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Guido Baglioni

Editore: Il Mulino
Collana: Studi e ricerche
Anno edizione: 1995
Pagine: 344 p.
  • EAN: 9788815050342
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recensione di Romagnoli, U., L'Indice 1996, n. 1

Vi sono parole che sembrano aggredite da una malattia sconosciuta e apparentemente incurabile: soffrono d'un'eccedenza di significati. Pertanto, anziché veicolare la comunicazione, involontariamente la ostacolano, obbligando i parlanti a prese di posizione che, assai più nette dell'oggetto a cui si riferiscono, somigliano a pregiudizi, favorevoli o sfavorevoli che siano.
Tra gli studiosi italiani di diritto sindacale e relazioni industriali i più anziani ricordano benissimo che una malattia del genere ha colpito e debilitato la parola "partecipazione" dal momento stesso in cui si è pensato di trasferirla negli ambiti del loro sapere per identificare metodologie dell'amministrazione dei rapporti collettivi o individuali di lavoro alternative o complementari al binomio contrattazione collettiva-conflitto. Per questo, essi si sono abituati a farne un uso discreto e parsimonioso.
Tutta questa cautela non era esagerata. Nondimeno, determinava un'arbitraria limitazione d'orizzonte che ha precluso la percezione delle tendenze partecipative che progredivano e maturavano, sotto la superficie di una prassi povera di efficienti tecniche istituzionali, con la forza delle cose che già vivono e aspettano solamente qualcuno disposto ad assumersi la responsabilità di analizzarle, classificarle e situarle senza deformazioni ideologiche nel contesto a cui appartengono. Il libro di Baglioni conferisce alla tematica della partecipazione la dignità scientifica che in Italia non ha mai avuto. D'ora in poi, quindi, chiunque da noi vi si accosti non sarà autorizzato dalla polivalenza semantica a invocare attenuanti o accampare pretesti: la parola resta polisensa, ma è guarita, e tutti sono tenuti a sapere ciò di cui stanno parlando.
Al riguardo, però, l'autore deve nutrire parecchio scetticismo. Sarà perché condivide l'aforisma di Gaetano Mosca secondo il quale è più facile imparare che disimparare, fatto sta che ha deciso di arricchire la monografia con un inconsueto quanto utile corredo di definizioni atte a depurare la parola delle incrostazioni causate dagli usi impropri o promiscui a cui si prestava. Si tratta di un "glossario" che, con intonazione visibilmente didattica, riassume i risultati salienti delle ricerca col proposito di disegnare in termini paradigmatici la mappa epistemologica della partecipazione o, meglio, delle manifestazioni proposte o attuate della partecipazione; e ciò perché si può declinare la parola al plurale senza tradirla a condizione - ammonisce l'autore - che si smetta di giocare con gli aggettivi coi quali essa è solita accompagnarsi.
È il caso della partecipazione "antagonistica" ove, secondo Baglioni, l'aggettivo non qualifica, come dovrebbe, ma nega il sostantivo, nell'ampia misura in cui "tende alla modificazione effettiva dell'asimmetria del rapporto di lavoro" dipendente. Indebitamente ellittica, l'espressione è fuorviante perché allude a una variante miniaturizzata della democrazia politica, mentre nell'impresa i ruoli sono fissi - ancorché non immutabili - e l'alternanza è proibita: "La connessione fra partecipazione e democrazia politica ha spesso rappresentato una sorta di errore di impostazione che ha ostacolato l'affermazione della partecipazione: il titolo di questo libro esprime la valutazione appena fatta", anche se - confessa Baglioni - "con un po' di indulgenza". Pochi errori sono più strazianti di questo: esso suscita nell'autore - che pure gli è appassionatamente ostile - più struggimento di cuore che indignazione.
Per questo, l'intera ricostruzione del cammino della partecipazione è percorsa dalla vibrante rivendicazione dei suoi modelli "plausibili" alla paternità del riformismo possibile e al suo patrimonio ideale.
La partecipazione, sostiene Baglioni, o è "collaborativa" o non è. Deve cioè presupporre "la piena accettazione dell'economia di mercato... all'interno del sistema capitalistico". Tuttavia, proprio perché quest'ultimo non può funzionare senza adeguati contropoteri e anche la più debole forma partecipativa non può rinunciare a correggere l'asimmetria del rapporto di lavoro subordinato, è coerente con la sua densa biografia intellettuale che l'autore non nasconda i suoi sospetti nei confronti del modello della partecipazione "integrativa", che è caratterizzato dall'espulsione della rappresentanza sindacale dalla gestione delle relazioni industriali. Un'assenza che equivale a un gratuito salvacondotto di pratiche aziendali rivelatrici del "fondamentale limite" della partecipazione in quanto tale: "Essa non è portatrice di ampie solidarietà, coinvolge solamente i lavoratori interessati, non prende quasi mai in considerazione la sorte di chi non ha lavoro o lo perde".