Editore: Einaudi
Anno edizione: 1997
Pagine: 176 p.
  • EAN: 9788806146344
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recensione di Argentieri, S., L'Indice 1997, n.11

"Ambiente di periferia, sul confine fra città e campagna, in un mare di granturco, in un paese emiliano che si chiama Granarolo. Nei lunghi pomeriggi delle vacanze estive cinque ragazzini, maschi e femmine, tra i quali è dominante il quattordicenne Mirko, fanno gruppo, s'appartano e, guidati dalle riviste pornografiche che Mirko procura, s'addestrano al sesso e alla crudeltà. Per concludere, qualcuno deve morire; tocca a Greta, impalata con il manico di una racchetta da tennis. Questa è la storia che Simona Vinci racconta nel romanzo d'esordio, uscito nella collana "Stile libero" di Einaudi. Abbiamo chiesto a Simona Argentieri, psicoanalista, di commentare il libro e le reazioni che ha suscitato".

È trascorso un secolo da quando Freud traumatizzò i contemporanei con le sue lucide rivelazioni sulla sessualità infantile. Ma - come testimoniano alcune reazioni all'opera prima di Simona Vinci - l'argomento suscita ancora resistenze e scandalo. Ma la polemica parte da un equivoco, perché ciò di cui il libro ci parla non è la sessualità e neppure la violenza, ma la solitudine dei bambini, che si trovano a vivere non solo (come aveva profetizzato Mitscherlich negli anni sessanta) in una società senza padri, ma in una società senza adulti.
Da allora si sono ormai avvicendate due generazioni, che dalla repressione ottusa del passato sono approdate - scambiandola per libertà - alla latitanza normativa e protettiva verso i figli, segnando una mutazione psicologica profonda, forse irreversibile. Così bambini precoci, senza costrizioni e senza conflitti, divengono eterni adolescenti, inadeguati a loro volta a svolgere le funzioni genitoriali; la difesa precipua della nostra epoca è quella regressiva dell'indifferenziazione (tra i sessi, le età, i ruoli...), in un clima di povertà di affetti e passioni che non consente di sciogliere i nodi evolutivi.
È questo il mondo di Martina, Greta e Matteo, dieci anni, che vanno a scuola, giocano in cortile alla guerra nucleare, tornano a casa puntuali per l'ora di cena in famiglie normali. ("Martina mangia senza fiatare. Non parlano molto neanche i suoi, sembrano stanchi").
Nella loro vita i "grandi" non sono il papà e la mamma, ma altri ragazzini con quattro o cinque anni in più, che "sanno le cose" e sono i detentori dei "segreti" e delle "regole". Tra di loro, nei reciproci corpi cercano il confronto, il senso del limite, in giochi proibiti senza consapevolezza, ma anche senza innocenza. I gesti della sessualità hanno ben poco a che fare con l'eros; sono piuttosto l'espressione del bisogno primitivo del contatto tra "gattini fratelli". Anche nel momento incontrollato ed estremo del delitto, sembrano mettere in scena una sorta di "rito di passaggio" autarchico e fallimentare, segnato dall'impossibilità di evolvere dal livello sensoriale al livello simbolico per costituire di senso le esperienze, compresa quella della violenza e della morte.
La giovane autrice è maestra nel coniugare la tenerezza con l'orrore; tuttavia la parte finale del libro, dove si consuma una tragedia assurda e continuamente annunciata, è quella che mi ha meno interessata. Ho trovato invece notevole la capacità di Simona Vinci di raccontare la quotidianità, la banalità dei giorni, con uno stile scarnificato e acutissimo (il "primo piano" delle unghiette di Greta, "colorate di rosso scuro, scheggiato", mi sembra molto più efficace delle scene "pulp").
I suoi personaggi sono rappresentanti fedeli delle giovani generazioni, il cui mondo interno si articola secondo un registro più di sensazioni che di emozioni. Così la sua scrittura trascorre continuamente dalla descrizione degli stati d'animo a quella del paesaggio, in una equivalenza di impressioni e di immagini ("La notte era piena di buchi...").
Le cose inanimate - stoviglie, scarpe, giocattoli - vengono in soccorso per illustrare la condizione interiore che non si sa né riconoscere, né dire. Ci sono pochissime lacrime in questo libro, poco sangue, e invece tanti odori - di piedi, di erba, di cibo - e sudore che gronda quasi da ogni pagina, a esprimere l'eccitazione come la paura, l'ansia come la disperazione. Certo la fatica di Simona Vinci - fin dal titolo - non ha niente di ingenuo, né di semplice. È anzi intenzionale e consapevole sia nello sviluppo narrativo che nello stile. Forse è questo che le ha inimicato la simpatia di molti lettori, non necessariamente ipocriti o bigotti. Indubbiamente è sgradevole, ma mai volgare; costruito, ma sincero. Una delle bambine, dopo "la prima volta", torna a casa "con la sensazione (...) di aver perso qualcosa, di aver dimenticato qualcosa e di non poterci fare assolutamente niente. Tutta quella campagna intorno e quella cosa dimenticata, o persa". Anche noi - Simona Vinci ce lo ricorda - abbiamo perduto qualcosa: l'infanzia come luogo idealizzato di proiezione delle nostre parti incontaminate, serene e innocenti; e anche la speranza di poter elaborare secondo l'antica catarsi le infinite tragedie del nostro mondo moderno, perché troppe volte manca - a grandi e piccoli - il presupposto essenziale dell'assunzione della colpa.

