Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare dalle religioni antiche - Maurizio Bettini - copertina

Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare dalle religioni antiche

Maurizio Bettini

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Editore: Il Mulino
Collana: Intersezioni
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 5 aprile 2014
Pagine: 155 p., Brossura
  • EAN: 9788815250971
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Maurizio Bettini

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Duemila anni di monoteismo ci hanno abituato a ritenere che Dio non possa essere se non unico, esclusivo, vero. Al contrario, il politeismo antico prevedeva la possibilità di far corrispondere fra loro dèi e dèe appartenenti a culture diverse (la greca Artemis alla romana Diana, l'egizia Isis alla greca Athena), ovvero di accogliere nel proprio pantheon divinità straniere. Questa disposizione all'apertura ha fatto sì che il mondo antico non abbia conosciuto quella violenza a carattere religioso che invece ha insanguinato, e spesso ancora insanguina, le culture monoteiste. È possibile attingere oggi alle risorse del politeismo per rendere più agevoli e sereni i rapporti fra le varie religioni?
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    luisa r.

    05/03/2019 21:21:24

    Piccolo grande libro, il cui filo argomentativo non si perde mai, anche se la trattazione è supportata da moltissimi dotti riferimenti, che conduce il lettore ad una approfondita meditazione sulla tolleranza, termine spesso non sufficientemente compreso - prima ancora che applicato - nelle società contemporanee. La ‘saggezza degli antichi’ non é un vuoto topos in questo libro ma un utile riferimento per il presente: il confronto tra gli usi religiosi degli antichi e i successivi monoteismi non si risolve in un dotto esercizio di stile ma, al contrario, suggerisce al lettore riflessioni profonde sul modo di pensare dei moderni, forgiato, nostro malgrado, da una visione monoteistica che va al di là del puro sentire religioso.

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    Mara

    09/03/2015 10:14:01

    Libro piccolo ma molto denso, e comprensibile anche a chi non è del settore. "La pluralità degli dei non costituisce l'essenza delle religioni politeistiche, come vorrebbe farci credere il nome che le designa (nome tardivo e intrinsecamente carico di connotazioni negative) ma solo la condizione necessaria affinché esse possano esplicare la virtù che meglio le caratterizza: ossia la capacità di pensare in modo plurale ciò che ci circonda e, nello stesso tempo, di fornire altrettanti modi d'azione per interpretarlo e intervenire su di esso" (pag.111). Due osservazioni: nella religione cattolica è prevista la Tradizione come fonte di Rivelazione, a fianco alla Scrittura: un punto di continuità con le religioni antiche, che la differenzia da altre forme più "pure" di Cristianesimo, come quelle protestanti. Idem per il culto dei santi, un "divino di rango inferiore" che viene elaborato dalla comunità ecclesiale e non rivelato direttamente dalla divinità (infatti è sottoposto nel tempo a correzioni e aggiustamenti). Inoltre la cosiddetta "inculturazione", più in campo liturgico che teologico, prevede una positiva relazione con le culture "altre", a cominciare dal rapporto con la cultura cinese instaurato da Matteo Ricci. Secondo: sarebbe stato interessante per il lettore, anche se il tema è lontano dagli interessi scientifici dell'Autore, integrare il quadro con un riferimento alle altre grandi religioni del continente asiatico, non monoteiste, ma con un concetto di divinità diverso dal nostro, antico o moderno.

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    Daniele

    30/12/2014 16:49:11

    Un libro agile (l'ho letto in un giorno) per capire cosa ci sia alla base del concetto di tolleranza, e come superarlo per arrivare a un concetto di comprensione delle culture (di cui la religione è importante) e di azzeramento della violenza in base a (supposte) inconciliabili divergenze culturali. Illuminante la spiegazione del perché, nel politeismo, la guerra non avesse come motivazione la religione, così come centrale il concetto di cittadinanza nel mondo antico, che sarebbe da recuperare oggigiorno. Un libro significativo sia per il messaggio che porta che per la brillantezza con cui è scritto.

