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Demografia totalitaria. Il problema della popolazione nell'Italia fascista - Carl Ipsen - copertina

Demografia totalitaria. Il problema della popolazione nell'Italia fascista

Carl Ipsen

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Traduttore: G. Cuberli
Editore: Il Mulino
Collana: Saggi
Anno edizione: 1997
In commercio dal: 4 aprile 1997
Pagine: 400 p.
  • EAN: 9788815055170

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Carl Ipsen

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Gaia la libraia

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Il libro intende essere un lavoro sistematico sulla politica demografica dell'Italia fascista.Dopo un capitolo introduttivo dedicato al contesto demografico europeo e a quello italiano del periodo liberale, si esaminano le misure adottate del regime fascista allo scopo di modificare i comportamenti demografici degli italiani: i controlli sulle migrazioni interne e sull'emigrazione, la creazione di nuovi centri abitati in Italia e nelle colonie africane, l'istutuzione dell'Opera nazionale maternità e infanzia, le misure per incoraggiare la procreazione, i provvedimenti contro i matrimoni fra italiani e "non ariani".
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recensione di Pogliano, C., L'Indice 1998, n. 2

Negli ultimi due decenni non è raro che ricerche e studi sulla storia d'Italia, specie se contemporanea, ci siano offerti da una pattuglia di agguerriti autori stranieri, per lo più angloamericani. Nella categoria rientra appieno il lavoro di Carl Ipsen, originariamente tesi di dottorato a Berkeley ma arricchita e rifinita durante lunghi soggiorni romani e fiorentini. E va subito detto che colpisce favorevolmente il suo impianto di base, costruito in larga misura su fonti d'archivio, leggi e atti parlamentari, non senza che lo rafforzi un buon controllo della letteratura secondaria. Tema ne è l'ambiziosa politica demografica che il fascismo al potere quasi ossessivamente perseguì, sin da quel discorso dell'Ascensione (maggio 1927) cui si può far risalire l'annuncio ufficiale del popolazionismo di regime. Com'è noto, laddove Mussolini socialista aveva fatto propaganda neomalthusiana, la guerra fu poi determinante nel mutarne il giudizio anche rispetto al quantum desiderabile di fecondità e al dilemma dell'emigrazione, se incoraggiarla oppure frenarne i flussi, che erano venuti assumendo un'entità allarmante. Sullo sfondo agì la paura scatenata da un progressivo declino della natalità che i paesi europei stavano vivendo, e che quasi ovunque indusse a disegnare forme di ingegneria sociale capaci di ovviarvi. L'Italia liberale, pure esprimendo un vivace dibattito in proposito, e assistendo anche alla nascita della demografia come disciplina accademica, non aveva tuttavia saputo o voluto escogitare politiche complessive d'intervento, limitandosi a sorvegliare la dinamica delle correnti migratorie e a tentar di deviarle verso territori di conquista coloniale. Una svolta si ebbe solo negli anni venti, quando si cominciò a vedere nel numero la "vera forza delle razze" e a lamentare sempre più come "piaga aperta nel fianco della Nazione" (parole di Alfredo Rocco) la continua perdita di braccia e famiglie.
Di quelle ansie nazionalistiche s'alimentò il totalitarismo fascista, in cui Ipsen scorge "un tentativo precoce e globale di opporsi al movimento spontaneo della popolazione", o altrimenti "uno dei programmi di gestione demografica di più vasta scala mai tentati". Qui sta il nucleo della sua interpretazione: una volta elevato a "problema dei problemi" il crescere e moltiplicarsi degli italiani, non solo la forza lavoro ma anche la sua riproduzione biologica avrebbero dovuto ricadere entro la sfera del controllo statale. In quel pianificare e promuovere dall'alto le nascite, e nell'urgenza di ridistribuire opportunamente uomini e donne attraverso la colonizzazione interna viene segnalato un coefficiente di "modernità", termine cui Ipsen avverte però di non voler legare alcuna connotazione positiva, tanto che gli torna utile rinviare all'altrui bilancio di una "modernizzazione perversa, reazionaria e corporativa" (Domenico Preti). Per linee generali si sa di che cosa si è trattato, ma la qualità principale del libro sta proprio nell'affrontare in dettaglio i vari paragrafi del pronatalismo-pronuzialismo fascista, cui dal 1928 fu aggiunta la forte carica ruralista. Risale a quell'anno una celebre equazione (Numero come forza) che Mussolini impiegò come titolo presentando un'opera (Regresso delle nascite morte dei popoli) del cattolico Richard Korherr, futuro funzionario delle SS, opera accompagnata da un'introduzione di Oswald Spengler. Il Duce vi evocava già lo spettro, e la circostanza non è da sottovalutare, di una razza bianca tendenzialmente infeconda e pertanto minacciata dalle più prolifiche razze nera e gialla.
