Di viole e liquirizia

Nico Orengo

Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: 155 p., Brossura
  • EAN: 9788806186197
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Recensioni dei clienti

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    Stellasolitaria

    19/07/2012 08:28:05

    Ancora una volta mi ritrovo a non essere d'accordo con alcune recensioni. E' stato il mio incontro con Orengo e da qui ho iniziato ad apprezzare i suoi personaggi, velatamente descritti, con il loro mondo di solitudine inquieta. Uno spiraglio però si intravvede ed è la luce che in ogni vita va inseguita, anche nella nostra.

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    silvia

    18/05/2008 18:10:34

    lieve,lieve, si legge in un soffio, rapiti da questo angolo di mondo, dove anche le guerre e i rancori sembrano ricoperti da un velo di iirealtà. Almeno come le racconta Orengo. Picevole, leggero, eppur porfondo a suo modo. Un bel passatempo.

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    Isp

    22/11/2007 16:11:11

    L'ho letto nella prima edizione. E ribadisco: Brutto,non c'è altro giudizio. Mi stupisce che Orengo abbia scritto tali sciocchezze sui degustatori di vino e aggiunto storielle inutili tanto per fare volume. Se fosse onesto, si pentirebbe pubblicamente. Sono in attesa di legge Hotel Angleterre per "perdonarlo" (e spero di non aver buttato altri soldi!)

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    Lucia

    13/09/2007 18:12:49

    Una narrazione senza invadenze e senza giudizi sui protagonisti: nessuno è "il migliore". Un bel libro che si fa gustare e che invita ad un viaggio nei gusti di una regione.

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    carmela

    07/02/2007 20:12:38

    stile lineare ma perfettamente in grado di trasmettere tutti i profumi e i sapori dei pregiatissimi vini che cita. semplici ma meravigliose le descrizioni paesaggistiche delle langhe... se si chiudono gli occhi si è proprio lì..nelle vigne piemontesi..ad ubriacarsi di profumi e gusti ormai dimenticati. ottimo libro, grandissimo scrittore!!!

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    elena giovannini

    10/01/2007 16:03:21

    Percorrendo le vecchie strade del sale, i sentieri odorosi di erbe e i labirinti delle passioni umane, si incontra il cartello “Nico Orengo”. Lo ho seguito, per ritrovarmi questa volta nelle Langhe, e nel suo cuore Alba, tra vigne e aromi. E ho incontrato Daniel il sommelier, tessitore suo malgrado della trama del racconto; l’austera Amalia che pretende prove di coraggio in cambio di baci e intimità; l’enigmatico Eta Beta che irrompe nella storia dei suoi personaggi un po’ alla Hitchcock per spronarli all’azione; la vigna “La Ginotta”, premio ambito e sofferto, scrigno del passato e del futuro; e tanti altri. Inevitabile il paragone tra la sorsata di un ottimo Barolo e la lettura di Nico Orengo, entrambi da trattenere dentro di noi, in silenzio, per meglio identificarne i singoli componenti e indovinarne l’amalgama di sapori, il miscuglio, piacevole e disgustoso, di viole e liquirizia.

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    MB

    22/12/2006 09:34:19

    Mi sono piaciuti di più altri suoi romanzi, comunque anche questa volta Orengo dimostra di saper raccontare. Romanzo piacevole.

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    Ispano

    01/08/2006 08:54:43

    Per dire una sciocchezza: "L'Orengo a cui non tengo". Brutto! Banale! Perché non accetta di non avere (quasi) più niente da dire? Sia contento del suo passato. Faccia il giornalista: i suoi "fulmini" a volte sono interessanti. O se ne vada tranquillamente in pensione a Latte. E basta con il vino! bevetelo e state zitti! Gli hanno dato pure un premio, se non sbaglio: al romanzo o al direttore di "tuttolibri" elargitore di recensioni? Voto: zero.

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    Gianfranco

    05/05/2006 13:12:34

    Che brutto! Sono pienamente d'accordo con Stefano: personaggi appena abbozzati, dialoghi inesistenti e una storia che non regge assolutamente. Non sono riuscito ad andare oltre la metà. E' il primo libro che leggo di Orengo, ma non so se avrò la voglia di provarne altri

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    Sandro Boscaro

    07/02/2006 14:08:29

    Deludente. Le solite situazioni trite e ritrite viste in troppi romanzi italiani (e non), mescolate, come aggravante, a continue citazioni di produttori di vino e locali modaioli: sembra sponsorizzato dalla Pro Loco Langhe e dalla guida Slow Food. Nessuna traccia del piacevole umorismo de "La curva del latte". E' la seconda delusione datami da Orengo dopo "L'Intagliatore di noccioli di pesca".

