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Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1993
Pagine: 24 p.
  • EAN: 9788806132705

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recensione di Camerana, O., L'Indice 1993, n.11

La scelta dei luoghi dove prendono forma le storie, gli apologhi, i dialoghi, le commedie tascabili dell'ultimo libro di Ceronetti è caratterizzata dalla molteplicità e varietà più scatenata. Essi possono essere pianerottoli, negozi di pipe, tinelli, mercerie, tranvie, lunapark, pescherie, mostre, stazioncine, stanze da bagno, la vetta dell'Eiger, cotonifici dismessi. Dal brulichio dei protagonisti affiora di tutto: ferrovieri, macchinisti, rapinatori, degenti, mariti abbandonati, vecchi professori di latino, vedove, ambulanti e ladri dubbiosi, stracchini e timbri morti, ragni che scrivono, frati che indossano calze di seta: allegorie di un'umanità colta nella possibilità di rappresentare un pensiero o una tragedia morale. E ci sono anche personaggi storici che ritornano: Abelardo ed Eloisa, santa Teresa d'Avila, Antigone ed Edipo, Clemenceau, ecc., tutti rivisti in piccolo, nella quotidianità minore di atti consuetudinari e declassati per via dell'uso di apparecchi e utensili della nostra vita e della nostra civiltà tecnologica.
Tanta varietà di personaggi, protagonisti e luoghi è mossa dalle ideofore, le vere protagoniste dell'abbastanza celebre teatrino di Ceronetti. Perché il suo libro è un palcoscenico dalle misure circoscritte e animato dalla sorpresa di apparizioni in un luogo definito da una sua idea ridotta e arbitraria per effetto della dilatazione e trasposizione del disegno scenografico. Dentro questa capsula teatrale si muovono appunto le ideofore che sono nient'altro che voci liberate, particelle mentali, avvertimenti, nonsense e garze volanti del suo teatro narrato. Preludi delle marionette del Teatro dei Sensibili, le idrofore sono anche luogo d'incontro e di libertà, club creativo e stregato che afferra la bizzarria, la libera; sposta la soglia di percezione, disarticola la dizione, è altrove. Come ebbe a dire Ceronetti in proposito in una conversazione pubblicata del 6 gennaio 1992, le sue marionette ideofore sono un motivo di accrescimento di conoscenza senza dolore, morticini che camminano in un tragico che si attua in unità minime di tempo, personaggi senza sviluppo psicologico, grumi di vita senza nessuna connotazione morale, si muovono nella vita che non è altro che "un seguito di azioni illogiche come la creazione del mondo".
Attraverso le ideofore presenti in "Deliri Disarmati", Ceronetti dopo una svolta biograficamente rilevante torna agli antichi amori del cabaret e della scena stradale. La sua verve popolaresca riappare arricchita del lungo percorso e scavo di pensiero durante i quali ha studiato la relazione tra la verità concepita come soppressione dell'oscurità secondo la tradizione ellenica e la verità che non si può conoscere, ma si può solo praticare, della tradizione ebraica.
Ritornato a frequentare gli universi a lui familiari del circo, l'ex-voto, la goliardia, il nonsenso, la reliquia, il collage, la cartolina, Ceronetti li arricchisce dei temi poetici coltivati per tutta una vita: la prima guerra mondiale, Hieronymus Bosch, la guerra di Spagna, il tram, Lourdes, Bernadette, le miniere e molti altri.
Dalle ottanta composizioni di cui si gusta la sorprendente screziatura compositiva si cercano però bagliori di luce. Essa può essere fornita dalle intermittenze di massime e paradossi che, incastonate nel testo e da lì estratte, possono formare una strana antologia. I paradossi, sorretti dalla sorpresa della loro apparizione e da uno stile tra il profetico e il minaccioso, spaziano liberi dal dire ad esempio che la vista dell'uomo è quasi morta da quando gli serve soprattutto a leggere dati su dati al dire che le parole deturpate da usi gergali sono la nostra massima vergogna. Avverte che si è vivi finché si resta, almeno un poco, pericolosi.
Da ecologo, rimpiange le estati piene di mosche e segnala la parentela tra tumori e calcolatori. Per dire che il denaro è carico di colpe, stabilisce che il portafogli debba ospitare solo fotografie. Minimalista, raccomanda di godersi la quotidiana insaponatura perché potrebbe essere l'ultima.
Il repertorio apocalittico e carico di umori terminali prosegue elencando la carica criminale incorporata in uno sguardo, il rifugio consolatorio dell'oscurità contro la pretesa che tutto sia chiaro, la sua preferenza a uno sconto sulla sofferenza in cambio di una presunta e illusoria voglia di significare qualche cosa. Ci sono due parole-concetti chiave di Ceronetti che possono aiutare a tenere accesa la luce di questi e altri aforismi e toglierli dall'occasionalità: la fogna e il facile. Fogna è ciò che caratterizza il nostro mondo morale declinante. Alla fogna etica corrisponde quella dentro cui è costretto il corpo, avvilito dalla morte (salvo eccezioni) ormai solo più ospedaliera. Lo può riscattare solo la bella morte invocata e sorretta dal coraggio che nella vita militare ne toglieva l'insensatezza, o da un richiamo iniziatico di ardimento che lo spinga sull'Eiger e gli levi ogni paura. Fogna dell'esistenza è anche il crimine. Il mondo degli affari, della politica, della medicina, dello sport, dello spettacolo, restano incomprensibili nel loro funzionamento se non si parte dal crimine - motore di tutto: questo sì fa marciare le cose. Ed è per questo che nel testo "La Pietà di Pippa" una giornata qualsiasi destinata a una visita a un'opera d'arte prende avvio in un treno ed è tutta una preparazione meticolosa alla difesa individuale dal crimine che si manifesta già dalle facce, dagli sguardi, dagli occhi che ti guardano.
Fogna della vita sono anche le catene, le manette che ci siamo messi addosso, manette del denaro distruttore, contro cui Dio, in un altro apologo, telefona esasperato e ne impone l'eliminazione liberatoria. Manette e schiavitù da parole d'obbligo, ripetute (e ascoltate) all'infinito senza più senso, manette da mode e obblighi della cultura, da miti del turismo, tanto per ricordarne qualcuna verso cui Ceronetti scatena le sue ideofore con intento emancipatorio, ma non senza sapere che in un mondo senza una dolce musica che ammorbidisca le piaghe delle catene neppure lui alla fine vorrebbe vivere.
L'altra parola simbolo e ricorrente nel retrobottega filosofico di Ceronetti è il facile, al cui ossequio è prostrato tutto il satana dell'eticità facilista dell'Occidente e contro il quale Ceronetti oppone l'etica del terribile e soprattutto dell'oscuro: una frase oscura in "Ragni Scriventi" e una consolazione come lo sono una profezia difficile, un verso di Celan o di Seferis, ogni enigma da decifrare, anche una cartolina criptica che offra tenebre squisite. Ma ad annientare il piacere umbratile del buio e a soccorso del facile, sempre provvederà la potenza insuperabile, dilagante e autorigenerantesi del Luogo Comune, soprattutto quello da frase fatta. È tale l'orrore, il fastidio provato da Ceronetti per essa che si può immaginare che se da un intervistatore gli venisse rivolta la domanda - luogo comune - principe e fatale: "E ora mi dica: chi è Guido Ceronetti?", egli potrebbe anche uccidersi. Forse è per questo che evita metodicamente le interviste.