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Traduttore: I. Pisani
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2017
Pagine: 152 p., Rilegato
  • EAN: 9788811672340

61° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Rosa

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Guardò una volta. Poi un'altra. Si tolse gli occhiali, li pulì frettolosamente (il sudore grondava, le mani gli tremavano, la bocca era spalancata per lo spavento), se li rimise. E guardò di nuovo. Non era possibile - ma lo era. Lo era proprio. Estrasse il fazzoletto dalla tasca, se lo passò sulle tempie, sulla fronte: su tutto il viso. Nulla arrestava il sudore. E, peggio ancora, nulla gli toglieva dagli occhi quell'immagine, quell'immagine che sembrava impossibile, venuta fuori dagli spazi più remoti della sua immaginazione. Era lì. Era ancora lì. Chiuse gli occhi, li strizzò forte. Uno, due, tre, quattro. Quattro (aveva scelto quel numero istintivamente: forse un giorno avrebbe compreso la scelta che fa l'anima prima di lasciare entrare in gioco la mente) quattro secondi ben contati. E poi altri quattro (con gli occhi sempre chiusi). Uno, due, tre, quattro. Poi riaprirli. Niente. O meglio: tutto. Tutto uguale. C'era ancora quel che non doveva esserci, quel che non poteva esserci. Ma c'era. Continuava a esserci. Si passò altre due o tre volte il fazzoletto sul viso. Si guardò le mani, per qualche secondo. Le sentì tremare. mTremare più che mai: più che sempre. Si guardò intorno, con circospezione (non voleva dare nell'occhio) e, lentamente, andò via di lì. Non sapeva dove, non sapeva a che pro, non sapeva neppure perché. Andare via di lì. Andare via prima che fosse troppo tardi o prima che fosse troppo presto.

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    Alberto Bonfigli

    30/06/2017 21.44.46

    Dopo lo strabiliante successo editoriale di “Prometto di sbagliare”, Pedro Chagas Freitas, scrittore portoghese, ritorna alla ribalta con il romanzo “Era te che cercavo” (Garzanti, 2017, 160 pp.). Un matrimonio fallito, dove il disinteresse per la moglie è diventato una costante, Carlos, fotografo, vaga per la città immortalando con i suoi scatti le persone. In ogni scatto della sua reflex vede un volto di donna, il volto che diventerà la sua ossessione, il suo incubo. Da quell’istante, il suo scopo sarà quello di rintracciare quella donna. “Estrasse il fazzoletto dalla tasca, se lo passò sulle tempie, sulla fronte: su tutto il viso. Nulla arrestava il sudore. E, peggio ancora, nulla gli toglieva dagli occhi quell’immagine, quell’immagine che sembrava impossibile, venuta fuori dagli spazi più remoti della sua immaginazione. Era lì. Era ancora lì”. Certo, Carlos potrebbe fuggire da tutto questo, ma non ne ha le forze, anche perché significherebbe fuggire da se stesso. Sarà un percorso lungo e angoscioso il suo, fatto di speranza e perseveranza che non accennano mai a scemare. Una narrazione, quella di “Era te che cercavo”, con una fitta componente di monologhi interiori e flussi di coscienza, dove alcuni passaggi richiedono una pausa riflessiva, così come altri sono talmente piacevoli che terminano in un batter d’occhio. Il ritmo della storia è incalzante, a volte quasi incomprensibile, ma invece c’è tutto quello che serve, e lo scorrere del racconto tiene per mano i pensieri di Carlos, pensieri che traggono origine dal suo inconscio, che come un ecoscandaglio cerca di individuare i “relitti” nell’abisso della sua coscienza. È la speranza il motore che muove l’azione di Carlos, e chi ha speranza è oltremodo motivato e non indietreggia di fronte alla paura, poiché avere speranza significa coltivare la felicità. È così che pare appropriata una citazione di Pedro Chagas Freitas, il quale afferma: “Meglio un Titanic affondato che una nave che non va da nessuna parte”.

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