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Dimensione e diversificazione. Le dinamiche del capitalismo industriale

Alfred D. jr. Chandler

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Curatore: F. Amatori
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 1994
In commercio dal: 1 aprile 1994
Pagine: 1184 p.
  • EAN: 9788815045072
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Il capitalismo manageriale non si afferma dovunque nella medesima misura e non assume in tutti i paesi le medesime connotazioni. In questo volume l'autore svolge un confronto della dinamica organizzativa sviluppata fino agli anni Trenta dal mondo della grande impresa in tre paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania), pervenendo alla modellizazione delle differenze di fondo. Mentre in USA l'esistenza di vari mercati permette l'affermarsi di un meccanismo manageriale competitivo, in Germania il capitalismo manageriale si afferma in una versione che vede forti elementi di coesione o di cooperazione. Al contrario, ciò che emerge in Gran Bretagna è una resistenza al capitalismo manageriale al quale si continua a preferire un "capitalismo personale".
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recensione di Giannetti, R., L'Indice 1995, n. 3

In "Dimensione e diversificazione" Chandler descrive gli inizi e la crescita del capitalismo manageriale negli Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna attraverso le lenti di quella che considera l'istituzione di base del capitalismo industriale: l'impresa. Il periodo coperto dal lavoro è quello che va dagli anni settanta del secolo scorso ai sessanta del XX secolo con qualche breve cenno all'ultimo ventennio. Il lavoro si limita allo studio comparato delle prime duecento imprese manifatturiere operanti nei tre paesi oggetto dello studio. Sulla fase della ricognizione di questa estesissima letteratura, Chandler ricava tre forme nazionali di capitalismo industriale: negli Usa, il capitalismo manageriale competitivo; in Germania, il capitalismo manageriale cooperativo; e, in Gran Bretagna, il capitalismo personale. La tesi centrale è la stessa che Chandler ha introdotto trent'anni fa, ossia che le imprese e i mercati evolvono insieme, sono anzi le scelte strategiche e organizzative dei manager delle imprese - non necessariamente dettate dalla tecnologia e dai mercati - che orientano i risultati delle imprese delle economie nazionali.
Durante l'ultimo quarto del XIX secolo alcune innovazioni maggiori realizzate nei processi di produzione crearono molte nuove industrie e trasformarono le vecchie. I cambiamenti tecnologici di questo periodo dipendevano dalla scala, dal capitale e dalle innovazioni organizzative necessarie per sfruttarle. La maggior parte dei settori tradizionali (tessile, legno, mobilio, industrie tipografiche e editoriali) ne rimase sostanzialmente estranea. La realizzazione delle economie così disponibili non fu un processo automatico, ma richiese capacita di organizzazione e di controllo attraverso la costruzione di estese strutture organizzative e di sistemi disegnati da manager professionisti.
Per Chandler il successo di queste forme organizzative dipende essenzialmente dalla realizzazione di tre investimenti cruciali: 1) in attrezzature di dimensioni abbastanza grandi da sfruttare le economie di scala e di gamma; 2) in reti specializzate di marketing, distribuzione e acquisto; 3) nel reclutamento e nell'organizzazione dei manager necessari per sovrintendere e coordinare funzionalmente le attività e allocare le risorse.
Chandler cerca, in primo luogo, di spiegare perché l'impresa moderna multimpianto sia apparsa e si sia sviluppata negli Stati Uniti prima e più che in Europa, e trova la risposta nella dimensione del mercato americano, già integrato da ferrovie e telegrafo (cfr. Chandler, 1977). Negli Stati Uniti le innovazioni furono in primo luogo introdotte nella distribuzione piuttosto che nella produzione, e l'innovazione nella distribuzione fu prima organizzativa che tecnologica. Le nuove forme di trasporto e comunicazione stimolarono a loro volta l'innovazione nei settori nuovi della raffinazione del petrolio, dell'acciaio, del vetro, delle fibre artificiali, dei fertilizzanti, della conservazione dei cibi portando alla creazione della grande impresa industriale moderna. Rispetto a quest'ultima Chandler sostiene, in polemica con la storiografia tradizionale - che ne sottolinea piuttosto gli aspetti oligopolistici di controllo e limitazione del benessere sociale - che proprio la moderna organizzazione industriale, con le sue larghe gerarchie e mercati oligopolistici è la causa del successo e dello sviluppo americano. È l'abilità di sviluppare e commercializzare le nuove tecnologie piuttosto che il controllo del mercato ad assicurare il successo di chi intraprese i tre investimenti chiave.
