I dispiaceri del vero poliziotto

Roberto Bolaño

Traduttore: I. Carmignani
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 11 gennaio 2012
Pagine: 304 p., Brossura
  • EAN: 9788845926556
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Descrizione
Il sogno di ogni vero lettore, allorché, terminato un romanzo, sente nascere in sé una nostalgia acuta per i personaggi che ha appena abbandonato, è che prima o poi gli dicano: ecco un libro in cui ne ritroverai alcuni, di quei personaggi, e ti verranno narrate altre vicende che li riguardano. E anche se poi lo avvertiranno che non avrà un compito facile, perché lo scrittore confonde continuamente le piste e perché molti indizi lui, il lettore, dovrà andarseli a cercare da solo - ebbene, non esiterà ad accettare il rischio, e da vero lettore si tramuterà in vero poliziotto: colui che (come dice lo stesso autore) "cerca invano di mettere ordine in questo dannato romanzo". Inoltrandosi dunque nella trama fittissima e imprevedibile di queste pagine, rincontrerà alcuni dei personaggi di 2666: del professor Amalfitano scoprirà che è approdato in Messico dopo essere stato espulso dall'Università di Barcellona per omosessualità, e conoscerà il nuovo amante, un irresistibile falsario di dipinti di Larry Rivers (mentre del suo ex amante, un poeta malato di Aids, leggerà le impagabili lettere); ma ritroverà anche Rosa Amalfitano, di cui sembra innamorarsi il poliziotto Pedro Negrete, incaricato di indagare sul professore insieme allo scherano Pancho, erede di una dinastia di donne violate... Nel frattempo, si lascerà sedurre da digressioni letterarie impertinenti, classifiche irriguardose, biografie fittizie, atmosfere inquietanti, sogni rivelatori.

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    Cristiano Cant

    09/07/2018 09:38:20

    Certa neve umana è davvero troppo sporca, alcuni anfratti del cuore restano così inagibili, violentemente lontani da esili granelli di ragione o di luce che non resta che adagiarsi, da lettori, nel loro mistero, godendone i mille inattesi. Che cos'è la vendetta? Una stazione di treni ormai dismessi? Il gioco di un'ossessione ancora appesa? Rovine finalmente ordinate? L'autore la chiama "un luogo spento e deserto, dove l'immobilità regna sovrana". Ed è questa la falce che domina ogni gesto, ogni incalzante nervo della trama, echi di un passato troppo caldo per trovare degna e calma sepoltura negli avanti dei giorni, merce indimenticabile, troppo intrisa nei grani della pelle per diventare un giorno memoria sedata. "Il tempo è una falce feroce e veloce, non dà tregua, incalza con il latrato di mille segugi, stana, arriva, colpisce". Si deve amare su questa rotta sconnessa questo libro, su queste tratte perse e coltivate con gusto, raffinatezza, familiarità. Ci sono i libri, sempre esaltati e cari nel giro delle pagine, c'è il viaggio come distensione e tragedia insieme, ci sono i soldi, il collezionismo, e c'è l'amore in tutta la sua laida molteplicità, offesa e smacco, sfida e presunzione. Ma c'è anche un semplice collarino d'animale (raffinata trovata da giallo classico) con dentro qualcosa. Queste le mosse attorno a cui ruota la vicenda. Che è storia di un sogno infranto, di un dispiacere mai vinto, nascita e promessa spezzate, pensiero uguale a un vortice di presenza costante. I Pulcini incespicano, ma restano più che eleganti rispetto a tanta miseria umana che imperversa senza misura. Dario, Carlo, il male fra due fratelli si intromette come una sentenza che scuote e che divora, e che permette a qualcuno di cavalcarne il dramma per far quadrare nell'esattezza il proprio piano. L'Autore avrebbe forse amato una mescolanza in mille se stessi, ignoti e fraterni nel cielo della scrittura. Essi sono qui, altre mani e altra voce. Ma sempre uniti, Roberto,Luca,Cristiano.

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    pietro c

    10/05/2016 01:48:15

    Un libro duro. L'ultimo.

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    Maurizio Ricci

    05/01/2014 23:05:32

    Un'opera strana. Dopo la monumentale costruzione di "2666", con i riferimenti ad esso nella presentazione mi aspettavo qui magari una sorta di "spin-off" dell'opera principale....Invece non mi è rimasto dentro quasi niente: forse la cosa migliore di questo volumetto è il bellissimo titolo. Il voto tiene conto della mia ammirazione per il genio dell'Autore di "2666" e "Detective selvaggi"...forse sono io che non l'ho capito: chissà che rileggendolo...