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    stefano

    28/01/2006 16:32:44

    Devo premettere che l'ho letto per lavoro. Dopo la delusione del precedente (quello dei noccioli di pesca) non mi sarei mai orientato spontaneamente verso un libro di Orengo. Ho trovato il libro alquanto insipido. L'intrigo è di una banalità sconcertante, lo stile non presenta alcuna originalità, non vi sono tracce di ricerca, i personaggi sono estremamente superficiali quasi delle ombre. E poi non si capisce il ruolo di questo scrittore Eta Beta (alter ego dell'Orengo, il quale, si sa, ama parlare di se stesso nei suoi libri) che salta fuori dal nulla, racconta la sua storiella triste e scompare. E non mi si parli di Pavese. Non è sufficiente scrivere sulle langhe per essere Pavese. Nel leggere il libro avevo la sgradevole impressione che l'autore volesse solo aggiungere un altro titolo alla sua bibliografia. Nessuna passione dietro, o almeno non la si percepisce, come per esempio nel ''Mandami a dire'' di Roveredo o nel ''Sopravvissuto'' di Scurati.

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    milena belliardo

    26/12/2005 11:34:03

    Un libro pieno di piccole stupefacenti verità, con una protagonista femminile riuscitissima. Ammirabile l'indagine psicologica fra Daniel ( padre) e Nicole ( figlia), escogitata attraverso il perdersi-ritrovarsi tipico di questo complicato rapporto. Giusto omaggio alla bellezza femminile - tema caro a Orengo- in cui una terra fedele è specchio di sapori leali. Nonostante le contaminazioni: "...la natura si riprende sempre..." Una nota: quel cane, Flop, è il vero trait d'union della vicenda perché autenticamente langarolo. Lui dà il benvenuto, lui accompagna, lui ci congeda dal protagonista. Quando Flop entra in scena, ''parte'' la storia. Possiamo leggere questo romanzo secondo ottiche diverse, non ultima quella che lo accosta a un arguto studio di antropologia del turismo. Scorrevole e impeccabile. Consigliato a chi non conosce Orengo e a chi già lo conosce, che vi ammirerà il passo avanti rispetto alle introspezioni del precedente ''Intagliatore''... ciao, buona lettura, un 5 su 5 perché è il 2005 e Orengo se lo merita!!! :-)

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    claudio barbonetti

    01/12/2005 13:26:18

    Ricorda Pavese questo lavoro di Orengo, abile scrittore, affascinante descrittore della progressiva scomparsa di un modo di vivere italiano che stiamo dimenticando. E' un bel libro dove il vino è protagonista indiscusso ma, come quasi tutto al giorno d' oggi, un po più falso, finto, rispetto al passato. I vini d' oggi si somigliano un pò tutti e come la nostra vita perdono di identità, una analisi molto più profonda di quanto potrebbe apparire in prima battuta. Da leggere, soprattutto se si ama il vino e il senso profondo dell' esistenza umana.

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    francesca venturello

    27/10/2005 19:39:40

    Leggermente angosciante la descrizione della Langa di oggi, forse troppi echi di Pavese in tempi ormai diversi. Bellissime le descrizioni dei vini, 'un'insieme di sfumature' ottimamente descritto. Delirante e pesante la parte centrale del libro, con l'inserimento della figura dello scrittore Eta Beta non troppo riuscita. Personaggi azzeccati ed interessanti, ma trattati un po' troppo superficialmente (ci sono spunti per un libro di una lunghezza di almeno il doppio, ci sono troppe facili soluzioni di trama!). Splendida la sfida finale.

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    roberto

    21/10/2005 16:16:32

    Bellissimo; un intreccio narrativo incalzante seppur morbido e godibile. La descizione del "nuovo mondo di Langa" calza a pennello con la realtà ma si sviluppa con una leggerezza che trascende il reale, per dar spazio a mondi interiori di personaggi indimenticabili.

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    alberto

    14/10/2005 17:20:30

    Puro Chabrol, con un protagonista che è perfetto impersonato da Depardieu di qualche anno fa e una figura femminile ritagliata su Fanny Ardant di adesso. Uomini e donne in fuga, un romanzo che adopera paesaggi e sapori per parlare anche di molto altro.

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    Francesco Improta

    09/10/2005 16:34:39

    Libro originale e affascinante e per la sapiente costruzione narrativa e per la ricercatezza della scrittura. Non mancano echi e reminiscenze di Fenoglio e di Pavese, ma le Langhe di cui parla Orengo sono completamente diverse, così come diverso è questo romanzo rispetto alla sua precedente produzione. Si rilevano infatti un'attenzione ai particolari e alle sfumature, una ricchezza cromatica, una straordinaria leggerezza e soprattutto una capacità di visualizzare odori e sapori che ne fanno un'opera unica, godibilissima e imperdibile. Sembra che Orengo abbia trasformato, con un procedimento simile e opposto al tempo stesso a quello dei registi della Nouvelle Vague, la penna in macchina da presa e si sia avvicinato ai racconti morali di E. Rohmer, penso in particolare a Racconto d'autunno. Romanzo, per concludere, che deve riposare (nel senso che deve essere riletto a distanza di qualche giorno dalla prima lettura), come un buon vino d'annata, per poter sprigionare tutto il suo bouquet e il suo sapore.

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    giovanni choukhadarian

    06/10/2005 06:50:14

    E' il miglior libro di Orengo da parecchio tempo a questa parte. Un viaggio disincantato e affascinante nelle terre di Fenoglio, con bei personaggi e la capacità tipicamente sua di restituire profumi e odori dei posti che racconta. Consigliabilissimo.

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