Categorie

Richard A. Goldthwaite

Traduttore: G. Arganese
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2013
Pagine: 864 p. , Rilegato
  • EAN: 9788815246608
  A distanza di quattro anni dalla pubblicazione originale della Johns Hopkins University Press, esce in traduzione italiana la monumentale monografia dedicata da Goldthwaite alla storia economica di Firenze nei secoli XIII-XVI. L'autore, studioso di fama internazionale, noto per i suoi lavori sulla ricchezza delle famiglie patrizie, la banca e le manifatture tessili, l'edilizia religiosa e quella laica (tanto pubblica quanto privata), la domanda e il consumo di opere d'arte, ha sempre amato "mescolare" l'analisi dei fenomeni economici con temi cari alla categoria del Rinascimento. Da questo punto di vista Firenze non poteva offrire miglior campo d'indagine, non soltanto per lo straordinario patrimonio artistico e letterario della città, ma anche in virtù della maggiore collezione mondiale di fonti emanate da aziende mercantili, finanziarie e manifatturiere: libri contabili, carteggi commerciali, estratti conto, lettere di cambio, assegni, polizze assicurative. Ed è proprio su questa documentazione che gli storici delle arti figurative (italiani e stranieri) si affannano alla ricerca dei nomi e dei compensi di scultori e architetti, pittori e miniaturisti, niellatori e incisori, così come dei prodighi mecenati che avevano registrato, nelle loro carte patrimoniali, i pagamenti per le opere d'arte richieste. L'inconsueto connubio tra la dimensione economica e quella artistica permette a Goldthwaite di paragonare una tra le più tipiche acquisizioni del moderno capitalismo sin dai tempi di Max Weber e Werner Sombart, ovvero la contabilità in partita doppia, con il simbolo per eccellenza del Rinascimento: la prospettiva. In entrambi gli ambiti lo spirito razionale e geometrico-matematico della civiltà fiorentina raggiunge le massime vette, supportato da una volontà di osare, creare e trionfare. L'economia diviene quindi il soggetto per un'opera d'arte. Come se Jacob Burckhardt e Joseph Schumpeter fossero gli immaginari ospiti d'onore di un ricevimento nella Villa I Tatti di Bernard Berenson. Il volume è diviso in due parti. Le precede una lunga introduzione sulla crescita di Firenze nel XIII secolo, nel contesto della coeva rivoluzione commerciale italiana e toscana. La prima sezione è quindi dedicata a quelle attività che, per quasi tre secoli, fecero della città del giglio una delle capitali del nascente capitalismo europeo. Come esordisce Goldthwaite in un tono quasi ieratico: "La forza di Firenze nel commercio e nella finanza internazionale era la sua rete estera". E certamente nessuna città italiana ha potuto vantare compagnie d'affari così capitalizzate e dagli interessi tanto ramificati (da Napoli a Londra, da Cipro a Bruges, da Avignone a Lisbona, da Barcellona a Budapest): i direttori delle grandi società operanti nei principali regni feudali europei erano spesso tesorieri e banchieri dei sovrani e, all'occorrenza, loro ambasciatori. La rete delle imprese e la conoscenza dei meccanismi più complessi in fatto di commercio e di finanza, pur nel variare della congiuntura a breve e medio termine, costituirono a lungo una leva fondamentale per dominare i traffici internazionali. La "gente nova e i subiti guadagni", oggetto del disprezzo di Dante, furono in grado di inondare di denaro i fondaci cittadini, e questo nonostante Firenze non riuscisse mai una divenire una città-emporio, secondo il modello di Venezia e di Bruges o delle principali capitali politiche del continente: l'azione dei mercanti all'estero sopperiva all'assenza di clienti in patria. Che destino seguisse l'enorme ricchezza ammassata nel "terziario" è materia della seconda sezione del volume, più ampia e più attenta alle dinamiche interne cittadine rispetto alla prima. Si comincia con il descrivere organizzazione, evoluzione e performance della manifattura tessile. L'arte della lana nel Trecento (e di nuovo nel XVI secolo) e quella della seta tra Quattrocento e Cinquecento raggiunsero vette ragguardevoli sotto il profilo quantitativo e soprattutto qualitativo. Il loro sviluppo fu in larga parte una conseguenza dei successi in campo commerciale e finanziario prodotti dalla rete internazionale. Senza di essa difficilmente si sarebbero imitati, con un procedimento che ricorda fenomeni contemporanei, prima i panni di lana delle Fiandre e del Brabante e successivamente i drappi lucchesi, genovesi e veneziani. Ma le manifatture tessili rispondevano anche ad altri scopi. Permettevano di diversificare i rischi imprenditoriali, investendo capitali in aziende meno remunerative di quelle mercantili e tuttavia dal basso profilo di rischio. Esse avevano inoltre il grande vantaggio di fornire impiego a una parte cospicua della popolazione cittadina (e dei sobborghi), così da sostenere il tenore di vita di artigiani e salariati. I loro consumi, ovvero buona parte della domanda interna, risentivano positivamente di questi comparti industriali. E in generale una folla di artigiani, più e meno legata al comparto tessile, riceveva commesse e possibilità di arricchimento dalla particolare propensione alla spesa da parte del ceto mercantile e imprenditoriale fiorentino. Dell'intero milieu artigiano si indagano carriere individuali e percorsi familiari, sottolineando le ampie possibilità di successo economico e di conseguente ascesa sociale. Ma si sottolinea anche la relativa libertà e imparzialità del regime fiorentino in tema di regolamenti e tribunali corporativi, fatto che permise una crescita del capitale umano giudicata dall'autore come "il massimo successo nella performance di qualsiasi economia". Senza questo approccio "liberale" in tema di mobilità e crescita professionale difficilmente la civiltà fiorentina avrebbe imboccato la strada che portava a considerare l'artefice un artista: "Nessuna attività artigianale europea guadagnò (…) un prestigio culturale pari a quello dei pittori fiorentini". Si tratta di una posizione storiografica originale, nella quale il senso di un'intrinseca armonia prevale indubbiamente sugli aspetti più aspri e conflittuali. La dinamica sociale ne risulta come "edulcorata" e l'esempio più macroscopico da questo punto di vista è la marginalizzazione del Tumulto dei Ciompi a episodio straordinario riconducibile a circostante quasi irripetibili. Sulla stessa scia si colloca il lungo capitolo dedicato al credito e alle istituzioni bancarie cittadine operanti tra XIV e XVI secolo. La linea di tendenza pare quella di una crescita progressiva degli enti (privati, pubblici e semipubblici) preposti alla raccolta e alla valorizzazione del risparmio. Il cinquecentesco boom del Monte di Pietà come banca che accettava depositi a interesse è per Goldthwaite un'altra testimonianza del benessere diffuso tra gli strati medi e medio-bassi della città, finalmente messi nella condizione di far fruttare i guadagni accumulati nelle professioni artigiane. A questa economia, così ben costruita e armonizzata, mancava secondo l'autore soltanto una cosa: lo spirito di competizione nel senso anglosassone del termine. Per questo la riflessione teorica che maturò intorno alla politica come disciplina di studio non ebbe motivi di applicarsi anche alla sfera economica. L'assenza di competizione individuale era in fondo frenata proprio dallo spirito di corpo che animava sostanzialmente la rete internazionale: il maggiore fattore di forza, alla lunga, si sarebbe rivelato il principale ostacolo per la piena trasformazione in senso moderno dell'economia fiorentina.   Sergio Tognetti