Dio e la nuova fisica

Paul Davies

Traduttore: M. Paggi, D. Paggi
Editore: Mondadori
Collana: Oscar saggi
Anno edizione: 1994
Formato: Tascabile
Pagine: 344 p.
  • EAN: 9788804386476
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Recensioni dei clienti

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    fabio

    13/12/2008 22:53:24

    Chi intenda leggere questo libro con la speranza di trovare le ennesime "prove logiche" sull'inesistenza di Dio e la vacuità delle religioni rimarrà deluso. L'autore, ateo ma intellettualmente onesto, non propone al lettore delle risposte, ma piuttosto delle domande. Domande alcune delle quali, per Davies stesso, probabilmente non avranno mai risposta. Più che un libro di certezze sulla fisica che sconfigge la religione, è un libro di dubbi, di ipotesi, per le quali Davies osserva alla fine che anche credere ciecamente nella scienza è un atto di fede. Ne risulta un libro interessantissimo, estremamente godibile, con ampie escursioni tra scienza, filosofia e fede, in un dibattito sempre sul filo del rasoio.

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    Francesco

    08/11/2007 13:04:53

    Con la scorrevolezza che distingue la sua prosa, Davies mette in luce tutte le incongruenze di una fede antica che, al vaglio di una logica impietosa, crolla miseramente su se stessa. L’approccio dell’autore è razionale e animato dal dubbio dello scienziato. Ad esso si contrappone l’irrazionalità della dottrina cattolica (e non solo), sorretta dal pilastro della fede. Questo libro è un condensato di pensiero libero, come quello dell’autore che, benché privo di certezze dinnanzi alla vastità e al mistero che lo circondano, non per questo cede alla paura costruendo una metafisica inaccettabile. Leggendo queste pagine si apprezza il piacere della razionalità riscoprendo l’orgoglio di essere esseri razionali, e non “fedeli”!

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(recensione pubblicata per l'edizione del 1984)
recensione di Starace, G., L'Indice 1984, n. 2