Quanto ai provvedimenti messi in atto per ottenere una popolazione numerosa, sana e forte, il parere di Ipsen è che all'audacia degli obiettivi abbiano fatto seguito risultati assai modesti, per non dire nulli. I due capitoli centrali del volume sono rispettivamente dedicati alla "gestione territoriale" e a quella "quantitativa e qualitativa" della popolazione: ebbene, in entrambi si conclude a una sostanziale inefficacia, viste le cifre, del piano teso a modellare una nuova società. Così avviene, ad esempio, per le misure antiurbane: secondo stime eseguite nel 1940 dal Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione sarebbero stati spostati in dieci anni poco più di settecentomila lavoratori, ossia l'1,5 per cento della popolazione italiana. Una quota pari a circa il 60 per cento della migrazione spontanea che ebbe luogo annualmente nel medesimo periodo. Altri ostacoli dovettero frapporsi sul cammino intrapreso, nel 1925, dall'Opera nazionale per la protezione della maternità e dell'infanzia, considerato che la curva della mortalità infantile mostra un'andatura piatta lungo tutto il decennio 1930-40, come se i cospicui fondi stanziati avessero fallito uno dei loro principali bersagli. Descrivendo natura e funzionamento dell'Onmi, "presidio eugenico", Ipsen non ha torto a osservare come proprio il fascismo, con tutta l'enfasi virilista di cui s'ammantò, finisse ironicamente per coinvolgere in larga misura le donne e per sbalzarle al centro della scena. Mobilitare le masse femminili, invocare le madri prolifiche ed esortarle inoltre all'assistenza sociale volontaria, furono soltanto alcuni lati di un'"invasione della sfera privata" per l'innanzi sconosciuta.
Soluzione al tempo stesso simbolica e pratica, il finanziamento dell'Onmi fu anche assicurato dalla tassa che, introdotta nel 1927, puniva i celibi, colpevoli di non concorrere al vigore della razza. Ipsen rileva come, malgrado tutta la retorica spesa in materia, l'aspetto pronatalista della politica demografica del fascismo avesse sviluppo piuttosto lento. Non a caso Mussolini si trovò spesso costretto a fustigare una nazione riluttante: è significativo che nel 1934, sette anni dopo il suo primo monito e addolorato dal persistere del "fatale declino", egli titolasse un articolo con l'angoscioso interrogativo La razza bianca muore? Ed è curioso che tra le carte personali del Duce per l'assemblea del Gran Consiglio nel 1937 compaia un elenco dei suoi membri, con relativo stato civile e numero di figli, da cui Ipsen ricava il loro tasso di fecondità, pari a un deludente 1,9, "ben al di sotto della soglia di rimpiazzo". L'inettitudine, di cui il regime dette prova, a investire i recessi più intimi del comportamento non è se non un risvolto locale dell'impossibilità d'invertire una tendenza che nel XX secolo avrebbe riguardato tutti i paesi sviluppati, modificandone profondamente il profilo demografico.
Se per una certa fase governare e popolare giunsero a coincidere, governare non si sarebbe potuto senza un assiduo, esatto scandaglio dei movimenti della popolazione: il continuo bisogno di dati attendibili ebbe se non altro l'effetto d'incentivare la scienza statistica italiana e le sue prestazioni, che Ipsen ritiene esser migliorate parecchio durante il ventennio. Non per nulla la vecchia Dirstat (Direzione generale della statistica) fu rimpiazzata nel luglio 1926 dall'Istat (Istituto centrale di statistica), posto alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio e munito di molti mezzi.
La tesi di Ipsen è, in buona sostanza, che il tipo di scienza praticato sia generalmente un prodotto del contesto sociopolitico, e non ne possa quindi mai prescindere. Tuttavia, tale marchio inevitabilmente politico non comprometterebbe il valore dell'attività scientifica, pur contribuendo a determinarne l'indole, a darle questo o quel volto particolare. Questione notoriamente spinosa, certo molto più complessa di quanto diano a vedere i troppo rapidi cenni con cui la sfiora Ipsen, e dal momento che egli vi spende un po' d'attenzione, forse avrebbe giovato qualche ulteriore distinguo fra disciplina e disciplina, epoca ed epoca. Desumere dal caso della demografia italiana fra le due guerre illazioni di ampia portata circa una presunta "natura" della scienza, o viceversa applicare a quel caso schemi prefissati sulla medesima natura: entrambe appaiono operazioni quanto meno rischiose.
Di fatto però, il trattamento cui il volume sottopone teorie e dibattito sulla popolazione negli anni venti e trenta riesce a individuare bene le varie posizioni in lizza, a confrontarle tra loro e a ricostruirne gli sviluppi: valgano per tutte le pagine su Gini. Non avrebbe invece guastato una maggiore problematizzazione sul rapporto fra politica demografica e razzismo: qui Ipsen si limita a confermare il tradizionale giudizio secondo cui prima della conquista etiopica e dell'alleanza con la Germania nazista l'Italia ne sarebbe stata "relativamente immune", a eccezione di alcuni gruppi di antisemitismo cattolico: "una situazione dovuta in larga misura alla mancanza di contatti con altre razze e alla scarsa visibilità della piccola popolazione ebraica". Va detto che è manifestazione recente, nella nostra storiografia, un convergere di ricerche e di discussioni su quanto sia fondata l'immagine del "bravo italiano", se cioè si possa davvero sostenere l'ipotesi di un'impermeabilità del carattere o della cultura nazionale, sul lungo periodo, alle lusinghe razziste. Ha preso in tal modo a scalfirsi la gratificante fiducia che l'Italia postunitaria si sia distinta, rispetto ad altri paesi europei, per una maggior dose di tolleranza nei confronti della diversità umana. Ora, un merito del libro di Ipsen consiste proprio nell'evidenziare come la nuova civiltà sognata da Mussolini abbia avuto nel "numero" uno dei suoi assi portanti, e come quest'ansia del numero fosse prevalentemente causata dal timore di veder sommersa la "razza" autoctona, per quanto eterogenea e composita. E tutto questo già qualche anno prima che sentimenti anticamiti e antisemiti trovassero definitiva fusione e sanzione ufficiale nel razzismo di Stato: in fin dei conti, non è del tutto falsa la pretesa, che verrà avanzata dai fascisti dopo il 1938, di antedatare la genesi del proprio razzismo.
Note legali