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    Luana Montesi

    11/11/2001 13:20:40

    Marina è una voce femminile che trasgredisce un destino di silenzio, di solitudine. Marina è donna, è india, è io e altro contemporaneamente. Nel ritratto che ne fa Angelo Morino non possiamo non leggervi, però, anche una specifica ansia di donna la cui tensione, tutta interna alla sua cultura, la spinge nell'abbraccio della cultura europea personificata da Hernan Cortés. Un ritratto che si estende sino ad avvicinare il destino di Marina a quello del continente americano, anch'esso amato, violato, tradito ed in fine abbandonato alla solitudine iniziale.

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recensione di Acutis, C., L'Indice 1985, n. 1

MORINO, ANGELO, La donna marina, Sellerio, 1984
recensione Acutis, C., L'Indice 1985, n. 1

Si parla di donne o si parla dell'America? Nei due libri che Angelo Morino presenta a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro si raccontano storie di donne discorrendo dell'America. "La donna marina" appare, a un primo, immediato livello di lettura, come libro appartenente al genere biografico. È la storia della schiava messicana - forse un tempo principessa, nel crepuscolo di un incetto passato - donata a Cottés il 15 marzo 1519, agli inizi dell'impresa che lo avrebbe condotto alla conquista della città di Messico, sulla spiaggia di Tabasco e che, battezzata col nome di Marina, diventa sua interprete, sua amante e poi madre del suo unico figlio; della donna dal profilo sfuggente, che forse amò il condottiero come un dio venuto dal mare per essere infine abbandonata, una volta esaurito il suo compito di mediatrice tra due culture - quella dei vincitori e quella dei vinti - con il consumarsi dell'impresa di conquista e restituita al suo destino crepuscolare, di nuovo fuori dei confini della storia.
Le vicende della donna, il significato del cui nome indiano, Malinalli, come un oroscopo votava all'afasia, condannava al silenzio, e che un altro destino volle per una stagione interprete, con la parola, della storia, costituiscono dunque un tracciato biografico. Ma fin dalle prime pagine del libro la peripezia di Marina assume valenze emblematiche, il suo corpo di donna si trasforma impercettibilmente, sotto gli occhi del lettore, in un corpo, quanto il suo, amato e tradito, desiderato e violato: quello del continente americano.
Piuttosto che sul versante biografico, "Le Americane" inclina invece nella direzione della ricerca letteraria. Vi si discorre ampiamente di forme narrative - romanzi e testi epici - ma anche di pagine saggistiche che sono state fondamentali nel travagliato itinerario dell'America spagnola alla ricerca di una propria identità, quali quelle del "Facundo" (1845) dell'argentino Domingo Faustino Sarmiento. I tre capitoli in cui è ripartita la materia del libro - "Una peruviana a Parigi", "Non toccare la donna bianca", "L'eden nella foresta" -, dedicati rispettivamente al Settecento, all'Ottocento e al Novecento, ci parlano ancora una volta in un calibrato e continuo rimando dalla realtà alla finzione, soprattutto di vicende femminili. Sono storie di donne osservate nel loro difficile, conflittuale rapporto con la cultura e con la storia, spesso avvinte a una natura primordiale, barbarica o edenica che sia.
Il primo scritto, dedicato a Madame de Grafigny e al suo romanzo epistolare "Lettere di una peruviana" (1747), rileva l'ineluttabile necessità, anche per una donna del secolo dei lumi, di tradursi, per poter prendere la parola, nella lingua della cultura dominante. La peruviana Zilia che impara a raccontarsi in francese è metafora della stessa Grafigny, la quale traduce il proprio pensiero attraverso i filtri di una conoscenza che la affascina, che è l'unica da cui può iniziare una ricerca d'identità, ma che le è irrimediabilmente estranea. Nelle pagine che seguono, dedicate al tema della prigionia femminile negli accampamenti indiani, si muove un'inquietante - talvolta agghiacciante - rassegna di destini di donne proiettate dalla fatalità fuori dall'area della cultura che le ha fino allora, se pure invischiate in un destino di passività, garantite. In quegli anni duri di frontiera nell'America dell'Ottocento, alla donna bianca poteva capitare di trovarsi a lottare corpo a corpo con l'indiano, di esserne rapita, fatta schiava. E il ruolo per lei prestabilito, se incorreva in questa sciagura, era quello di indomabile custode del proprio onore o meglio, come sottolinea Morino, di tutrice di quell'inviolabilità di cui l'uomo occidentale aveva investito il corpo della sua donna e su cui aveva fondato il concetto del proprio onore. Pena l'essere restituita, se anche solo gravata del sospetto di un'infame debolezza, con il marchio obbrobrioso e per sempre indelebile del contatto contaminante con la non-cultura, civilmente defunta. Incombe sulle americane l'interdetto del contagio razziale, a cancellarne il desiderio di colei che trova luogo di vita solo quale strumento di generazione e di rigenerazione di una stirpe di eroi.