Recensioni dei clienti

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    cristina

    15/05/2013 12:29:35

    Non mi è piaciuto affatto, perché il "male" descritto non ha niente di "poetico", o filosofico o esistenziale. Una storia molto tetra, quasi orrida, da buio totale, senza nessuna speranza di salvezza. Ma ciò che non mi ha convinto del romanzo, ripeto, non è soltanto il tema (comunque ostico) quanto il fatto che la scrittrice non sia riuscita nemmeno a dargli una forma letteraria capace di catturare. Mi era piaciuto molto il titolo, che non sapevo fosse tratto da uno scritto della Duras.

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    Laura

    27/02/2013 11:44:12

    La storia è cupa, forte. Il mondo descritto è privo di speranza e di redenzione. I giochi dei bambini non sono innocenti e poetici come si immagina, ma senza la presenza dell'adolescente che li guida in un percorso sempre più perverso sarebbero così "al limite"? L'autrice, con una scrittura scarna e senza nessuna partecipazione fa fare al lettore un viaggio agli inferi. Sconcertante

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    Gloria

    10/12/2007 10:51:06

    Ci ho messo un pò a riprendermi dopo la lettura di questo libro. C'era in me lo stesso senso di smarrimento e confusione che si era verificato nei protagonisti del romanzo. Perchè i giochi dei ragazzini/bambini sono innocenti e puri, nulla di cui inorridire (chi non è stato bambino alzi la mano), a patto che non vengano pervasi di malizia adulta. Un bambino non riesce a gestirla.

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    Arianna

    21/11/2007 17:28:48

    Lavoro in una biblioteca pubblica e ho rischiato una denuncia da parte del genitore di un utente di 14 anni. Non avevo ancora avuto modo di leggere il libro e dopo l'accaduto l'ho fatto e ne sono rimasta sconvolta. Vorrei chiedere a Simona se ha controllato il suo albero genealogico: non è che figura un de Sade? Anche se almeno lui ha come scusante che quelle cose le ha vissute!!! Non credo nei critici o in chiunque si nasconde dietro al "coraggio nell'affrontare certi argomenti", o "nelle capacità letteraie". Tutti sanno scrivere, in un modo o nell'altro! Ovviamente da 2 settimane a questa parte stò spulciando tutti libri della biblioteca in cerca di altre "opere d'arte". Non vi sembra che sarebbe ora di inserire una regolamentazione anche sui libri come succede coi film? Immaginatevi la versione cinematografica di questa bella storiella, quelcuno avrebbe il coraggio di farla o di andarla a vedere? Si rasenta la pedofilia!!!!!