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Nella baudelairiana oasi di orrore in mezzo a un deserto di noia vivono Oscar Amalfitano e la figlia Rosa, come sapevamo dopo aver letto 2666, ma adesso scopriamo il perché. Inoltre, possiamo ripassare la genealogia e la bibliografia di J. M. G. Arcimboldi, ora francese e più mondano, non più tedesco e meno maledetto. Infatti I dispiaceri del vero poliziotto si rivela, per la felicità dei fedeli che qui si trovano a casa, un cruciale antefatto del grande romanzo postumo dell'autore cileno. Frammenti, illuminazioni poetiche, fondamenta e fondali, oscuri meandri e deviazioni sorprendenti, energia centripeta che s'inserisce in quel mosaico o cantiere unico che Bolaño è andato perfezionando nel tempo fino a lasciarci un corpus che, pur interrotto dalla morte, assume un senso di compiutezza. Anche qui ci muoviamo tra diverse storie formalmente prive di un centro unificante (Bolaño non si limita mai a "raccontare una storia"), o di un ordine gerarchico che ci permetta di andare a dormire tranquilli la sera, ma comunque intimamente legate da un metodo concatenante nel tempo e nello spazio: ogni risvolto della trama cela un rapporto instabile e tuttavia alla fine evidente con il tutto. La quasi intollerabile tensione narrativa di altri romanzi di Bolaño qui si distende in campi d'azione più ampi e remoti, così, per esempio, il soldato agli ordini dell'esercito imperiale francese in Messico segnala una continuità con il poliziotto incaricato di vigilare Amalfitano a Santa Teresa, ma era lo stesso soldato che aveva stuprato il ragazzino Rimbaud accorso a combattere con la Comune di Parigi. Gli scenari si moltiplicano, molti sono quelli di sempre: Barcellona, Cile, Brasile, Messico, Francia, quell'unicum transnazionale visto da prospettive temporali molteplici ma guidate da propositi ben precisi. Percorsi che raramente si allontanano dall'orlo del precipizio e che considerano l'intreccio narrativo un confronto permanente con il pericolo, dove i nodi non si districano mai in soluzioni artificiose o consolatorie. Soluzioni non ce ne sono. Amalfitano insegnava letteratura: "E cos'è che impararono gli allievi di Amalfitano? Impararono a recitare a voce alta. Mandarono a memoria le due o tre poesie che più amavano per ricordarle e recitarle nei momenti più opportuni: funerali, nozze, solitudini. Capirono che un libro è un labirinto e un deserto, che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo s'impara a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l'amore". Ecco, l'amore: l'amore per Padilla, il poeta vagabondo di Barcellona malato di Aids che lavora a un romanzo inesistente; il ricordo dello straziante amore per la madre di Rosa, poetica figura idealizzata in un passato giovane e audace, caduta come una vittima dell'amore nelle interminabili fughe latinoamericane; e l'amore per la figlia adolescente, inseparabile dalla paura e dal rischio: "Rosa Amalfitano scoprì che suo padre andava a letto con gli uomini un mese dopo essere arrivata a Santa Teresa e la scoperta ebbe su di lei un effetto stimolante. Che noia! si disse citando inconsapevolmente l'eroina di un racconto di Bioy Casares che stava leggendo. Poi si mise a tremare come una foglia e a distanza di ore, finalmente, riuscì a piangere". E, infine, la memoria del primo amore: la passione e il rimpianto per la rivoluzione, quella follia perduta che segna il destino e la sconfitta di tanti personaggi di Bolaño. Le storie dei Dispiaceri del vero poliziotto, se non fosse riduttivo chiamarle così, non hanno un vero inizio e neanche una fine, si collocano nel mezzo dell'opera di Bolaño, sono parte, come antecedente o come conseguenza, di molte altre narrazioni che hanno dato vita e corpo ai suoi libri, varianti e correzioni di un unico senso di marcia che conduce a una meta incerta e sempre inquietante. Non siamo però davanti a una minaccia gotica o misteriosa, le carte sono sul tavolo, malvagità e bontà appaiono intrecciate e ineluttabili, le illusioni sono fuori luogo. Ma chi è il vero poliziotto? Il fascino della figura del detective in Bolaño permea completamente la sua idea della letteratura, i movimenti dei personaggi seguono indagini e tracce in un mondo che scivola sempre verso il peggio, o che sembra scivolare verso il peggio, e gli scrittori non saranno, non sembrano, mai innocenti. Il catalogo delle opere e degli amici e nemici di Arcimboldi (la consueta predilezione di Bolaño per gli inventari, qui arricchiti da esilaranti schede caratteriali e sessuali su molti scrittori famosi) rientra in questa prospettiva indagatrice che scava nei passaggi tra letteratura e delitto. Eppure il "vero poliziotto", un poliziotto per caso di cui si parla per la prima volta in questo libro, prodotto di una storia familiare comune nella desolata campagna messicana attraverso i secoli, è tutt'altro che un letterato. O forse è un letterato pure lui. Ma sarà meglio non dire di più per non guastare la lettura. Jaime Riera Rehren