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Il destino dell'intellettuale - Rino Genovese - copertina

Il destino dell'intellettuale

Rino Genovese

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Editore: Manifestolibri
Collana: Incisioni
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 31 gennaio 2013
Pagine: 126 p., Brossura
  • EAN: 9788872857366
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Il destino dell'intellettuale

Rino Genovese

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Gaia la libraia

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Che ne è di una figura sociale che ha fatto epoca nella modernità? È possibile sfuggire al destino di incertezza e di precarietà caratteristico del lavoro intellettuale nell'odierno "capitalismo cognitivo" riandando alle radici di una condizione che, fin dai tempi dell'affare Dreyfus, aveva assunto il carattere di una "militanza"? Ripercorrendo a grandi passi la storia degli intellettuali, e le teorie che intorno ad essi sono state sviluppate - da Benda a Sartre, da Foucault a Said, senza trascurare il dibattito italiano e la centralità novecentesca della concezione gramsciana -, l'autore propone una visione dell'intellettuale contemporaneo basata sull'idea di una sua essenziale disorganicità all'interno del caos della comunicazione sociale corrente. La figura di un intellettuale critico, che si muova da "libero cavaliere" nei meandri della comunicazione, è la proposta conclusiva di un nuovo dandy quasi eroico, una sintesi tra Bertolt Brecht e Oscar Wilde.
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  In un bel saggio recente, Carla Benedetti (Disumane lettere. Indagini sulla cultura della nostra epoca, Laterza, 2011) indicava il rischio che corre la critica allo stato di cose in cui ci capita di abitare, anche quella più lucida. Il rischio cioè che essa si rovesci in una sorta di constatazione, di inintenzionale ammirazione della potenza del dominio, assumendo le forme di un'ambigua narrazione che è presa tra la rassegnazione e il fascino per l'ineluttabilitàe, alla fine, la necessità del dominio, che in questo modo paradossalmente si naturalizza. A questa critica, che prende le forme di "storie di capitolazione", scriveva Benedetti, abbiamo bisogno di contrapporre delle "storie di conflitto". La critica, infatti, dischiude spazi di possibilità laddove si alimenta di e contribuisce a moltiplicare narrazioni e rappresentazioni che, anche quando ci restituiscono esperienze di sconfitta, utilizzano linguaggi e punti di vista che ci permettono di sentire vicine quelle esperienze, di percepire l'orizzonte di giustizia e di civiltà in esse racchiuso e di coglierne le tracce di possibilità anche in noi stessi e nella realtà che ci circonda. È un modo di fare critica che fa propria la lezione di Walter Benjamin, il quale, in un'Europa certo non meno cupa della nostra, invitava comunque a "organizzare il pessimismo" e a smontare la presunta autoevidenza del presente, facendo emergere la molteplicità di futuri possibili in esso racchiusi; o quella di Elias Canetti, che si ribella alla rappresentazione della storia come chiusura del possibile ("La storia presenta tutto come se niente si fosse potuto svolgere altrimenti. Invece si sarebbe potuto svolgere in cento modi", scriveva in La provincia dell'uomo) e che fa appunto della molteplicità e della metamorfosi i propri modi di resistenza al potere (cfr. Youssef Ishaghpour, Elias Canetti. Metamorfosi e identità, Bollati Boringhieri, 2005). Il saggio di Rino Genovese ci pare un ulteriore prezioso strumento per proseguire a interrogarsi sul ruolo della critica nel mondo sociale contemporaneo in una direzione che, senza ripiegare su facili e autoconsolatorie opportunità di trasformazione delle attuali forme del potere, non si accontenta neppure di limitarsi a constatare la capacità di quel potere di plasmare il mondo. Nati in prevalenza dalle sollecitazioni della rivista on line "Le parole e le cose" (www.leparoleelecose.it/), i contributi raccolti nel volume mettono al centro una figura chiave della critica, l'intellettuale, e passano sinteticamente in rassegna le modalità con cui quel ruolo e quell'attività sono venuti delineandosi nel contesto europeo (con poche eccezioni). Se alle origini – l'affaire Dreyfus– tale figura è sostenuta da un presupposto implicito, vale a dire un'"ideologia inconsapevole della specie intellettuale (…) che determinava tacitamente la realtà in cui si formavano sia la disputa sia la soggettività degli stessi contendenti", la nascita dei saperi specialistici e la rapida e pervasiva affermazione dell'industria culturale minano definitivamente quel presupposto e ristrutturano profondamente le condizioni e il senso con cui l'intellettuale può esercitare la critica. La possibilità di essere "organico" non a un partito, ma a un "ordine nuovo" rispetto a quello capitalistico, è la proposta con cui Gramsci cercava di ridefinire la figura dell'intellettuale, evitandone l'ipoteca aristocratica originaria e riformulando da un punto di vista rivoluzionario (cioè antagonista rispetto all'interpretazione che ne stava facendo l'emergente industria culturale) il rimescolamento tra l'"alto" e il "basso" della cultura che la tumultuosa espansione