Curatore: T. Scarano
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2017
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788845932304
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Descrizione
Ogni suo nuovo libro di versi, insinua Borges nel Prologo con incantevole autoironia, è un appuntamento con temi che il «rassegnato lettore» prevede: specchi, spade, il tempo che è «la varia / trama di sogni avidi che siamo», il labirinto senza fine che ci serra, Buenos Aires che è la «milonga fischiettata che non riconosciamo e ci emoziona». E ancora il dialogo con gli autori in cui Borges si rispecchia – Ricardo Güiraldes, il «fratello della notte» De Quincey, il persiano che concepì le Rubaiyat, Hilario Ascasubi – o che, come Joyce, lo hanno riscattato con il loro ostinato rigore: le «segrete leggi eterne», del resto, dove altro sono se non nei libri? Nei libri letti, certo, perché la lettura è arte più raffinata della scrittura («Altri si vantino delle pagine che han scritto; / io vado fiero di quelle che ho letto»), ma anche nei libri semplicemente catalogati, perché ordinare una biblioteca «è esercitare, / umilmente e in silenzio, / l'arte della critica». Sono temi che il «rassegnato lettore» ritroverà qui, in realtà, con la intatta, particolare gioia «delle vecchie cose amate», scoprendo oltretutto che due nuovi, essenziali, se ne aggiungono (basti pensare a Una preghiera e a Elogio dell'ombra): l'etica, che non aveva mai smesso di appassionare l'amato Stevenson, e che al dottor Johnson aveva fatto dire: «La prudenza e la giustizia sono prerogative e virtù di ogni epoca e luogo; siamo eternamente moralisti e solo a volte geometri». E la vecchiaia, che è «dolcezza», quieta attesa della morte e di una luminosa rivelazione: «Presto saprò chi sono».

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    Loris

    17/05/2018 12:20:01

    Il poeta rivaleggia in grandezza col narratore. ‘Giovanni I,14’ in apertura cattura subito l’attenzione, unisce la tensione metafisica ai sentimenti e alle sensazioni dell’esperienza umana. Borges si dichiara agnostico, ma questo non gli impedisce, qui e altrove, di attingere alla Bibbia, considerata uno dei cardini della cultura e della letteratura occidentali, al pari dei filosofi e dei creatori di miti della Grecia. Temi e simboli usuali (ricordati nel prologo con un misto di umiltà e ironia) si uniscono alle immagini e ai ricordi di Buenos Aires, alle suggestioni generate dai soggiorni in New England e in Israele. Nell’ombra della cecità e della vecchiaia, il pensiero si volge all’interno, ricapitola ciò che è stato, si interroga sulIo scorrere dell’esistenza e sulla sua meta. Più del mio commento, valgono le parole di Borges nella sua laica preghiera: ‘Ignoriamo i disegni dell’universo, ma sappiamo che ragionare con lucidità e operare con giustizia è aiutare quei disegni, che non ci saranno rivelati’.

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    alida airaghi

    09/02/2018 03:42:06

    Nel Prologo, Borges afferma con umiltà e sottile ironia di non possedere un’estetica – da lui ritenuta ininfluente nell’illuminare il mistero insondabile della poesia –, e di anteporre ad essa l’etica, che con la vecchiaia costituisce il nuovo tema di questo libro, insieme ad altri ben noti a ogni “rassegnato lettore” della sua opera. Ritroviamo qui tutti gli argomenti che definiscono la biblioteca ideale della produzione letteraria borgesiana, il suo inesauribile enciclopedismo, la curiosità per ogni branca del sapere: teologia, scienza, storia, linguistica, arte, geografia, mito: «Altri si vantino delle pagine che han scritto, / io vado fiero di quello che ho letto». Rimangono vistose tracce nelle poesie di un vagare nel tempo e nello spazio capace di oltrepassare la contingenza, recuperando idealmente un passato culturale che dalle Sacre Scritture alle saghe nordiche, attraverso le voci dei più ispirati interpreti del sentire universale ha reso vitale la cultura dell’umanità. In particolare, l’autore confessa la sua assoluta ammirazione per la letteratura e la storia ebraica, considerata fucina spirituale di tutto il sapere dell’Occidente. Importanti sono quindi i richiami alla Bibbia e al Vangelo, per lui agnostico fonte comunque irrinunciabile di sapienza millenaria e di fede in un sovrannaturale inconoscibile e magico. Perciò il laico Borges non ricusa di ricorrere alla preghiera, purché non sia richiesta di favori o miracoli, ma ringraziamento e lode; non si sottrae all’ elencazione di beatitudini e di comandamenti circoscritti a una morale del tutto umana, accessibile a chiunque. E sa accostarsi all’ombra della morte elogiandola, da non credente, quasi con spirito religioso. Il Borges più filosofo che poeta non lascia trapelare nei suoi versi slanci emotivi o levità musicali, muovendoli invece in una teatralità narrativa, scavandoli nel pensiero e nell’ansia di conoscenza, in un orizzonte teorico nutrito di memoria e di curiosità intellettuale.

