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Natalie Zemon Davis

Traduttore: M. Gregorio
Editore: Laterza
Anno edizione: 2008
Pagine: 472 p., Brossura
  • EAN: 9788842082200
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Il pubblico italiano conosce Natalie Zemon Davis dagli anni ottanta dello scorso secolo, quando presso Einaudi Sandro Lombardini tradusse dall'inglese una raccolta di splendidi saggi sulla Francia di età moderna (Society and Culture in Early Modern France,1975, con testi apparsi dal 1965 in avanti, edizione italiana: Le culture del popolo. Sapere, rituali e resistenze nella Francia del Cinquecento, 1980) e il piccolo libro Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento (prima edizione francese nel 1982, poi inglese nel 1983, infine italiana nel 1984, con postfazione di Carlo Ginzburg). L'inclinazione alla narrazione biografica manifestata nel passaggio dagli studi del 1965-1975 al Martin Guerre,e poi in altri lavori, viene ripresa e culmina con questo Trickster Travels. A Sixteenth-Century Muslim Between Worlds, tradotto in italiano da Maria Gregorio per Laterza con un titolo dove la trickery è resa con una Doppia vita che sottolinea il momento della dissimulazione e dell'inganno: non una finzione volontaria come quella di Martin Guerre, ma una finzione imposta dall'intolleranza dei due mondi, islamico e cristiano, tra i quali si mosse la vita di Leone.
In realtà la religione di al-Hasan al-Wazzan (tale il vero nome) fu una e una sola. Egli nacque e morì nella fede dell'islam, e la fase cristiana che lo vide battezzato e nominato Giovanni Leone non fu se non una parentesi: parentesi notevole non tanto per la durata (nove anni), quanto perché in essa si iscrisse la produzione culturale dell'insigne prigioniero del papa, segnatamente la Descrittione dell'Africa che sarebbe stata la sua opera più celebrata, compiuta nel marzo del 1526, edita a stampa da Giovanni Battista Ramusio nel 1550 e destinata a grande successo.
Al-Hasan era nato a Granada fra il 1486 e il 1488, pochi anni prima della conquista cristiana dell'ultima formazione politica islamica in Spagna. Dopo la resa di Granada la famiglia di al-Hasan si trasferì in Marocco, a Fez, e qui conobbe una bella ascesa sociale, con una figura eminente della famiglia, lo zio di al-Hasan, diplomatico al servizio del sultano di Fez. Al-Hasan seguì ampi studi letterari, giuridici e religiosi e iniziò presto una serie di viaggi diplomatici verso l'Oriente, sino in Asia centrale, e in Africa, nelle regioni e negli stati a sud del Sahara, la "Terra dei neri". Mentre l'impero di Bisanzio era crollato da due generazioni di fronte all'espansione turca, il versante occidentale dell'Africa vedeva la società islamica sulla difensiva contro le penetranti conquiste e scorrerie portoghesi e spagnole. Fu in questo quadro di scambi di informazioni e di trattative che si mosse al-Hasan e fu nel corso dei suoi viaggi mediterranei che la nave su cui stava rientrando a Fez venne assalita e catturata, nell'estate del 1518, dal pirata spagnolo Bobadilla, fratello del vescovo di Salamanca e in relazione con la curia romana. Accertata l'elevata condizione del prigioniero, il pirata ne fece insigne dono a Leone X, e nell'autunno al-Hasan iniziò in Castel Sant'Angelo una dorata prigionia, con ampia libertà di movimento.
Il 6 gennaio del 1520 al-Hasan fu battezzato con il nome di Ioannes Leo da quel papa promotore di crociate, dopo il consueto periodo di catecumenato: la professione di fede cristiana, a detta dell'autrice, fu "in parte coartata", ma susseguente ad ampie discussioni religiose e infine non scevra di "più complessi pensieri, sentimenti e orientamenti". Dopo la morte del papa (dicembre 1521), Giovanni Leone rimase in familiarità e conversazione con la curia e con gli eminenti personaggi dell'apparato pontificio e della cultura, molti dei quali erano stati presenti al battesimo, segnatamente il cardinale umanista Egidio da Viterbo. Zemon Davis propone una ricostruzione di quell'ambiente e delle persone con le quali è accertata o ipotizzabile una frequentazione del convertito, da Pierio Valeriano a Paolo Giovio: "Non è difficile immaginare Giovio mentre tempesta il nordafricano di un gran numero di domande su un gran numero di personaggi"; peccato che nessuno di questi presumibili interlocutori abbia poi mai citato il nordafricano.
Libero, verso il 1523, di muoversi anche al di fuori di Roma, Giovanni Leone incontrò a Bologna l'ebreo Jacob Mantino, medico, traduttore di Mosè Maimonide e di Averroè, per impulso del quale collaborò a un dizionario ebraico-latino-arabo. Avrebbe composto in seguito un trattato di grammatica e di metrica araba e una serie di altri testi, di carattere storico, biografico, geografico. Era un enciclopedismo rivolto "a lettori europei, con lo scopo di introdurli al mondo dell'islam", con l'adozione del latino, talora preceduto da una redazione in lingua araba. Era una creatività intensa, sfociata nel Libro de la Cosmographia et Geographia de Affrica, concluso nel marzo del 1526, tradito in un unico manoscritto in lingua italiana (Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, ms. V.E. 953) e pubblicato a stampa con varianti dal Ramusio un quarto di secolo dopo.