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    Luca

    01/07/2014 19:57:20

    Bettini ci introduce a un nuovo punto di vista su ciò che possiamo considerare, per sentire comune, superato e vetusto. L'antropologo entra qui nella sua dimensione ma senza mai dimenticare di discutere della realtà in cui viviamo; è anzi dalla realtà delle attuali diatribe e guerre di religione che si parte e qui la svolta: se la religione è un fatto culturale possiamo prendere quel qualcosa di positivo da un passato lontano per sperimentarlo oggi per risolvere i nostri problemi? La risposta è si, a patto che lo si faccia con consapevolezza e serietà, come e che cosa lo spiega benissimo il volume scorrevole ma mai superficiale. Consigliatissimo.

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    Carlo M.

    15/05/2014 22:06:28

    Meraviglioso volumetto. Con una professionale zampa di velluto, in cui sono nascosti mortiferi artigli, Maurizio Bettini ci svela il peccato mortale dei tre monoteismi (i tre impostori): l'ARROGANZA. Non è infatti la congerie di miti, simboli, credenze, imposizioni, superstizioni, condanne e ammazzamenti secolari che condanna i tre monoteismi, ma l'ARROGANZA. Tutti e tre infatti si arrogano la verità, tutti e tre sono depositari della vera conoscenza, tutti e tre adorano l'unico vero "Dio" (qualunque sia il referente di tale significante). Hanno ragione tutti e tre? O hanno torto tutti e tre? O era meglio il pantheon greco-romano, più modesto e a misura d'uomo? O era meglio il Walhalla con Wotan, Fricka & C.? O erano meglio Biancaneve e i sette nani? O è meglio rammentare l'immortale affermazione di Ralph Waldo Emerson: "La religione di un'epoca costituisce l'intrattenimento letterario di quella che le succede"?

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  Quando si è posti di fronte alla fatidica domanda "a che serve studiare l'antichità?", in genere per rispondere si fa riferimento a un valore propedeutico verso l'apprendimento delle lingue (a partire da quella italiana), del diritto, della filosofia; sempre che non ci si voglia avventurare tra le sabbie mobili delle "radici culturali", o non si decida di troncare la discussione con il luogo comune, caro a generazioni di insegnanti, che lo studio delle lingue classiche deterrebbe il prezioso ma forse un po' riduttivo ruolo di "palestra mentale". Si tratta insomma di una consolidata apologetica che, al di là dell'effettiva validità delle sue argomentazioni, risulta comunque basata su un senso di utilità molto vago e spesso ben poco concreto. Per questi motivi è doppiamente sorprendente l'approccio che Bettini ha scelto di adottare nella sua ultima pubblicazione: non solo, infatti, ha deciso di mettere in luce il "valore pratico" (cash-value, nella terminologia di William James) dell'antichità, ma si è concentrato su una delle costruzioni culturali del mondo classico apparentemente più obsolete e distanti, quella della religione. Per individuare i tratti salienti sui quali incentrare la propria riflessione sul politeismo antico (termine neutro preferito al vagamente dispregiativo "paganesimo" coniato dai cristiani), Bettini impiega in modo nuovo uno dei più collaudati strumenti dell'antropologia, quello della comparazione tra costumi e usanze di culture lontane nel tempo e nello spazio. Il confronto, infatti, in questo testo non è adoperato per scovare parallelismi e tratti comuni, come al tempo di James Frazer, quanto piuttosto per evidenziare differenze tra pratiche apparentemente analoghe. Prendiamo il caso del presepe: sarebbe facile dire che anche gli antichi conoscevano pratiche simili, che in ogni casa romana c'era un larario, un altarino che ospitava le statuette di divinità familiari note come Lares. Se si guarda con attenzione, in realtà, emerge un enorme divario. A nessuno (a meno di non pensare a casi estremi di ecumenismo) verrebbe in mente di inserire nel presepe statue di figure divine non attinenti alla tradizione cristiana; nei larari degli antichi, invece, finivano frequentemente le divinità "degli altri". In quello dell'imperatore Alessandro Severo (III secolo d.C.), per esempio, si trovavano fianco a fianco le immagini di Cristo, Abramo e Orfeo. Da ciò, e da tutta una serie di altri elementi, emerge una constatazione fondamentale: il politeismo antico, nella sua "capacità di pensare in modo plurale ciò che ci circonda", è una religione inclusiva, curiosa verso tutti gli dèi e pronta ad accettarli nel proprio sistema: basta pensare al meccanismo dell'interpretatio,l'equiparazione di una divinità straniera a una presente nel pantheon romano, per la quale Afrodite era automaticamente "convertita" in Venere, Zeus in Giove e così via. I monoteismi moderni sono invece rigidamente esclusivi: il loro dio, come si dice nell'Esodo, "è un dio geloso" e non tollera rivali. Da qui l'intolleranza religiosa, la demonizzazione delle divinità degli altri e dunque di chi le venera: un atteggiamento che sostanzialmente era estraneo alla forma mentis di Greci e Romani. Il politeismo antico come una sorta di zona di libero scambio religioso, dunque? Non proprio così: Bettini sottolinea come in realtà a Roma, perché a un dio venisse concessa la "cittadinanza", fosse necessaria una ratifica ufficiale. C'era infatti la precisa consapevolezza, per dirla con Varrone, che è e dev'essere la civitas a creare i culti: ed è proprio questo, osserva l'autore, uno degli aspetti sui quali gli antichi avrebbero molto da insegnare in un'epoca, come la nostra, nella quale si esaltano tutta una serie di appartenenze individuali (tra cui naturalmente anche quelle religiose) a completo discapito dell'appartenenza civica. È solo una delle riflessioni, sempre stimolanti e illuminanti, che Bettini propone nel percorso, limpido e molto godibile, del suo Elogio del politeismo. Il cash-value della religione antica, dunque, è costituito da una serie di proposte concrete per ripensare molte nostre concezioni che, volenti o nolenti, abbiamo assorbito dalla dimensione monoteista nella quale ci troviamo immersi. Si tratta di un bottino stimolante e nient'affatto scontato, che mostra quale sia la reattività e l'abrasività degli antichi, intesa come capacità di mettere in crisi convenzioni e cristallizzazioni, quando dialoghiamo con loro.   Tommaso Braccini  
Indice

