abbandono o di un edificio in corso di costruzione". Anche in un'architettura residenziale la densità dei luoghi retorici è molto alta. Tanto più lo è in altri progetti degli ultimi quattordici anni raccolti nel volume e commentati con note di Gehry sulle occasioni da cui traggono origine sulle sue idee e quelle dei suoi clienti.

C.B.

Shuhei Endo architettura paramoderna a cura di Hiroyuki Suzuki ed. orig. ??? trad. dal ??? di Marco Biagi e Irene Inserra pp. 216 € 38 Electa Milano 2002

C'è un evidente contrasto tra la leggerezza delle forme il senso di mancanza di peso delle lamiere ondulate a formare pensiline ferroviarie padiglioni studi abitazioni e la pesantezza delle argomentazioni la ridondanza terminologica messa in atto per illustrare le proprie scelte. Da un lato l'uso immaginifico della lamiera ondulata in continuità con una tradizione della quale Hiroyuki Suzuki nell'introduzione ricostruisce la storia: l'utilizzo di nastri continui e indifferenziati a mescolare interno e esterno e ridisegnare spazi privi di simmetria e di delimitazioni tra parti. Dall'altro l'invenzione di un linguaggio: skintecture springtecture rooftecture. Endo definisce la propria architettura "paramoderna" per rendere esplicito come essa non rinneghi il moderno ma le scelte limitative e riduttive che ne sono state fatte riducendone avrebbe detto Luhmann la complessità. Contro il riduzionismo geometrico del moderno sono giocate le linee prive di interruzioni (Renzokutai) le linee curve piegate a costruire oggetti permeabili che scatenando l'immaginazione: certe case dal tetto di lamiera ondulata ricordano terribilmente da vicino (e nel contempo negano nel connubio studiato con il vetro il legno il cemento armato) certi alloggi di fortuna friulani dell'immediato dopoguerra. Endo ricorre a materiali di fabbrica senza celebrare la civiltà industriale usa i nastri di lamiera come coperture pareti solai rivestimenti a ridisegnare spazi privi di simmetria che non alludono ad alcun punto di vista privilegiato ma mescolano dentro e fuori indeboliscono delimitazioni e soglie come sempre più spesso accade di osservare nella città contemporanea.

C.B.

Federico Oliva L'urbanistica di Milano pp. 427 € 32 Hoepli Milano ???

Si torna a parlare di Milano mettendo alla prova il luogo comune di una città bloccata incapace di realizzazioni. Una prima avvisaglia di una più matura riflessione è da ritrovarsi nel fascicolo n. 690/2001 di "Casabella". Più recentemente "Urbanistica" ha dedicato all'urbanistica milanese la parte centrale del n. 119 entro il quale alcuni interessanti contributi (segnaliamo quello di Matteo Bolocan Goldstein) ricostruiscono il quadro recente delle politiche e dei documenti di piano dei loro diversi stili delle strategie spaziali e delle operazioni che hanno contraddistinto la trasformazione urbana negli ultimi vent'anni. Sono infine pubblicati volumi che come quello di Federico Oliva cercano di indagare gli effetti voluti più che indotti della pianificazione milanese: una sorta di guida (dotata di itinerari) nelle trasformazioni urbane di lungo periodo rilette entro l'ottica del riformismo urbanistico. "L'urbanistica si fa con i piani – afferma perentoriamente nelle pagine iniziali l'autore – ogni tentativo di superare questo approccio provoca (…) danno" aggiungendo a onor del vero che i piani cambiano insieme alla società ma poi rileggendo gli ultimi vent'anni milanesi come un periodo non di cambiamento ma di mancanza di piano. Una difesa a oltranza dunque di quell'angolazione ortodossa che la sperimentazione milanese ha permesso di discutere da sempre si potrebbe dire con le sue pratiche informali: dalla costruzione collettiva dei piani negli anni trenta ai riti ambrosiani fino alle innovazioni più recenti. E proprio nello scostamento dalle tradizioni ortodosse il suo più reale contributo alle vicende urbanistiche del paese e a un ripensamento del ruolo dell'azione pubblica delle sue responsabilità e strategie.

C.B.

Claudia Conforti e Andrew HopkinsAcque tecniche e cantieri nell'architettura rinascimentale e barocca pp. 306 € 24 Nuova Argos Roma 2002

Il cantiere è il luogo nel quale si rende esplicito un complesso di condizioni che va dall'ideazione all'organizzazione dell'opera architettonica: uso di materiali e innovazione tecnologica modalità di finanziamento reclutamento delle maestranze e loro mansioni approvvigionamento dei materiali tempi a volte brevissimi altre volte continui privi di interruzioni. Da questa angolazione ("di retroscena") si guarda alle grandi architetture rinascimentali dell'epoca di un'eloquenza in pietra per flettere la fortunata definizione di Fumaroli: i ponti palladiani (nuovi questi ultimi nell'uso delle strutture reticolari) quelli di Ascoli il corridoio vasariano la Cappella dei Principi e il ponte di S. Trinità a Firenze la michelangiolesca Sagrestia Nuova di San Lorenzo i palazzi veneziani l'acquedotto Vergine a Roma le fortificazioni difensive pugliesi. L'angolazione guarda in particolare (anche se non esclusivamente) al rapporto tra acqua e architettura: una relazione non relegabile alle seppur stupefacenti forme espressive di alcune di queste opere. L'acqua è necessità nel cantiere (per bagnatura materiali spegnimento della calce miscelazione delle malte taglio e lucidatura della pietra…) e nel contempo occasione di tecnologia con l'invenzione di straordinarie macchine per captarla e condurla l'acqua per portarla in alto in basso dove serve per toglierla o immetterla. L'acqua rimanda ai saperi all'arte di costruire e insieme alla concretezza del cantiere; condiziona i tempi e le tecniche non solo le forme; offre un inusuale punto di osservazione per un'indagine sull'organicità del processo costitutivo dell'architettura senza distinzione tra forma e materia.

C.B.

Frank BeckerCostruire Venezia. Cinquecento anni di tecnica edilizia in laguna. Le case a schiera ed. orig. ??? trad. dal. ??? di Silvio Strano pp. 207 € 25 Argos Roma 2002

Il primo volume della collana intitolata a "Ingegneria e architettura" della casa editrice Argos è dedicato all'edilizia storica veneziana e scritto da un architetto bauforscher. Il termine definisce in modo sintetico una metodologia di indagine che accosta il rilievo analitico di tipo archeologico a indagini stratigrafiche considerazioni di tipo costruttivo valutazioni formali e stilistiche ricerche d'archivio. Lo studio si pone in continuità con quelli noti di Trincanato Muratori e Maretto assumendo come angolazione il tipo edilizio della casa a schiera che viene preso in considerazione lungo un esteso arco di tempo dal XIII secolo alla fine della Repubblica. Sono così indagati numerosi complessi edilizi: lunghe file di case accostate nelle quali la ripetitività agevola sistemi costruttivi economici standardizzati. Nell'edilizia seriale è ritrovato un materiale urbano primario costitutivo delle insulae veneziane cioè di quegli appezzamenti estesi in profondità caratterizzati dal rapporto col doppio sistema dei canali la cui facciata principale è sede dei palazzi e i cui retri vengono occupati da edilizia cosiddetta minore. Ricca la documentazione relativa agli esempi indagati interessante e utile il catalogo delle schede dei sessantatre casi studiati.

C.B.