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Georges Bernanos

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2002
Formato: Tascabile
Pagine: 252 p.

61 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Classica (prima del 1945)

  • EAN: 9788804508571

Recensioni dei clienti

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    GD

    04/08/2015 13.08.26

    Scrittore cristiano 'scomodo', Bernanos scrive qui le sue pagine migliori, per quanto ne so io almeno. Non c'è mai niente di accomodante in Bernanos, e questo a me piace. Devo anche confessare che, pur avendo letto e riletto il romanzo anni fa, non lo trovai di difficile lettura. Al contrario, ricordo una storia coinvolgente.

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    Cristiano Cant

    23/02/2015 12.31.03

    C'è un oltre consegnato alla fede e un segno ancora ostaggio della ragione. Il primo solleva e quasi assolve da comprensioni impossibili, da scavi e tuffi nel più profondo solco della vita, da nodi indistricabili, dal leggere nelle scure arterie della sofferenza, nei sottintesi e nelle parvenze del caso, nel desiderio ucciso e nel sogno calpestato da suole ingiuste. Il secondo incede con le risposte che trova e che può dare, non depone i propri assalti e le proprie febbri al conforto di una tiepida consolazione. Ma il dramma non va via nel primo caso, anzi (ed è qui la prova) mostra il proprio labbro malato e i propri denti marci più che nel secondo. Perché amare Cristo non è rilassante corazza che protegge, ma feroce vento negli occhi che tenta di spezzare la fede per ricevere in cambio ancora più amore, più anima, più gioia. E' quotidiana ansia e sete, sospiro e dilemma, grazia e tormento. Libro meraviglioso, storia di un cuore altissimo e del mistero che lo sfiora e lo sconvolge, del lento macerare del male nel corpo dell'uomo e della croce paziente ad accettare una sorte. Messaggio al mondo di una Francia cristianamente inquieta (possiamo affiancare all'autore i vari Claudel, Gide, Peguy, Mauriac, Mounier), vertice di grandezza ubriacante nel cosmo riflessivo del romanzo novecentesco. E non inferiore il film di Bresson, specchio perfetto di questo capolavoro assoluto.

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    Luigi

    30/08/2014 01.01.08

    In quel tempo, Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli". Mt 11,25-27 Queste parole di Gesù sono alla base del romanzo di Bernanos di non semplice lettura, considerata la scrittura ermetica e la tendenza all'introspezione psicologica estrinsecata sotto forma di diario esistenziale. La trama è molto semplice: ad un giovane ed inesperto curato viene assegnata una parrocchia di campagna. Ci si reca armato di: fede, speranza, carità, umiltà e semplicità, ma si trova ben presto a fare i conti con la sua incapacità gestionale che lo porta a inimicarsi i vertici della Chiesa e la nobiltà locale. Il giovane si troverà solo contro tutti: la Chiesa pretende da lui ordine e polso fermo, gli altri preti lo considerano un incapace, i parrocchiani pensano sia un ubriacone, infine i nobili lo considerano un personaggio strambo. La sua figura ricorda "Il principe Myskin" protagonista de "L'idiota" di Dostoevskij; nonostante i tanti problemi e le sue lacune egli riesce infatti con la sua semplicità e umiltà a sconvolgere le vite di tutti mettendoli - novello Gesù - di fronte al proprio inconscio, alle proprie paure, in parole povere alla propria anima. Aleggia in alcuni tratti "l'ennui esistenziale" tipica della cultura francese che si rifà ad una concezione laica della vita che cerca invano di dare una risposta in chiave umana al senso dell'esistenza. Nei momenti di sconforto il giovane curato si lascia avvolgere da questa "bruma laica", perde la sua capacità di trovare ristoro nella preghiera e si rifugia nelle pagine del diario che svolgono una sorta di funzione catartica. Schema ideologico sicuramente non semplice, ma Bernanos riesce a tirarne fuori un romanzo. Nonostante sia datato 1936 è una lettura molto attuale riproponendo tematiche presenti oggi e che si rifanno ai continui richiami di Papa Francesco all'umiltà. Capolavoro

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    Elizabeth

    24/04/2014 18.31.37

    Bello nonostante alcuni astrattismi.

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    giovanni

    08/01/2012 22.19.23

    Con grande fatica sono giunto a pagina 41, rimandando il momento in cui avrei rinunciato a proseguire nella lettura. Stranamente leggo pagine intere avendo l'impressione di non capirci niente. Rileggo e la sensazione è di amnesia indotta. Mi chiedo se la traduzione sia adeguata. Infine rinuncio definitivamente. La lettura deve essere un piacere e un nutrimento per la mente e non una tortura.