Per quanto riguarda l'Inghilterra, Chandler sostiene che la minore dimensione delle imprese, e la prevalenza della proprietà familiare che si osserva nell'economia inglese nello stesso arco di tempo, dipende da tre fattori principali: la dimensione dell'economia inglese, la maggiore importanza del commercio estero e le caratteristiche locali dell'industrializzazione inglese, avvenuta prima della rivoluzione dei trasporti. Secondo Chandler, queste tradizioni ostacolarono anche la diffusione delle nuove forme organizzative anche nei settori nuovi della gomma o della chimica organica, anche se le imprese inglesi che adottarono la forma manageriale (Ici, Unilever e Bp) ebbero lo stesso successo delle imprese americane. Più in particolare, Chandler sostiene che i fallimenti inglesi furono la conseguenza delle strategie e delle forme di governo dell'impresa. Le imprese americane manageriali avevano come strategia il profitto a lungo termine e la crescita, mentre in quelle inglesi lo scopo principale dei proprietari era quello di assicurare un flusso costante di cassa ai proprietari. In Germania, come negli Stati Uniti, la moderna impresa industriale apparve immediatamente dopo il completamento delle reti di trasporti e comunicazioni, ma le imprese industriali tedesche acquisirono caratteristiche distinte a causa delle differenze esistenti nei mercati, nelle fonti di offerta, nei metodi finanziari, nell'atteggiamento verso gli accordi collusivi tra le imprese, e nel sistema educativo. Rispetto a quest'ultimo punto, Chandler sottolinea come la tutela pubblica degli accordi volti a limitare il mercato desse meno incentivi a procedere alla fusione tra imprese come accadeva nel caso americano.
Le università tedesche erano più avanti di quelle americane nel fornire alle imprese la conoscenza tecnica e tecnici qualificati, mentre le banche giocavano un ruolo maggiore nell'assicurare il finanziamento degli investimenti rispetto a quanto avveniva in Gran Bretagna e Usa. La domanda di capitale che negli Usa aveva condotto alla centralizzazione e all'istituzionalizzazione nel mercato finanziario nazionale a New York, in Germania incoraggiò la creazione di un intermediario finanziario di tipo nuovo, la Kreditbamk. Le Kreditbank provvedevano le imprese di tutti i servizi commerciali ma anche di quelli di investimento. Via via che penetravano nelle imprese il loro management di staff prendeva conoscenza delle diverse imprese e settori industriali orientando gli investimenti verso i settori dove era possibile realizzare le economie di scala e di gamma disponibili. Chandler indica un altro fattore distintivo della Germania, accanto alle istituzioni finanziarie: la struttura legale. Là la legge comune non impediva la creazione di cartelli, n‚ vi era una legislazione antitrust. Ad esempio il numero dei cartelli in essere passò da 4 nel 1875 a 106 nel 1890 e 385 nel 1905.
La struttura dei consigli d'amministrazione rappresenta una seconda caratteristica tedesca. Una legge del 1884 prevedeva infatti che le società per azioni avessero un management board per le operazioni di routine e un consiglio di supervisione per la conduzione degli affari a lungo termine. Con il tempo le funzioni dei due livelli divennero fortemente intrecciate. Comunque la maggior parte degli azionisti e delle banche che occupavano i seggi del consiglio di amministrazione avevano solo il compito di sorvegliare l'impresa, mentre la gestione anche a lungo termine, era nelle mani del management operativo. Inoltre il consiglio di supervisione, che comprendeva banchieri e rappresentanti di altre imprese favoriva la cooperazione tra le imprese medesime.
