Un' educazione milanese

Alberto Rollo

Editore: Manni
Collana: Pretesti
Anno edizione: 2016
Pagine: 317 p., Brossura
  • EAN: 9788862667401
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    Alberto

    16/10/2017 10:30:34

    Ho letto con interesse quest'opera prima (che resterà anche unica ?) di Alberto Rollo incuriosito perchè inserita nella cinquina finale, pur non essendo un romanzo che, a mio modestissimo avviso, già è un NON requisito per un premio letterario. Decisamente di difficoltosa lettura ed interpretazione nelle lunghe pagine in cui l'Autore esprime i suoi sentimenti i suoi desideri le sue opinioni. Non so se volutamente o se per naturale modo personale di esporre sono passi ostici da capire. Interessante i molti riferimenti alla Milano sua città natale e culla di educazione (da cui il titolo che comprende la famiglia ed il contesto di amici e compagni di scuola), sia topografici che della storia recente degli ultimi cinquant'anni, in particolare gli anni'70 definiti di piombo da Montanelli. Giustamente quinto in classifica finale.

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    virginio

    25/08/2017 08:57:02

    Narrazione interessante , ma tremendamente pesante e poco scorrevole. Avrei scisso in più capitoli il romanzo in modo da renderlo più scorrevole.

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    Giovanni

    17/08/2017 15:26:18

    Incuriosito dalle origini salentine dell'autore e dall'entrata nella cinquina dello Strega, ho letto quest'opera prima di Rollo. E' la storia di un giovane che costruisce la sua formazione intellettuale partendo da una condizione familiare operaia, ancorata a valori molto solidi e laici. Mi piace la figura del padre, archetipo di una classe operaia la cui nobiltà e e il cui discerimento contribuiscono alla crescita economica e morale del paese, poi delusa nei nostri anni più recenti. Molta di questa lezione paterna ed anche della madre sarta si ritrova nei riferimenti di fondo dell'autore che evolve poi verso una dimensione intelletuale ben diversa. Interessante il contesto degli amici e lo sfondo milanese certamente decisivi entrambi per l'esito formativo del nostro. Nel complesso un buon esordio

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    Massimo

    14/03/2017 20:26:37

    un viaggio nel passato e nel sentimento di una città con gli occhi e il cuore di chi è cresciuto insieme a una comunità. Si assapora il sentimento, il piacere della lotta, della fatica, della sconfitta, avendo come traguardo un paese migliore con generosità e sincerità. La città rivive anche per chi non è milanese. Sullo sfondo una sensazione di delusione e incompiuto perché nonostante gli sforzi e le speranze non tutto si è avverato come era nelle attese.

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Com’è che si appartiene ad una città? C’è qualcosa di tribale in questa restituzione di identità. E c’è qualcosa di antico nel riconoscere quanto può essere contaminante quell’appartenenza.

Impossibile non paragonare il libro di Rollo al vincitore dello Strega 2016, la “Scuola Cattolica” di Albinati. Entrambi sono romanzi mondo che rappresentano il testamento generazionale dei nati tra gli anni cinquanta e i sessanta.  Per accumulazione vengono rievocati i luoghi di incontro, i punti di riferimento culturali e politici di un nucleo che anagraficamente comincia a sentirsi pericolosamente “passato”.

Le differenze tra i due libri riguardano le città ritratte, Roma per Albinati e Milano per Rollo, nonché l’estrazione sociale dei personaggi. Mentre Albinati ha ricostruito la Roma piccolo borghese degli anni settanta, Rollo racconta la Milano proletaria che si emancipa economicamente dopo il boom. Il punto di partenza è il capitolo in cui l’autore racconta, in un tono quasi elegiaco, di quella “educazione milanese operaia”, da cui avrà luogo quella grande Milano che dominerà l’immaginario italiano, diventando la città operosa per antonomasia, animata da quell’inconfondibile genius loci imprenditoriale divenuto luogo comune.

La specifica estrazione sociale di cui parla Rollo, il proletariato industriale da cui tra l’altro proviene, si è trasformata insieme alla città a livello edilizio, architettonico e socio-economico. La fisionomia dei coscritti della generazione dei Rollo muta insieme alla città soprattutto a livello linguistico, assorbendo il gergo anfetaminico che ha creato i mostri dell’apericena e quegli altri luoghi dell’anima smaccatamente milanesi. Rollo racconta quindi in prima persona questa trasformazione, costruendo un romanzo-mondo generazionale che si snoda lungo un immaginario binario che diffonde a macchia d’olio la propria biografia e soprattutto quella di Milano.