L'autrice descrive a lungo quest'opera, richiamando la grande tradizione di scritture geografiche del mondo arabo e le fonti di Giovanni Leone, sottolineando la "duplice prospettiva", "tra Africa ed Europa" e cercando di mettere in luce i giudizi di valore che emergono dall'interno di una scrittura fondamentalmente descrittiva e "relativamente imparziale". Di particolare rilevanza il giudizio sulla necessità della religione per la qualifica positiva di una popolazione, con la preferenza per l'islam ma l'accettazione, in ipotesi, delle fedi cristiana ed ebraica, fondate su un profeta e su una scrittura. Quanto alle espressioni negative formulate in due soli luoghi sulla fede islamica, sembra difficile ricondurle al dettato originale di Giovanni Leone: il pensiero dell'autrice su questo punto non mi è chiarissimo, mentre appare articolata e fondata l'asserzione di una presa di distanza espressa nell'Affrica rispetto a tendenze per così dire rigoriste ed eccessive di determinati settori del mondo islamico (alcuni sufi e gli sciiti). Leone risulterebbe "non infiammato di passione per il jihad,la guerra santa" e pieno di "riserve (…) in merito alla guerra contro gli ebrei".
La più grande incertezza regna sulla vicenda umana di Leone dopo la sua fuga da Roma, avvenuta sulla scia del disordine causato dal sacco del maggio 1527 e conclusa con una residenza a Tunisi attestata nel 1532. Oscura è anche la sua storia negli anni che videro la conquista di Tunisi a opera di Carlo V, alleato con il sultano detronizzato da Khayr al-Din "Barbarossa", e la permanenza della guarnigione spagnola sino alla nuova caduta del sultano, nel 1542. Né si conoscono opere scritte da al-Hasan in questo secondo periodo africano della sua vita. L'autrice ritiene che il silenzio sia da imputare al mancato inserimento in una rete di ascoltatori e lettori, dopo la parentesi italiana e la sua brusca interruzione. Il "lascito scientifico" di Leone è dunque tutto "racchiuso negli scritti rimasti in Europa". E il testo più fortunato rimane, anche grazie alla traduzione del Ramusio, la descrizione dell'Africa.
Grazie sopratutto a esso al-Hasan/Leone avrebbe avuto una notorietà continua, e la sua storia e la sua opera sono tutt'altro che una terra sconosciuta. Nell'introduzione Zemon Davis rende conto della nutrita serie degli studi, anche molto recenti, sino a un convegno parigino nel 2003, e di una dilatazione dell'interesse per il personaggio tale da ispirare un romanzo (Amin Maalouf, Léon l'Africain, 1986). L'attenzione per Leone l'Africano è stata dunque intensa, oscillando tra la fatica erudita (che comprende un'edizione critica dell'Africa a opera di Dietrich Rauchenberger) e l'invenzione letteraria. L'autrice ha scelto, dal suo canto, una sorta di "terza via": partendo dai dati certi, ha costruito attorno a essi un tessuto di verosimiglianze, possibilità, probabilità quanto alla biografia, gli incontri, le letture, i pensieri. "È possibile", "probabilmente", "certamente", "forse" sono gli stilemi correnti, spesso in serrata sequenza. Ne risulta a volte una fluidità del confine tra storia e invenzione, non senza un auspicio sulla possibile evenienza di ciò che non accadde e non poté accadere, come nel finale del libro: "Ah, se François Rabelais si fosse recato in Italia soltanto dieci anni prima e avesse conversato con al-Hasan (…), magari in compagnia di Jacob Mantino!".
È questo "possibilismo" che apre lo spazio alla ricorrente lettura dell'opera di Leone in chiave di non intransigenza religiosa, di una curiosità per i costumi dei popoli che adombrerebbe un anelito alla creazione di legami, allo scambio delle culture e, in definitiva, alla costruzione di una via di pace "in un mondo diviso dalla violenza". Supportata su una meravigliosa erudizione, completezza bibliografica e ricchezza di riferimenti storici e culturali, tutte cose delle quali non era possibile dare conto in questo breve spazio, questa interpretazione "irenica" può forse lasciare nell'ombra al lettore non professionale l'irriducibilità del conflitto religioso e politico di quel secolo, e le vie, le vie reali e non ipotetiche, attraverso le quali da quelle tragedie emerse una nuova razionalità, anche attraverso un "libertinismo" e una serie di riflessioni sui costumi dei popoli rispetto alle quali la "curiosità" di Leone appare a chi scrive, pur attraverso le simpatetiche pagine di Zemon Davis, assai superficiale e priva di implicazioni ideologiche di rilievo.
Paolo Cammarosano