Introduzione. Gli dèi in esilio

I. Il sacrificio del presepio e le bombe alla moschea
II. Statuette di fine d'anno. Animali, pastori, Re magi
III. Statuette di fine d'anno. Sigilla, Sigillaria e Compitalia
IV. Una vita di statuette. Il larario
V. Non avrai altro dio
VI. Tradurre gli dèi, tradurre Dio
VII. Paradossi grammaticali: il nome di Dio
VIII. L'interpretatio degli dèi
IX. Il politeismo, curiosità e conoscenza
X. I monoteismi sarebbero forse dei politeismi mascherati?
XI. Tolleranza vs. interpretatio
XII. Il politeismo come linguaggio
XIII. Dare cittadinanza agli dèi
XIV. La lunga ombra delle parole
XV. Il crepuscolo della scrittura

Appendici
1. Tolleranza e intolleranza religiosa nel mondo antico
2. Venture e sventure di paganus

Riferimenti bibliografici
Indice dei nomi e dei personaggi

  • Maurizio Bettini Cover

    Classicista e scrittore, insegna Filologia classica all'Università di Siena dove ha fondato il Centro Antropologia e Mondo antico. Per Einaudi ha pubblicato i romanzi In fondo al cuore, Eccellenza (2001), Le coccinelle di Redún (2004), Con l'obbligo di Sanremo (2013), oltre a numerosi saggi, tra cui i celebri Il ritratto dell'amante (1992), Voci. Antropologia sonora del mondo antico (2008), Vertere. Un'antropologia della traduzione nella cultura antica (2012), Con l'obbligo di Sanremo (2013), A che servono i Greci e i Romani? (2017) e Il mito di Medea (2017).Nel 2014 pubblica per Il Mulino Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare dalle religioni antiche, cui seguono Il grande racconto dei miti classici (Il Mulino, 2015) e Radici. Tradizioni, identità, memoria... Approfondisci
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