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    janie jones

    02/10/2007 09:39:37

    Un libro di cui di certo non si sentiva la mancanza... Come si fa a raccontare in questo modo una storia così? E come si fa a voler raccontare una storia così? In un modo così forzatamente 'disgustoso' e 'scandaloso'? La Vinci osa troppo ed esce dal seminato descrivendo situazioni 'al limite' e dando vita ad un racconto che sembra scritto apposta per 'fare colpo'... davvero un brutto libro.

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    Maunakea

    28/08/2007 18:55:09

    Come si fa a mettere un voto alto ? come si fa a dire che è un bel libro ? non è possibile è un tale cazzotto nello stomaco che sarebbe come dire, oh, mi è piaciuto molto il calcio nel plesso solare che ho appena ricevuto. Il libro è il primo dell'autrice, debbo dire che sarà difficile dimenticarlo, ma mi sforzerò. Fino a quasi metà libro tutto bene, si capisce che deve succedere qualcosa di tragico ma o sono ingenua io o non capivo assolutamente dove sarebbe andato a parare, anzi mi stava piacendo molto, dopo la svolta risulta indigesto quanto un calcio in piena pancia. E' strano che la scrittrice non abbia colto il fatto che un libro del genere non possa piacere per assioma, per sua natura, se ti piace il libro ti piace la storia che racconta, ma questa è cosi' raccapricciante che non resci a fare distinguo, non si riesce a dire, beh bel libro storia tragica ma ben racocntata, no è impossibile scindere, è talmente forte che viene da chiedersi, ma come caspita t'e' venuto di immagine una roba del genere, e cercare di scordarselo il più in fretta possibile.

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    cabiria

    08/05/2006 18:32:59

    Non capisco lo sconcerto degli altri lettori,questo libro è forte e cosi reale da sembrare vero. se avessi un figlio forse glielo farei leggere per aiutarlo a capire che certe cose possono diventare pericolose se le si racchiude in un "capanno" di solitudine e mancanza di dialogo. simona vinci è molto brava, scrive in modo veramente talentuoso. cio nonostante non mi è piaciuta per niente, se voleva raggiungere il suo risultato, cioè vendermi il libro e farmelo leggere tutto d un fiato,c'è pienamente riuscita, ma dubito che comprerò altri suoi libri. Leggo libri che mi fanno sognare, o per lo meno ne hanno le velleità. Questo libro mi ha dato un enorme tristezza e considero la vinci un'artigiana della penna, sprecata.

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    Luka

    18/10/2005 19:59:23

    Inquitante e sconcertante! In un libro dove degli adulti non c'è traccia il terrore viene da degli adolescenti. Per la prima volta, dopo aver letto un libro sono rimasto schokkato. Comunque ci vuole molta fantasia e coraggio per scrivere una storia del genere! Credo però che alla fine l'autrice abbia raggiunto il suo obiettivo, ogni pagina ha un coktail di emozioni molto forti che è impossibile non provare (che sia ribrezzo o ansia).

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    Albertus

    26/06/2005 11:53:58

    A me questo libro sembra scritto per forza d'inerzia, per dar corpo a una trama disgustosa, brutale, crudele, senza sublimare la crudeltà attraverso l'arte. Mi sembra una descrizione di fatti molto rivoltanti senza emozioni. Una descrizione asciutta non perché trova nell'asciuttezza di stile un proprio riscatto, un senso di denuncia, ma perché l'autrice non riesce ad andare oltre l'orrore della sua trama, come invece accade in libri "simili", ad esempio Meno di zero. Da non comprare, da non leggere. Quando la letteratura non supera certi livelli è inutile farsi del male con storie di ordinario orrore. Basta il Tg.

