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Traduttore: L. Solano
Anno edizione: 1991
Pagine: XIV-280 p.
  • EAN: 9788870781649

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recensione di Ferretti, A., L'Indice 1992, n. 4

Gli allievi di Melanie Klein che si formano come analisti in Inghilterra intorno alla metà degli anni quaranta, segnano sviluppi nuovi e molto interessanti nella psicoanalisi. Il loro lavoro si basa sulle idee della Klein: l'importanza delle prime fasi dello sviluppo, il ruolo fondamentale dell'interazione tra fantasia inconscia e realtà nella costituzione della realtà psichica, cioè del mondo interiore in cui ciascuno è immerso, le oscillazioni tra posizione schizoparanoide e depressiva é il concetto di identificazione proiettiva. Questi ultimi due in particolare, che la Klein descrive compiutamente per la prima volta nel 1946 in un famoso lavoro, si rivelano concetti estremamente fertili: esplorandone l'uso clinico, gli analisti di questo gruppo affrontano a partire dagli anni cinquanta nuove psicopatologie prima considerate non trattabili analiticamente: Rosenfeld, Bion, Hanna Segal e Betty Joseph lavorano con psicotici, schizofrenici, tossicodipendenti e pazienti ritirati in stati profondamente narcisistici o perversi.
La nuova massa di osservazioni cliniche amplia e approfondisce la comprensione psicoanalitica degli stati psicotici, del narcisismo e della perversione, dando luogo a importanti sviluppi della teoria e della tecnica psicoanalitica: per citarne solo alcuni momenti, il lavoro di Bion ha collegato le concezioni kleiniane sulle prime fasi dello sviluppo infantile ad una teoria estremamente originale e fertile sul pensiero; Rosenfeld ha allargato la nostra comprensione degli stati psicotici in senso lato e più recentemente ha approfondito l'indagine sui segreti aspetti distruttivi e autodistruttivi che possono annidarsi negli strati profondi della mente; Hanna Segal ha messo a punto alcuni concetti chiave per comprendere i fenomeni mentali che stanno alla base della creatività del pensiero e dei disturbi che possono inibirla o ridurla, mentre Betty Joseph sta modificando il nostro modo di intendere il cambiamento psichico e di conseguenza gli avvenimenti della seduta psicoanalitica.
Betty Joseph (che ebbe prima un'analisi con Balint e in seguito con Paola Heimann) condivide con questo gruppo non solo i concetti kleiniani di base, e l'attento rispetto del setting, uno dei segni distintivi della tecnica kleiniana, ma anche lo stile di quei lavori, rigorosamente radicati nell'osservazione clinica. Suo è invece il modo dettagliato, preciso e sensibilissimo di descrivere gli eventi di una seduta e i movimenti di un'analisi, penetrando molto in profondità nell'interazione tra paziente e analista, grazie a una capacità piuttosto straordinaria di registrare le più sottili variazioni del clima emotivo di una seduta. È significativo che non abbia mai scritto un libro, ma singoli pareri su differenti problemi con i quali ha dovuto misurarsi nel lavoro cubico.
Tutti gli autori di questo gruppo hanno esplorato in analisi e ampliato la portata del concetto di identificazione proiettiva, ma Betty Joseph ne fa il centro della sua riflessione sulla tecnica psicoanalitica. Questo concetto rende conto del modo in cui possono essere trasmessi da una persona all'altra gli stati mentali, gli impulsi, le fantasie, tutti i contenuti consci ma soprattutto inconsci della mente umana, rivoluzionando le idee sulla comunicazione e aprendo la porta a una comprensione non solo intuitiva della comunicazione non verbale. Questa teoria, oggi accettata dalla maggior parte degli analisti anche di matrice non kleiniana, porta a pensare gli eventi della seduta analitica soprattutto dal punto di vista della relazione transferale e contro-transferale che ha luogo tra paziente e analista: se il transfert è l'espressione del mondo interiore del paziente, il punto in cui la sua storia e la sua natura si rendono attuali, vivi e raggiungibili adesso, il contro-transfert è il polo ricevente principale della identificazione proiettiva del paziente, cioè della trasmissione inconscia di interi brani della vita psichica del paziente, che nella mente dell'analista possono essere riconosciuti e interpretati anziché suscitare reazioni o risposte inconsce sintoniche o diatoniche come avviene nella normale interazione: questo offre al paziente un'occasione di comprendere se stesso, le forze che lo muovono e le fantasie primitive che imprigionano nelle loro forme la sua esperienza attuale, deformandola. È ovvio aggiungere che quanto più la tecnica psicoanalitica si muove in questa direzione, riconoscendo un ruolo chiave al controtransfert dell'analista tanto più gli analisti, per poter lavorare in questo senso, hanno bisogno di lunghe e approfondite analisi essi stessi.