Il titolo del libro di Paul Davies crea un doppio senso di disagio: da un lato l'associazione così drastica tra due mondi tradizionalmente separati, quello religioso e quello scientifico, dall'altro l'uso di un aggettivo, "nuovo", riferito alla Fisica, che certamente non si concilia bene con la visione unitaria e progressiva di questa scienza. Occorre superare questo sia pur limitato disagio, leggere con attenzione il volume, inevitabilmente rifletterci un po' e decidere alla fine che, forse, l'autore aveva ragione. Infatti, volendo anticipare le conclusioni che si possono trarre dall'analisi del suo contenuto, si può dire che il significato principale del libro sta proprio nel mettere a confronto l'idea di Dio e la dimostrazione della sua esistenza con gli sviluppi della Fisica di questo secolo, in particolare con le conseguenze sia conoscitive che epistemologiche delle teorie relativistiche e quantistiche. Questo compito, indiscutibilmente arduo, viene affrontato dall'autore con semplicità e rigore esemplari. L'analisi più dettagliata del contenuto del libro ci dirà in che misura questo sforzo di sintesi e unificazione sia coronato da successo.
Nella prefazione Davies stabilisce con chiarezza quali siano gli obiettivi del suo libro, cioè quelli che egli chiama i Quattro Grandi Interrogativi dell'esistenza: Perché le leggi naturali sono quelle che sono? Perché l'Universo è fatto come è fatto? Come è nato ciò che costituisce l'Universo? Come si determina l'organizzazione dell'Universo? È ben noto come le religioni tradizionali, e quelle giudaico - cristiane in particolare, abbiano sempre fornito una risposta semplice e diretta a questi quesiti: Dio crea dal nulla l'Universo e lo governa secondo un piano provvidenziale. Davies tende a verificare queste risposte e soprattutto a stabilire se la visione tradizionale religiosa dei rapporti tra Dio e l'Universo regge all'impatto delle teorie scientifiche sull'origine e la natura dell'Universo.
I primi quattro capitoli sono pertanto dedicati a un'analisi storica del ruolo delle religioni e della scienza nel fornire modelli di spiegazione a questi fondamentali quesiti. Si prendono quindi in considerazione le prove tradizionali dell'esistenza di Dio, prevalentemente quelle di derivazione aristotelico - tomistica, e le si confrontano con le conoscenze che si hanno attualmente sull'origine dell'Universo e sulla natura dello spazio, del tempo e sulla causalità. La prima, parziale conclusione è che le attuali teorie fisiche, ben corroborate da osservazioni sperimentali, forniscono numerosi elementi di "autonomia" delle leggi fisiche che sono in grado, da sole, di legare in maniera coerente in una descrizione unitaria, materia, energia, spazio e tempo. In tal modo viene fortemente assottigliata la cornice tradizionale entro cui si collocavano le prove per così dire fisiche dell'esistenza di Dio.
Si passa quindi ad un'analisi dei fenomeni cosiddetti della vita, per stabilire se l'esistenza e la natura di questi fenomeni postulino necessariamente un intervento soprannaturale. In questo capitolo, come pure nei successivi dedicati alla "mente" e al "sé", Davies sottolinea come una visione olistica, cioè unitaria e sintetica dei fenomeni vitali e mentali possa fornire importanti chiavi di spiegazione e interpretazione dei fenomeni stessi, superando in tal modo un'inadeguata visione riduzionistica, pur senza ricorrere ad interventi trascendenti i fenomeni stessi. Una tale concezione olistica va trovando conferme dirette e quantitative nello studio dei sistemi complessi lontano dall'equilibrio termodinamico, quali sono appunto i sistemi biologici. Infatti, anche se lo studio in tali sistemi è in fase assai preliminare, pure si comincia a intravvedere la possibilità di descrivere e spiegare in termini quantitativi l'insorgenza in tali sistemi di strutture ordinate e, forse, autoreplicantisi. Davies illustra con numerosi esempi ed analogie (dualismo, onda-corpuscolo, rapporto tra "hardware" e "software") come le descrizioni olistica e riduzionistica non siano in contraddizione, bensì rappresentino aspetti e punti di vista complementari nell'analisi dei sistemi sia fisici che biologici. D'altra parte l'insorgenza di un livello per così dire superiore di descrizione in sistemi sufficientemente complessi, appare del tutto naturale e indipendente da riferimenti esterni all'ambito dei fenomeni stessi. Trattando più specificamente dei fenomeni della mente e della consapevolezza, si giunge all'esame di un settore della fisica, quello quantistico, in cui ruolo dell'osservatore e della sua consapevolezza diviene determinante e carico di implicazioni ancora tutt'altro che chiarite. La nascita e lo sviluppo delle teorie quantistiche hanno introdotto nello studio dei fenomeni fisici un aspetto di intrinseca imprevedibilità. Mentre da un lato le utilizzazioni in chiave tecnologica dei fenomeni quantistici sono enormemente diffuse e letteralmente alla portata di tutti, d'altro canto le conseguenze di natura epistemologica dell'interpretazione quantistica dei fenomeni microscopici sono ancora oggetto di approfondimento e di dibattito. Quanto lontano possano portare le interpretazioni della meccanica quantistica risulta evidente dalle teorie di Wigner e soprattutto di Everett, con la sua sconcertante ipotesi della possibile esistenza di infiniti universi, ciascuno dei quali si realizza in corrispondenza del cambiamento di stato quantico anche di un singolo elettrone. Dal punto di vista religioso le teorie quantistiche mettono in profonda crisi il concetto di causalità, un cardine su cui ruotavano le prove tradizionali dell'esistenza di Dio.
L'altro pilastro minato dagli sviluppi della fisica, e in questo caso si tratta della fisica relativistica, è quello del tempo. Nella meccanica relativistica il tempo non è più un ambito in cui si svolgono e si osservano i fenomeni e rispetto al quale è possibile stabilire delle rigide relazioni causali, ma diviene per così dire un parametro, una specie di grado di libertà che dipende dallo stato di aggregazione e di moto della materia. In condizioni limite ma realistiche, come ad esempio all'interno di un buco nero, il tempo perde qualunque significato in quanto l'enorme densità della materia determina un rallentamento del tempo fino al realizzarsi di una sorta di eternità localizzata. La doppia crisi del determinismo e del tempo genera nuovi e irrisolti problemi riguardo al libero arbitrio individuale e ai concetti di onnipotenza e volontà divine.
I capitoli successivi sono dedicati da Davies all'analisi della struttura della materia e dell'Universo alla ricerca di un disegno, un ordine che riveli nell'Universo le tracce di Dio. Questo itinerario serve all'autore per descrivere con non del tutto implicito compiacimento le tappe che hanno condotto la Fisica a una serie di successi e di schemi interpretativi, quali quello della unificazione delle forze, di straordinaria potenza e capacità esplicativa. Sia i fisici che i non fisici non potranno leggere queste pagine senza provare un brivido di emozione e sentirsi in qualche misura coinvolti in questa appassionante e, perché no, meravigliosa ricerca, fondata sulla "convinzione che la natura sia fondamentalmente semplice e matematicamente bella" (p. 221). Davies ammette esplicitamente che non è facile rinunciare all'ipotesi, sia pure soggettiva e non dimostrabile, che una forma di intenzionalità e razionalità appaia comunque nella struttura dell'Universo e dei fenomeni che vi si svolgono. Questa ipotesi viene ripresa nel capitolo dedicato alle teorie sulla fine dell'Universo.
Davies propone, sia pure sotto forma di possibilità largamente ipotetica, un'interpretazione di Dio come "coscienza universale" che pur situandosi all'interno della natura, ne determina il corso attraverso un processo di autoconsapevolezza di cui le leggi fisiche sono un'espressione. E sottolinea le analogie tra questa idea della divinità e quella delle religioni orientali. Ma anche ricorrendo a ipotesi audacissime su come si possa strutturare una mente universale di questo tipo nelle epoche passate e nel remoto futuro dell'Universo, neppure essa sfuggirebbe alla progressiva perdita di organizzazione verso cui le leggi della termodinamica inesorabilmente spingono il nostro Universo.
L'ultimo capitolo offre a Davies l'opportunità di tornare sugli aspetti per così dire estetici, bellezza, simmetria, semplicità della descrizione che la scienza fa della realtà fisica. Questi aspetti rendono per Davies più sicura la ricerca di Dio sulla strada della scienza che su quella della religione. Tuttavia il messaggio con cui egli si congeda dal lettore è che per la comprensione di se stessi e del mondo sono pure necessari gli aspetti etici ed estetici non riconducibili alla scienza in senso stretto.
Fin qui Davies. Vogliamo ora dire qualche parola di commento nel tentativo di estrarre il messaggio più autentico e profondo di questo bel libro. Io sarei tentato di trovarlo nella incrollabile fiducia (o fede "tout court") nelle capacità conoscitive ed esplicative della scienza e della Fisica in particolare. E anche nella necessità di sollevarsi a un livello di globalità e completezza per ricercare il senso della realtà, un'esigenza di globalità e completezza simile a quella che da sempre ha spinto gli uomini alla ricerca di Dio. A questa ricerca Davies non fornisce un termine o una soluzione, ma sicuramente solidi strumenti che credenti e non credenti possono utilmente adoperare nel proprio personale itinerario lungo questi ardui e affascinanti sentieri.