Da capitale morale a capitale della moda, la Milano da bere, che doveva per forza trasformare in oro tutto ciò che toccava, ha smarrito le proprie radici. Da artefice della propria grandezza, Milano è diventata vittima di se stessa. Rollo stesso avverte questo smarrimento. Da giovane sessantottino figlio di immigrati meridionali, innamorato della sinistra extraparlamentare che lottava contro i fascisti di San Babila, è diventato un agiato borghese e un punto di riferimento fondamentale dell’editoria italiana.

Come il quartiere Isola, da sobborgo popolare a ospite dell’alta finanza, sormontato dai nuovi grattacieli che hanno ridisegnato la città. Rollo scrive una biografia che in realtà è la ricerca di un’identità collettiva, l’indagine di una fraternità metropolitana che mai smetterà di legare chi è stato testimone di quella Milano.

Recensione di Matteo Rucco

 


Alberto Rollo, vivere e scrivere

Un’educazione milanese di Alberto Rollo è un libro atipico, come ci comunica, fin dalla soglia, la dialettica tra il titolo Un’educazione milanese, appunto, e il sottotitolo Il romanzo di una città e di una generazione, in un assemblaggio assai peculiare di materiali, dove l’autore ci parla sin da subito di ricordi e di memorie personali e della città dove vive, giocando con forme e scritture, tra i ricordi di egotismo stendhaliani, declinati alla Foscolo, e i modi e i modelli di Berlino-Sinfonia di una grande città di Ruttmann, trasposti su Milano.

Il testo si può davvero leggere come una sorta di sinfonia in quattro tempi; la narrazione si apre con uno squarcio govoniano, quasi crepuscolare: Alberto bambino si perde, mentre è con il padre in piazza Prealpi, nella folla che ascolta alcuni suonatori di fisarmonica. I suonatori sollevano il bambino e chiedono: “Milano lo vuole?”. Questa frase, anfibologica e persino ambigua, diventa insieme alla canzone dei musicanti il basso continuo, il leitmotiv dell’intero libro. Da questa apertura, che svolge anche la funzione di motore narrativo della scrittura, si passa al primo momento, ai ricordi d’infanzia, quando Alberto cresce tra Via Grigna, Piazza Prealpi e Via Mac Mahon, con l’affetto e l’insegnamento dei genitori, la madre sarta e il padre prima operaio, poi impiegato ed infine piccolo imprenditore/artigiano metalmeccanico in proprio, ma sentendosi sempre, in prima persona, lavoratore, la cui cultura è quella operaia del P.C.I.. L’attività della madre, e cioè il cucito, è metafora non solo del testo come tessuto, ma del lavoro ben fatto, dell’attenzione ai particolari, e proprio qui si incontra e si unisce indissolubilmente con l’orgoglio paterno per il lavoro a regola d’arte. In questo viaggio i quadri delle relazioni familiari, di parentela, di amicizia, tra elementari e medie, con i primi passi verso la scoperta del mondo femminile, si legano e si intrecciano con la geografia urbana della città, dove le architetture paiono acquistare un corpo di carne e di sangue: non sono un semplice fondale. Questo primo tratto della vita di Rollo, che mette bene in chiaro le caratteristiche di una educazione milanese operaia, viene raccontato dalla voce narrante secondo le modalità della confessione, del cuore messo a nudo, della scoperta autobiografica. Il momento della gioventù è caratterizzato da una scrittura romanzesca vera e propria, quasi a dirci che è la letteratura a spiegare e a poter interpretare la vita. In quest’ottica pare questo l’unico codice in grado di indagare l’io complesso e di fare in modo che la narrazione della memoria più o meno volontaria si faccia racconto di un apprendistato, di una formazione. In questa sezione troviamo il momento decisivo della fase di crescita giovanile, le amicizie, gli amori, le letture, la cultura diventano esperienze centrali: tutto avviene grazie ad uno sguardo obliquo, ben sintetizzato dall’espressione “Gli occhi diversi!”. L’incontro con il teatro, rappresentato dall’arrivo in Italia del Living Theatre con il suo rivoluzionario Paradise Now, dall’Orlando di Sanguineti-Ronconi, da Strehler e da Peter Brook, esercita un’immensa attrazione su Alberto che scopre un universo espressivo nel quale l’arte serve a interpretare e a modificare il mondo: l’entusiasmo è tale che Alberto riesce ad entrare alla scuola del Piccolo, ma la forza degli eventi politici degli anni 70 allontana il nostro protagonista dal mondo del teatro per gettarlo nel teatro del mondo. È qui che inizia l’amicizia con Marco, il grande amico, che morirà in un incidente stradale e che resterà interlocutore di tutta una vita con la sua presenza dell’assente.

Recensione di Erminio Risso.

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