Nei testi di finzione che hanno per ambiente la selva, poi, l'eroe, spinto da un inconsapevole o meditato desiderio di fuga dalle costrizioni sociali e alla ricerca di spazi edenici, penetra la foresta con alle spalle storie personali ed esperienze diverse. I suoi itinerari possono essere labirintici o lineari, mitici o realistici, non importa. Al centro della selva è destinato a incontrare l'ineluttabile altro: la donna, oggetto di volta m volta di attrazione o di repulsione, strumento di perdizione ma forse ancora più spesso - come la Rosario del "Passi perduti" (19S3) di Alejo Catpentier - fonte della forza, dell'energia, del vigore che l'uomo trae dalla sua amorosa passività.
A cavallo tra i versanti del mito e della storia, Morino individua, nella parata di donne - di realtà o di finzione - che ci presenta, un mutevole atteggiamento nei confronti della maternità: mancata per volontà trasgressiva nella settecentesca protagonista delle "Lettere di una peruviana"; impossibile se destinata a procreare una razza meticcia nei testi ottocenteschi di frontiera; e infine ambigua - c'è una madre tellurica dispensatrice di vita, ma anche una madre infera dispensatrice di morte - nel romanzo latinoamericano del Novecento.
Ma l'America, è dunque soltanto un fondale per queste impietose quanto lucide analisi di fantasmi maschili, di destini femminili? In realtà tutte le donne ritratte in questi libri vivono in rappotto simbiotico con l'America. E l'America, come corpo colonizzato, è pur essa corpo di donna. I popoli colonizzati, ha osservato Adrienne Rich, sono definiti dai conquistatori come deboli, femminili, privi di cultura e bisognosi di civilizzazione. E d'altra parte possono anche essere ritenuti mistici, in contatto con il loro corpo e con la terra: tutti attributi della madre primordiale. E con ciò siamo ricondotti alle vicende di Marina e delle sue mitiche sorelle che, attraverso le loro nozze con il conquistatore, gli hanno aperto la via alla conoscenza - conquista di nuove terre, gli hanno permesso l'attrazione nell'area della cultura - luminosità maschile - di buie, selvagge e misteriose contrade. Ed ecco allora, nelle pagine finali della "Donna marina", a prendere per mano l'amante di Cortés, le sorelle Didone, Arianna, Medea. Arianna, che guida Teseo in quel labirinto che è simbolo del corpo femminile e materno, inconoscibile all'uomo, suo fascino e suo terrore. Medea che come Marina, per amore di Giasone, strazia il corpo del fratello, carne della sua carne, per poi essere abbandonata.
Questi due libri di Angelo Morino non hanno in comune soltanto la tematica trattata, ma pure la forma del discorso; anzi, dei discorsi, che si dispongono attraverso le pagine - individuabili anche graficamente - in tre fasce: quella della voce narrante dell'autore, quella della voce dei testi e infine quella delle chiose critiche attinte alla letteratura saggistica, talvolta ad appoggiare il primo discorso, talaltra a commentare il secondo. Si rispecchia in questa formula la strutturazione, del pari trimembre, di certe pagine di Manuel Puig narratore, uno degli autori privilegiati dal Morino traduttore, da quel Morino che ha al suo attivo la versione di oltre trenta romanzi latinoamericani. Anche nelle finzioni di Puig si snoda, al di sopra e al di sotto della trama del narrato, una doppia fascia di materiali di riporto: parole di tanghi, di canzoni, di vecchi film, i testi di Puig; letteratura ideologica o analitica, i supporti del suo narrare. Chi ha detto che tradurre sia un esercizio sterile e vicario?
Nella pagina critica di Morino, paradossalmente, l'isolarsi della voce che narra denuncia un desiderio dominante, che è quello del raccontare puro. Tanto che il lettore si sorprende spesso a domandarsi se si trovi di fronte all'esplicitarsi di un'esigenza di finzione oppure critica: se il filo del narrare lo affascina come un racconto, talvolta come una favola, non può non avvedersi che questo filo è solidamente ancorato a una documentazione storica e critica al di sopra di ogni sospetto. Ma che dobbiamo aspettarci dal prossimo libro di Angelo Morino? Ancora una volta un saggio critico brillantemente quanto disinvoltamente nutrito di erudizione oppure un racconto che avrà inclinato decisamente ormai verso la finzione?

Una saga della conquista del Messico non è mai stata possibile. Troppo opprimono le atmosfere irradiate dalle ottuse crudeltà dei conquistatori, dall'attonita rassegnazione delle vittime. Una sola immagine si presta a meraviglia. Quando i guerrieri di Montezuma, superiori per numero, videro la cavalleria spagnola, senza combattere si diedero al nemico. Agli aztechi, cavallo e cavaliere apparvero un'unica creatura, mostruosa e divina. Della schiava Marina - l'indiana donata a Cortés su una spiaggia del Messico, che di Cortés divenne traduttrice di lingua e di costumi - un commentatore tramanda l'entusiasmo trionfante di quando poté montare su un cavallo. è un episodio che si piega a varie interpretazioni: rivalsa simbolica del vinto o desiderio di far parte dei vincitori. Ma a leggere la storia di Marina, che in questo libro Angelo Morino ritesse sulla trama dei documenti della Conquista, il gesto diventa emblema di un destino di donna e di indiana rivoltato grazie al chiudersi del destino della sua gente; di una figura sospesa e contraddittoria che ha il rilievo tragico - più prossimo a Kierkegaard che a Euripide - dell'unico eroe di una saga impossibile.