Come ricordato, Chandler sottolinea che la realizzazione delle economie di scala e di gamma non dipende dalle tecnologie di produzione e di distribuzione ma dai fattori organizzativi che permettono l'integrazione dell'impresa. È per questo, forse, che Chandler non misura di fatto le economie di scala e di scopo effettive. Chandler sembra inoltre suggerire che le invenzioni chiave divengono rapidamente pubbliche e che il successo commerciale dipende dalla rapidità e dalla completezza con la quale l'invenzione viene sfruttata. In realtà come altri hanno sostenuto (Nelson e Winter 1982) i costi di trasferimento sono spesso importanti e talvolta si può acquisire una determinata conoscenza solo attraverso la pratica.
Chandler non va molto in profondità neppure nella definizione delle economie di scala e di gamma e nell'identificazione delle loro relazioni con i confini dell'impresa. Chandler, infatti, non riconosce ad altre forme di contratto l'efficienza propria dell'organizzazione delle complementarità all'interno dell'impresa che viene realizzata attraverso le gerarchie manageriali.
Il punto chiave è che per Chandler la logica del capitalismo manageriale è senza tempo. Quello che vale per le tecnologie della seconda rivoluzione industriale vale anche per quelle della terza. In sostanza, per Chandler la grande impresa integrata nella quale il cash flow viene investito e coordinato per ridurre i prezzi e migliorare la qualità e la forma necessaria per conquistare quote di mercato. Questo è evidente ad esempio nell'accenno che Chandler fa alle strategie di diversificazione di tipo conglomerato che osserva dopo la fine degli anni sessanta: Chandler le attribuisce non tanto a nuove discontinuità tecnologiche , ma all'isolamento del top management, all'apertura di un mercato per la proprietà delle imprese, all'espansione del ruolo dei fondi pensione nella proprietà. Continua, infatti, a esemplificare le strategie di successo nel secondo dopoguerra, come strategie collegate ai tre investimenti tradizionali: la Xerox, nel campo delle fotocopiatrici e l'Ibm, nel campo dei computer di grandi dimensioni.
Probabilmente invece le classiche economie di scala e le riduzioni di costo unitario si possono realizzare anche attraverso transazioni contrattuali. Si è, ad esempio, osservato che la specializzazione flessibile (Sabel e Piore, 1987) e contratti (Williamson, 1992) possono generare vantaggi maggiori delle economie di scala e di gamma generate internamente. È possibile, ad esempio, che nelle moderne economie globali - caratterizzate dalla rapida diffusione del know-how e dalla dispersione delle competenze industriali - nascano imprese il cui successo è legato alla capacità di gestione di reti sensibili alle sollecitazioni della domanda finale (Benetton, Nike).
Secondo Chandler vi è, in linea generale, una certa corrispondenza tra il successo dell'impresa e del paese nel quale essa opera. La diffusione su scala nazionale dei tre investimenti è anche la chiave del successo del paese. Questa affermazione va probabilmente limitata alla fase di sviluppo industriale considerata da Chandler, quella della seconda rivoluzione industriale. La maggior parte delle grandi imprese americane ha infatti, nel corso degli ultimi vent'anni, fortemente differenziato la base territoriale differenziando altresì la produzione, la proprietà e la nazionalità dei manager. Tuttavia il caso giapponese nel secondo dopoguerra sembra ancora confermare la visione chandleriana, come variante della versione cooperativa dell'esperienza tedesca.
Le tesi di Chandler sono assai nette e non solo in termini storiografici. Ad esempio, Chandler suggerisce che la costruzione di capacità organizzative è essenziali per la ricchezza delle nazioni. Le politiche macroeconomiche sono condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo industriale che richiede la pianificazione a lungo termine delle risorse, il coordinamento delle attività, l'educazione della forza lavoro e l'elaborazione di capacità organizzative innovative.
Tutto questo fa, in conclusione, di "Dimensione e diversificazione" un contributo con il quale sia la teoria economica - micro e macro - che la storia economica - e non solo quella dell'impresa - debbono confrontarsi.
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