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    Piero Suriano

    21/01/2011 22.08.21

    Un prete non dovrebbe mai provare la solitudine e l'angoscia esistenziale; né essere mai triste, invidioso della condizione altrui o sentirsi incompreso dal mondo. Lo è invece il curato che rievoca in un diario le sue vicissitudini di povero prete di campagna alla fine dei suoi giorni. La sensazione del male fisico che divora il corpo malato si accompagna alla consapevolezza del dilagare del male morale che avvinghia inesorabilmente il mondo."Nessuno, ora, s'inquieta dei miei malanni" annota. Come potrebbero gli altri interessarsi a lui visto che la sua figura di salvatore di anime, come quella del medico lo è dei corpi, deve essere considerata immune da qualsiasi male. É il prete che deve salvarci, come il medico, non noi lui. Perciò i Santi sono "coloro che han ricevuto più degli altri" e i mediocri sono quelli che, poverini, "hanno bisogno di calore", di "un riparo" sotto le ali protettive della Chiesa. Ai suoi occhi il ricco diventa "il protettore del povero, il suo fratello maggiore". Ma essendo colui che rischia di più, ha più diritto di altri a sedere ai primi posti dell'aldilà, come lo è già dell'aldiquà. Così il curato è stretto inesorabilmente tra due fuochi: da una parte una concezione pauperistica e lagnosa della vita, dall'altra una visione che giustifica le diseguaglianze economiche dell'aldiquà con il soprannaturale. Il povero invidia "l'immagine ingenua" che si è fatta del ricco ignorando che la sua casa è lungi dall'essere un luogo di pace e di preghiera. La grandezza del povero irraggia da lui a sua insaputa mentre stolto o ingenuo la mendica dal ricco. La giustizia che nelle mani dei governanti diventa ingiustizia, è un potente e subdolo mezzo di controllo del livello di sopportazione del povero, della sua capacità di soffrire e di umiliarsi, di spossessarsi del suo io per non urtare gli ingranaggi della ricchezza. L'incomprensione e la solitudine del prete sono figlie della laicizzazione della Chiesa e dell'incompiutezza del percorso cristiano.

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    Michele

    04/01/2010 17.12.08

    Condivido il pensiero di chi dice che si tratta di un libro di non facile lettura. Ma ne vale la pena.. ti regala pagine stupende!

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    michele

    28/09/2009 20.07.25

    libro non per tutti... ricco di spunti per una riflessione personale. Una storia triste ma che lascia il gusto della felicità. Inteligenti pauca!!!

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    francesco

    17/07/2009 23.26.58

    Nulla di piu' estraneo della stoica indifferenza nella vita del protagonista, a suo giudizio?La stoica indifferenza pervade tutto il racconto.l'inconsapevole consapevolezza della relazione soffocata.storia del dramma esistenziale di interni angusti,analisi dei percorsi tortuosi della psiche che si contrare in laceranti spasimi,si consuma come una pira ardente nello sforzo indotto dall'apprensione degli alieni pensieri e si raggomitola gelida e atarassica nelle proprie ambasce corporali.la fede sembra forte e vacilla di continuo,cede alla tentazione del disarmo spirituale e riprende vigore negli ultimi afflati vitali di fratellanza universale professati in interiore homine.sofisticato ed esistenzialista ,ma non troppo.

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    davide b.

    17/02/2009 22.28.02

    E' l'unico libro che ho sentito di dover rileggere due volte senza escluderne una terza e chissà quante altre. Libro tra i più realisti che mi sia mai passato tra le mani. Al confronto il verismo trasforma l'osannato "vero" in vicende d'appendice. Qui ci si confronta con i pensieri di un uomo che ha uno sguardo lucidissimo sulla condizione umana ben rappresentata dalle descrizioni della campagna, della chiesa; a mio avviso un flusso continuo di correlativi oggettivi. Limpido e toccante, puro esistenzialismo. Un uomo, un prete, davanti al nulla e tra la fauci di un sordo silenzio di senso trova la grazia di Dio nell'unico segno che ci ha lasciato: il baratro inquietante della sua assenza. Altro che visionario, reale come un pugno nello stomaco. Ma tanto, che importa? Tutto è grazia...

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    Matteo

    02/08/2008 12.53.11

    Quest'opera è indubbiamente di difficile accessibilità (e concordo nel ritenere che la traduzione non giovi a rendere più coinvolgente la lettura) ma la tenacia nel leggerlo, un pò come quella del curato, dà la possibilità di accedere nel finale a pagine e pagine di una bellezza disarmante, che descrivono come sia possibile e reale la libertà dell'uomo.

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    gianluca

    13/12/2005 17.41.59

    è necessario premettere che il titolo dell'opera, che desta curiosità, illude circa una semplicità di contenuti e di scrittura che invece non c'è. La traduzione a dir poco datata di Adriano Grande rende poi una disarmonia violenta, e una patina sfuggente di dannunzianesimo che non giova al testo. Il libro è di fatto un romanzo-saggio sull'esistenza e sulla fede. ostinatamente opposto ai significati superficiali, l'opera registra con precisione, poesia, e anche a volte eccessiva pedanteria la fuga del senso sotto l'apparenza, il bisogno e la difficoltà di vedere, e di vedere la verità del reale, se è possibile. Energico dubbio, dove la fede è poco meno che la spinta ad alzare il velo delle ipocrisie e della solitudine. La pazienza sarà premiata dal senso di "pulizia" di vista e di coscienza che il lettore si troverà tra le mani a lettura finita, come una gemma preziosa.

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    Camel

    03/10/2005 11.25.15

    Francia, circa anni '20; un giovane prete di umili origini, da poco inviato in un piccolo paese di campagna, annota con brutale sincerità i tanti dubbi sulla sua missione: la tiepida religiosità della piccola borghesia, l'ipocrisia della classe superiore (qui impersonificata dalla famiglia del Conte, con il suo segreto di odio), i molti confratelli che tirano i remi in barca trasformandosi in freddi impiegati delle anime... I dubbi, aiutati da una malattia incompresa, crescono fino a scoppiare in una vera crisi di fede, che proprio la malattia, con l'annuncio della morte imminente, contribuirà alla fine a risolvere. Un romanzo non semplice, che descrive - con uno stile e delle situazioni a volte un po' superate - concetti e questioni ancora vere e attuali, ma ormai del tutto rimosse dalla discussione corrente. Al di là del valore letterario, dunque, una preziosa occasione per riflettere su grandi temi dimenticati.

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    tiziana

    30/08/2005 20.15.52

    il libro più brutto che abbia mai letto:Talmente visionario che in certi punti ( troppi!!!)non si capisce nemmeno più di cosa si stia parlando.Dedicato a chi vuole suicidarsi ma non ha il coraggio di spararsi.

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