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    Cristiano Cant

    31/01/2018 06:09:28

    Immediatamente, col fra le mani, mi sono detto che solo la copertina meriterebbe un trattato a parte, uno studio accurato che affrontasse simboli e tracciati interiori, psiche e sogno, smarrimento e fascinazione. Un secondo dopo non potevo che dirmi che questa copertina è tutto Borges, è Lui, la sua poetica, il suo passo, i suoi immortali lasciti. Cosa c'è che incita e esorta ad amare la vita più di un labirinto, questo dedalo di incanti e suggestioni che sembra avvolgerci con lacci di contraddizione, di inganno, con le sue uscite faticose che obbligano a pensare, studiare, o anche a perdersi fra i suoi sentieri senza motivi di paura? E' la stessa luce che stringe la poesia che nomina la raccolta, e bastano quei versi a sciogliere ogni stortura, a disfare il bagaglio, a liberare ogni ansia. Ne trascrivo una parte: "Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest/ convergono le vie che mi hanno condotto/ al mio centro segreto./ Vie che furono già echi e passi/ donne, uomini, agonie e risorgere,/ giorni con notti,/ sogni e immagini del dormiveglia,ogni minimo istante dello ieri/ e degli ieri,del mondo,/ la salda spada del danese e la luna del persiano/ gli atti dei morti, l'amore condiviso, le parole/ ed Emerson, la neve e quanto ancora./ Posso infine scordare, giungo al centro,/ alla mia chiave, all'algebra, al mio specchio./ Presto saprò chi sono". Oltre le palpebre, in un viaggio che nessuna guida può affrontare, fra deserti e metropoli, fra almanacchi ingialliti e chiavi di chissà quali porte, gli approdi di un onirico mai stabile e proprio per questo grandioso, ineffabile, patria di sguardi solo nostri, di vicende perse e ritrovate, di un senso che ad occhi aperti sarebbe povera cosa. Quel centro è in fondo la fedeltà a noi stessi, alla nostra voce, e il tragitto è il corso che le nostre febbri e le nostre crepe pian piano intagliano fra le cose che amiamo, aprendogli, con amore, la giusta via. L'ombra è una custodia attentissima, e Borges il timoniere del cielo.

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    luca bidoli

    01/01/2018 00:40:54

    Conosco, o meglio, apprendo, le forme della felicità. Le custodisco nella mia memoria, e sono fatte di paginre, di libri, di stampe antiche, di memoria ed echi di ciò che è stato e di ciò che io sono stato. Queste pagine, le ho lette qurant'anni fa, ed ancora ne conservo, intatte, nella mia casa, interi passi. Elogio dell'ombra: la cecità come chiave di comprensione e di condivisione di un mondo, di un intero Universo, di Emerson o della neve, del ricordo, intatto, dell'odore di una falegnameria, dell'usignolo persiano o del guardiano dei libri. Ho commesso molti errori e sono complice di innumerevoli delitti, qui, sulla terra. Anche le donne sono quello che furono in anni lontani e dovrebbe impaurirmi tutto questo, e non solo. Ma conservo, nel mio cuore, i talismani di alcuni versi. Tra non molto anch'io saprò chi sono.

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