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Editore: Franco Angeli
Anno edizione: 2004
Pagine: 400 p.
  • EAN: 9788846452894

Il binomio donne/giornalismo evocato nel titolo richiama un doppio registro - donne che scrivono e donne che leggono -, ciascuno dei quali include innumerevoli filoni di indagine. Da una parte la lenta e per molti versi contraddittoria affermazione di una stampa specificamente rivolta alle donne, e la ancora più lenta affermazione della presenza delle donne a livello di collaborazioni, di redazione e direzione. E, naturalmente, la variegatissima e mutevole attraverso il tempo tipologia dei periodici femminili. Dall'altra parte la progressiva creazione di un pubblico di lettrici, che presuppone non solo l'accesso alla cultura scritta e a una discreta istruzione, ma anche la disponibilità economica all'acquisto di libri e giornali e la disponibilità di tempo da dedicare alla lettura. E ancora, l'evoluzione del panorama editoriale e l'adozione di innovazioni tecnologiche che contribuiscono ad allargare le fasce di pubblico.

Si tratta di processi che i saggi qui raccolti riescono a incrociare costantemente ed efficacemente, dando vita a un volume che ci restituisce uno spaccato inedito di storia della cultura. Un volume che ha una duplice caratteristica e un duplice merito: di costituire una rassegna degli studi - che presero il via negli anni settanta del secolo scorso sotto la spinta della riscoperta delle radici dell'emancipazionismo e della questione femminile, ma furono vitalizzati dall'introduzione della prospettiva di genere e dall'esplosione dell'interesse per la storia del giornalismo - e di aprire fronti fino ad ora poco esplorati; tutto ciò assumendo come fuoco dell'attenzione l'Italia, per un arco cronologico che va da fine Settecento al secondo dopoguerra, con lo sguardo attento però al resto dell'Europa. Costruito secondo una partizione tematica volta a individuare i percorsi - vi è la stampa prevalentemente di moda e quella dichiaratamente politica -, a esemplificarne le tappe in termini di presenze, e ad articolare il discorso nazionale secondo profili regionali quanto mai utili nel caso italiano, il volume va ben oltre il piano delle istantanee e ci offre nel suo insieme una sorta di filmato dell'evoluzione complessiva di processi reciprocamente alimentati.

La scena si apre sulla Francia del Settecento, in cui prendono corpo le prime iniziative di giornali indirizzati alle donne e dedicati alla moda, iniziative destinate a essere imitate in tutto il resto del continente e anche oltre. Per l'osservatorio italiano un tornante significativo è rappresentato dalla metà dell'Ottocento, quando il fervore di rinnovamento del 1847-48 imprime una forte spinta alla ridefinizione delle imprese editoriali; il clima segnato dalla reazione postquarantottesca e gli anni cinquanta contribuiscono inoltre a configurare i termini di una riforma dei costumi domestici, della gestione degli spazi e dei comportamenti privati e familiari, focalizzando l'attenzione sul ruolo della donna come madre ed educatrice e rimandando più o meno scopertamente al tema del risorgimento morale e civile della nazione. L'immagine sempre più frequentemente veicolata è quella della donna istruita/educata, capace di assolvere un ruolo cruciale nella famiglia, nella società, nella nazione, dotata di un carattere alieno da ogni eccesso, ma aperto alle novità del tempo.

Attori nuovi e con parti inedite appaiono a partire dagli anni settanta, quando si assiste a una vera e propria esplosione di donne impegnate a organizzare, dirigere e scrivere periodici per le donne, in un contesto singolarmente attento a quella che viene definita la "questione della donna", all'interno della quale il problema dell'accesso alla sfera politica riveste - sulla scorta del suffragismo inglese - una rilevanza predominante. Si tratta di un processo destinato a un'ulteriore evoluzione, soprattutto con la nascita - intorno alla svolta del secolo - di una produzione editoriale specificamente rivolta alle donne sia nell'ambito del partito socialista che in quello del movimento cattolico; una produzione soggetta a incremento nell'immediato primo dopoguerra, quando il mercato delle consumatrici di carta stampata - grazie anche al protagonismo assunto dalle donne negli anni della guerra - tende ad allargarsi.