"Equilibrio e cambiamento psichico" è una raccolta dei lavori che Betty Joseph ha scritto nell'arco di trent'anni, dal 1959 al 1989, curata da Elizabeth Bott Spillius e Michel Feldman, che ne danno un inquadramento generale molto chiaro, dividendo gli scritti in quattro sezioni che seguono e descrivono l'evolversi del pensiero della Joseph, e ne collocano coacura la riflessione all'interno dello sviluppo della teoria e della tecnica kleiniana; questo della storia e dello sviluppo del pensiero kleiniano è un argomento a cui la Spillius sta dedicando la sua attenzione storica e il suo rigore di ricercatrice, prima in vari articoli, e ora con un doppio volume, "Melanie Klein today", che sta per essere tradotto anche in Italia, in cui vengono raccolti e inquadrati i lavori che hanno segnato gli sviluppi e gli allargamenti della teoria e della tecnica kleiniana negli ultimi quarant'anni.
La ricerca di Betty Joseph prende avvio dal suo impegno in lunghe analisi con pazienti molto difficili, oppositivi, profondamente avvolti entro stati narcisistici o perversi, il tipo di paziente che cerca un'analisi perché desidera consciamente cambiare, ma sembra poi non possedere la capacità o la volontà di farlo; invece di dichiarare questi pazienti semplicemente non analizzabili, la Joseph tenta di comprendere questa apparente contraddizione; il suo interesse comincia a rivolgersi alle costellazioni di meccanismi difensivi che avvolgono questi pazienti in modo tale da renderli quasi irraggiungibili all'analista per la maggior parte del tempo; parte dall'idea che queste costellazioni difensive debbano essere pensate clinicamente come sistemi complessi in cui meccanismi diversi operano in connessione tra loro con lo scopo di conservare l'equilibrio psichico, e che spesso questo equilibrio, che pure imprigiona il paziente in situazioni insoddisfacenti dal punto di vista della sua vita e dei suoi rapporti, serve però a proteggerlo dal precipitare in stati psicotici conclamati.
Questo modo di pensare l'equilibrio la porta a interrogarsi sul cambiamento psichico: se il sistema è dotato di un equilibrio e cerca di mantenerlo come opera l'analisi? come può arrivare a produrre cambiamenti che non siano riassorbiti dal continuo ripristino dell'equilibrio da parte del particolare sistema difensivo che sta operando? L'attenta esplorazione di quest'area porta Betty Joseph all'idea che i cambiamenti significativi siano quelli che avvengono di momento in momento nel corso di una seduta analitica, entro il vivo della relazione tra paziente e analista: questo è il punto in cui si possono generare cambiamenti perché l'equilibrio esistente acquista un opportunità di trasformarsi grazie alla comprensione fornita dall'analista di ciò che sta avvenendo in quel momento nella seduta. Si può dare per scontato secondo Betty Joseph che poco dopo l'intervento dell'analista l'equilibrio precedente tenda a ripristinarsi, in qualche forma; a quel punto il lavoro dell'analista consiste nel descrivere con precisione e sensibilità il movimento del ripristino dell'equilibrio disturbato, da una posizione di neutralità, senza parteggiare per i progressi o tentare di impedire il ritorno indietro; infatti l'oscillazione tra il movimento in avanti promosso dalla comprensione di ciò che sta avvenendo nel fuoco della relazione analitica, e il movimento all'indietro che cancella il nuovo e ripristina lo status quo, si compie molte volte nel corso di una seduta, e infinite volte nel corso di un'analisi. Può dare luogo a un cambiamento durevole nella direzione dell'oscillazione prevalente verso quella che i kleiniani chiamano la posizione depressiva, cioè verso stati mentali in cui esiste una certa consapevolezza della realtà esterna differenziata da quella interna, una certa possibilità di differenziare l'analista come persona reale dall'analista avvolto nelle fantasie e nei ruoli transferali, e quindi esiste qualche capacità di pensiero astratto e il riconoscimento del principio in realtà, come sedimento residuo di questa serie infinita di piccoli spostamenti seguiti da controspostamenti.