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    Gianni Olaredo

    02/09/2004 01:14:54

    La Vinci ha un grande talento. Il capolavoro lo deve ancora scrivere e, secondo me, lo scriverà, nell' attesa ci sta regalando delle prove bellissime, autenticamente cattive e tristi, non per questo poco emozionanti. La perdita dell' innocenza: Simona, ho l' impressione che piaceresti a Pavese, fosse vivo.

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    Maurizio

    03/08/2003 18:47:13

    Un testo pilotato all'esagerazione forse e solamente per dare crudeltà all'intero racconto. Ottima la descrizione dei personaggi assieme alle descrizioni ambientali e psicologiche sull'infanzia. Credo che il tema scelto dall'autrice sia macabro e bestiale a tal punto da infastidire parte dei lettori.

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    Giulia

    23/07/2003 16:44:24

    Un romanzo deprimente, scabroso e irreale. Per la prima volta ho buttato nella spazzatura un libro perchè nessuno che io conosca possa leggere simili perversioni mentali.

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    gianni

    28/02/2003 12:16:11

    un libro che vorrebbe tanto essere "cattivo", ma riesce soltanto ad annoiare.

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    lory mondo

    10/02/2003 13:18:23

    scrittrice fastidiosamente virtuosistica e iperletteraria.

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    cinzia tellarini

    28/01/2003 16:08:19

    Non so ancora a chi indirizzerò questo mio commento, ma possa essere ascoltato da qualcuno, magari raccolto, addirittura sentito e diffuso. Lo considero un “dovere civile”, anche se questa definizione sembra ormai obsoleta, qualcosa che non riguarda più nessuno … Ho appena terminato di leggere un libro che considero un grido disperato, un grido amplificato da un microfono senza che alcuno abbia potuto riflettere sul suo significato. Così è capitato che un dolore acuto, insensato, inaccettabile, divenisse oggetto di commercio. Ma, ancor peggio, che gli venissero attribuiti significati che esulano nella maniera più assoluta dalla drammaticità di ciò che viene espresso. “Dei bambini non si sa niente” titola il libro, edito da Einaudi nel 1997. La giovane autrice sa esprimere con una crudezza ed un realismo impressionanti una vicenda spaventosa che nulla ha a che fare con la sessualità infantile e pubere. Sono psicoterapeuta dell’infanzia e mi rendo conto, leggendo la presentazione al libro, stampata in copertina, della grave responsabilità che noi tutti che ci occupiamo di psicologia dell’età evolutiva abbiamo nel non diffondere la nostra cultura, nel lasciare che si possa credere che i bambini, i ragazzini alle soglie della pubertà, siano capaci di eccitarsi e godere usando i propri corpi, esibendo un “erotismo” che è proprio degli adulti. In realtà i preadolescenti hanno bisogno di dimenticare il proprio corpo, di metterlo da parte, proprio perché li preoccupa l’improvvisa accelerazione nella sua crescita, le nuove sensazioni dovute all’avvicinarsi della maturazione sessuale. Per questo a quell’età trascurano il proprio aspetto, hanno meno cura di se stessi, si lavano di meno. Inoltre, preferiscono trascorrere il proprio tempo libero prevalentemente con coetanei dello stesso sesso, un po’ per sopire le spinte pulsionali che iniziano a farsi sentire, un po’ per la necessità di rafforzare la propria identità sessuale co

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    Fabio

    07/01/2003 17:35:45

    Un romanzo sconcertante e sconvolgente, una storia cruda e fastidiosa. Un gruppo di bambini e la scoperta del sesso. Un romanzo ben scritto da una brava Simona Vinci.

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    annarita

    11/07/2002 12:45:05

    Raramente mi è capitato un libro così volutamente trasgressivo e manierato, poco autentico, fasullo, una scrittura incapace di catturarmi.