È tuttavia l'affermazione dei regimi fascisti a spazzare via ogni voce politica ed emancipazionista; tacciono anche le testate di categoria, che avevano registrato una grande fioritura dall'inizio del secolo, lasciando spazio a fogli con chiare finalità di propaganda. Si tratta per lo più di un'editoria protetta, marginale, fuori mercato, con una presenza femminile assai ridotta rispetto a mezzo secolo prima.

Ma proprio sugli anni venti e trenta i saggi inclusi nel volume ci inducono a una notevole cautela circa una presunta compattezza di una indistinta stampa femminile. Anche per quanto riguarda l'Italia, le immagini che ci restituiscono i saggi di Perry Willson sui periodici rivolti alle "donne dei campi", e di Silvia Salvatici sull'introduzione del rotocalco, sono alquanto distanti. Se da un lato consulenza tecnica, contenuti propagandistici e temi patriottici sono finalizzati a intenti di valorizzazione e di integrazione sociale subalterna, dall'altro la rapida diffusione del rotocalco contribuisce all'introduzione di temi nuovi - dal cinema allo sport - e a un sensibile rinnovamento del linguaggio. La rivoluzione dei prezzi collegata all'introduzione delle grandi tirature allarga notevolmente le fasce di pubblico nella direzione dei ceti medi, i quali, negli anni trenta, non solo crescono numericamente, ma indirettamente impongono la ridefinizione di parecchie figure professionali femminili. Dall'analisi di Silvia Salvatici emerge la veicolazione di modelli femminili che solo in parte assecondano le immagini proposte dal regime, e sovente si contrappongono, o comunque sfuggono, all'oleografia della sposa e della madre esemplare.

Il quadro del periodo tra le due guerre appare dunque estremamente mosso e ulteriormente arricchito nel volume dall'analisi di Ornella De Zordo del settimanale politico femminile londinese "Time and Tide": fondato da una donna che ne detiene anche la proprietà, diretto da una donna e con una redazione tutta femminile che si propone come erede di un passato di marca suffragista e ha fra i suoi intenti dichiarati la diffusione delle tematiche della parità culturale, parità di diritto al lavoro, eguaglianza retributiva ed economica, perfetta equiparazione nei diritti civili e politici. Si tratta di temi solo parzialmente ripresi in Italia nel tornante fra caduta del fascismo e secondo dopoguerra dalla stampa cosiddetta "militante", nettamente minoritaria rispetto alla stampa femminile di massa, giudicata peraltro con estrema durezza. Molte sono poi le osservazioni che il saggio di Anna Rossi Doria sollecita. Due però mi sembrano centrali: in primo luogo la sostanziale affinità nella stampa di sinistra e in quella cattolica quanto a presenza e assenza di temi, e tra le assenze vanno registrati i diritti civili delle donne; e ancora il divario - sia nella stampa di sinistra che in quella di matrice cattolica - tra emancipazione negli spazi pubblici e conservatorismo nella vita privata: una rappresentazione che sicuramente riflette la realtà, ma almeno in parte contribuisce a conservarla e riprodurla attraverso la ridefinizione dei ruoli maschili e femminili.

L'insieme delle scene e delle sequenze evidenzia in ogni caso un tratto di fondo della stampa femminile, destinato a rimanere invariato nel tempo e a prescindere dal genere: la coesistenza fra intrattenimento e impegno, forse, con migliore definizione, fra intrattenimento e intento pedagogico. Non solo, ma l'onnipresente impronta pedagogica risulta nettamente prevalente - anche nella stampa politica ed emancipazionista - rispetto alla rivendicazione dei diritti. Le chiavi di lettura possono essere molteplici, ma una - suggerita dalle stesse curatrici del volume nel corso di un dibattito pubblico - mi sembra convincente e in grado di aprire ulteriori scenari di indagine: che cioè la strada dell'esercizio di nuovi doveri - verso se stesse questa volta, a iniziare dal dovere all'istruzione - sia consapevolmente scelta dalle donne variamente impegnate nel mondo del giornalismo in quanto meno dirompente e dunque nel tempo più efficace rispetto a quella della rivendicazione dei diritti.

Parecchi - si diceva - i terreni di riflessione ancora poco esplorati e suggeriti da queste pagine. Due su tutti mi paiono ancora degni di nota: il rapporto fra letteratura e giornalismo e quello fra testo e immagine, interpretati qui nella chiave della compenetrazione e della complementarità, e mai della giustapposizione.