A questo modo di pensare la Joseph è stata condotta anche dalla sua attenzione ai modi e agli stili della comunicazione nella seduta, e anche a qualcosa di più globale, al clima e all'atmosfera che ogni paziente crea, e alle sue variazioni; ritiene infatti che i sistemi difensivi complessi e interagenti di cui si occupa esprimano la loro natura non tanto nel contenuto della comunicazione del paziente, quanto in quello che il paziente ha nella relazione in corso con l'analista in quel momento. In termini più generali, il cambiamento di prospettiva qui è che l'acting out del paziente (cioè la messa in atto da parte del paziente del proprio mondo interno e del proprio sistema difensivo) cambia di segno: lavorando con pazienti che usano il linguaggio in modo molto concreto, per compiere azioni che modifichino lo stato mentale dell'analista piuttosto che per comunicare significati, e che non sono in grado se non nelle fasi terminali di lunghe analisi di usare il pensiero astratto e simbolico, è utile secondo la Joseph che l'analista consideri l'acting come il miglior strumento di comunicazione di cui analista e paziente dispongono; il punto è che in questo modo il luogo in cui viene ricevuta la comunicazione del paziente è il controtransfert dell'analista, inteso come l'insieme di sentimenti, fantasie, emozioni suscitate in quel momento da quella particolare situazione con quel paziente, e in particolare spesso proprio quella zona del controtransfert che procura disagio o fastidio all'analista, perché da essa si origina una certa leggera pressione intesa a coinvolgerlo attraverso l'acting all'interno del sistema difensivo del paziente.
Ad esempio, un paziente masochista può tentare di indurre l'analista a interpretare in modo un po' più critico, un po' più rigido, in modo da procurarsi il partner sadico su cui il suo sistema difensivo è basato; un paziente molto passivo può cercare di indurre segretamente l'analista a dare interpretazioni incoraggianti, a "ravvivare" il paziente col tono di voce e la frequenza degli interventi, ritrovandosi così a rappresentare concretamente il ruolo attivo che il paziente evita di assumere personalmente, e perpetuando così in realtà solo la posizione passiva del paziente. La Joseph considera cruciale che l'analista non assuma questi ruoli, ma sia in grado di mostrare al paziente che cosa inconsciamente questi si aspetta da lui; grazie al momento di sospensione nella trama interattiva creato dalla comprensione di ciò che sta avvenendo, si genera una piccola opportunità di cambiamento. Ci sono molti affascinanti esempi in questi scritti di quante situazioni emotive di segno molto diverso possono essere celate appena al di sotto della liscia superficie di quella che può sembrare un'analisi soddisfacente, in cui apparentemente il paziente parla e l'analista risponde, e tutto sembra procedere assai regolarmente. Secondo Betty Joseph, lo strumento per penetrare a questi livelli di profondità nella relazione tra paziente e analista è un tipo di interpretazione molto spoglia e diretta, che intende dare una descrizione precisa ma limitata del modo in cui il paziente vede se stesso, l'analista e quello che sta accadendo fra di loro in quel momento; il compito successivo dell'analista è quello di restare semplicemente in attesa del prossimo movimento che il paziente compie, di cui l'analista deve dare una nuova descrizione, altrettanto limitata e precisa, non appena avrà compreso dentro di se il senso o la direzione di questo movimento.
Betty Joseph pensa che le interpretazioni globali, esplicative non solo possano semplicemente allontanare paziente e analista dai punti caldi, spesso scottanti e fastidiosi, della loro relazione, ma possano spesso rafforzare i sistemi difensivi operanti, promuovendo una conoscenza intorno alle cose anziché una conoscenza radicata nell'esperienza emotiva, l'unica a contenere in sé la forza di generare un cambiamento nell'assetto interno: solo in questo modo è possibile per l'analista giungere là dove è il paziente, e non là dove il paziente lo può portare con le sue parole.