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    Bartolomeo Di Monaco

    01/06/2002 13:30:48

    Il romanzo, che si svolge in un piccolo paese dell'Emilia: Granarolo, si apre con un'immagine di solitudine. Martina, davanti ad un campo di granturco, sta cantando, in attesa degli amici che sa che non verranno più. C'è molta poesia in questa scena triste, che trasuda anche nella scrittura e la poesia (sottolineo: la poesia) ricomparirà spesso come un leit-motiv per tutto il romanzo. Il lettore impara a conoscere i cinque bambini protagonisti da dentro, osia attraverso i loro pensieri, i loro occhi. E già ci rendiamo conto che, aldilà dei giochi infantili e dei corpi ancora acerbi, questi bambini sono grandi: vedono, osservano, sentono, pensano da grandi. E ci accorgiamo anche che c'è in mezzo a loro, anzi dentro di loro, e li osserva, un altro personaggio non meno importante: l'autrice. È la sua presenza che dà la dimensione alla storia: questi bambini appartengono, sono incollati, all'anima della narratrice, non sono osservati, non sono distanti, ma nascono dal suo grembo. E cominciano a crescere, fanno le loro prime esperienze pruriginose; c'è un capannone che è stato attrezzato da Mirko proprio per questo, e lì vi passano, come una ventata fresca, tante emozioni legate a quell'età che non è mai ferma, e si arricchisce continuamente, senza distinzioni tra bene e male. Un libro ben scritto, ben condotto, che resterà come un ritratto delicato e impietoso ad un tempo, di ciò che siamo stati oggi, e non saremo più - per taluni dei fatti narrati c'è da augurarselo - domani.

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    caterina

    12/04/2002 17:58:31

    e se questo libro lo leggesse un bambino? magari tutto d'un fiato come ho fatto io, appena 3 ore, davanti alla pasta del pranzo che avevo dimenticato di mangiare... c'è una madre che ha definito quest' opera inquietante. Vorrei chiederle se le ha fatto più effetto la scena di morte finale (che è fin troppo banalmente inquietante) o il pensiero che magari anche i suoi figli si nascondono in qualche bagno o in qualche cantina per esplorare il proprio corpo o quello di alri bambini. io a 5 anni mi nascondevo con mia cugina, ed avevo rapporti lesbici. sempre io,adesso che ho 22 anni, sono un'etero abbastanza tranquilla che pensa a certi giochi d'infanzia con lo stesso candore di tanto tempo fa. niente turbe, niente traumi. nel libro non compaiono adulti... menomale. gli adulti vedono e fanno sesso a modo loro. gli adulti sono strafatti di malizia e disincanto. gli adulti rovinano lo stato di trance in cui si finisce dopo aver fatto certi giochi, fanno vergognare i propri figli, gli versano addosso la propria frustrazione e le proprie sporcizie, e non vogliono vedere, non vogliono sapere. se mia madre mi scopriva a sfiorare il mio sesso mi rimproverava, e poi piangeva con mio padre, e mi voleva portare dallo psichiatra. Quei discorsi mi facevano sentire male e mi chiudevo in bagno a vomitare. La vergogna fa sempre venire una nausea violenta. allora un adulto avrebbe forse salvato Greta dalla morte. ma è Mirko, il mezzo adulto,quello che ruba stracci sporchi di pornografia dal "meraviglioso mondo degli adulti che scopano" e che uccide la bambina. Gli adulti quindi compaiono eccome nel libro! compaiono di riflesso in Mirko e sono loro a far morire Greta. Metaforicamente, con la bambina muore l'innocenza di tutti: la realtà è che finchè i bambini sono lasciati a loro stessi, nella propria intimità senza adulti,il sesso è un brivido umido e meraviglioso che non ha nome. Lo stato di verginità non si perde "facendo sesso", ma imparando a chiamare il sesso per nome, imponendogli un'età minima, stereotipandolo, esat

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    Wiva

    25/01/2002 14:28:42

    questo libro è veramente inquietante, ma ancora più inquietante è l'evidenza dell'assenza degli adulti. Un adulto che,al contrario,si considera ragionevolmente presente non può, leggendolo, non provare orrore. Per la prima volta ho censurato le letture dei miei figli, e ho nascosto il libro

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