delle comunicazioni di massa rendeva possibile. È in questo orizzonte – l'esercizio della critica a partire da una possibilità del sociale di cui si percepiscono le tracce ma che è ben lontana dall'essere realizzata – che si configura un nucleo di senso della critica che permane anche successivamente. Quel grumo di significato costituisce, ad esempio, una radice condivisa da due figure intellettuali, molto importanti per il nostro paese, peraltro profondamente diverse, spesso in conflitto: l'essere organici a una possibilità sociale condurrà Pasolini e Fortini, per quanto lungo sentieri assai differenti, a essere del tutto dis-organici, non solo al loro presente, ma anche alle manifestazioni di conformismo politico e culturale che caratterizzarono in quella stagione, in Italia e altrove, le diverse forme di opposizione. In una parabola storica che va "dalla comunicazione all'azione e ritorno", Genovese ripercorre alcune delle interpretazioni più significative di quel ruolo e di quella figura, da Sartre a Foucault, da Said a Wilde e Brecht. A una fase storica in cui la valenza critica dell'intellettuale si misurava in riferimento al suo approssimarsi all'azione, in campo culturale ma anche politico, enfatizzando così il ruolo del soggetto, sia esso collettivo o individuale, che di quell'azione è il perno imprescindibile, ne succede una in cui è la scelta del modo e del contesto in cui comunicare a divenire il principale terreno dell'impegno intellettuale, la comunicazione essendo ora l'orizzonte entro cui siamo costretti. In questo universo, quella vocazione a essere disorganico deve riformularsi e Genovese propone efficacemente tre argomenti chiave per una possibile reinterpretazione. Primo, sfidare l'ossessione del potere per la reductio ad unum, all'identico, alla fissazione categoriale, cercando sempre di "dislocare il punto di vista verso qualcosa che non c'è ma potrebbe esserci", di "smuovere i punti di vista" o trovarne di nuovi, di "ridisegnare i passaggi" tra diversi contesti culturali e comunicativi, privilegiando cioè un'attività transcontestuale. Secondo, superare il paradigma della comunicazione (che è "la malattia, non il rimedio" laddove, facendo moda anche della critica, ne depotenzia l'effettiva capacità di incidere sul reale), riassumendo di nuovo la storia come il terreno su cui quell'esplorazione critica del possibile deve inoltrarsi; ma la storia al modo in cui Benjamin aveva saputo raffigurarla, come pluralità e mescolanza dei tempi storici, come insieme privo di telos in cui si intrecciano continuamente opportunità di emancipazione e condizioni di dominio. Infine, proprio per evitare le "aspettative baldanzosamente progressiste" di cui la storia è stata investita in passato, l'adozione di un punto di vista scettico: una posizione di "scetticismo storico", le cui virtù pragmatiche consentano di superare le frustrazioni cui le utopie, pure indispensabili, vanno incontro e di non pretendere, com'è accaduto spesso, il sacrificio della dimensione individuale nell'elaborazione di teorie che hanno l'ambizione di farsi storia collettiva. Una lettura, non a caso, della figura di Franco Basaglia è il capitolo con cui, quasi a titolo esemplificativo di un'utopia che ha saputo confrontarsi con la pratica, Genovese conclude la sua discussione. Nella quale, sempre per cercare di intrecciare i fili di ragionamenti che qui e là tentano di rialimentare "storie di conflitto" nel senso ricordato all'inizio, non ci sembra forzato ritrovare un'assonanza con il compito consegnato alla critica da Didi-Hubermann, in un altro emozionante contributo a questa riflessione (Come le lucciole, Bollati Boringhieri, 2010): cercare, far sopravvivere e far circolare le "immagini-lucciole", i "saperi-lucciole" che pure, nonostante la diagnosi sulla "scomparsa delle lucciole" di Pasolini, continuano a sopravvivere, poiché nessuna distruzione è mai assoluta e una "politica delle sopravvivenze" ci dispensa dall'attesa di rivelazioni finali, impegnandoci semmai in un continuo lavorio per tenere in vita – dentro di noi e tra noi – quei "fugaci bagliori nelle tenebre" che sono appunto le lucciole. Avendone il tempo e lo spazio, la discussione con il lavoro di Genovese potrebbe continuare rispetto ad almeno tre temi: la figura di Pasolini (non a caso centrale in tutte le analisi qui citate, più attuale e meno circoscrivibile nella denuncia apocalittica di quanto anche la lettura di Genovese tenda ad assumere); l'esigenza di "provincializzare" le coordinate cognitive di cui anche la critica europea si è servita (scoprendo così importanti punti di contatto, ad esempio, tra l'esperienza di Basaglia e quella di Fanon o tra il pensiero femminista e quello postcoloniale, altrimenti trascurati; cfr. Renate Siebert, Voci e silenzi postcoloniali, Carocci, 2012); l'utilità, per qualsiasi tentativo di riformulazione della critica, di recuperare, dentro alle vicende di casa nostra, (anche) figure intensamente disorganiche che, in modo differente e anche contrapposto, hanno esplorato modi di dare all'intellettuale un ruolo e una voce diversa, dall'"intellettuale rovesciato" di Gianni Bosio al ricercatore della "base" e dei "marginali" di Danilo Montaldi.   Vando Borghi  
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