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Espansione e conflitto: gli Stati Uniti dal 1820 al 1877

David B. Davis,David H. Donald

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Traduttore: G. Ceccarelli
Curatore: M. E. Traldi
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 1987
In commercio dal: 12 novembre 1987
Pagine: 435 p.
  • EAN: 9788815012661
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VALTZ MANNUCCI, LORETTA (A CURA DI), Gli Stati Uniti nell'età di Jackson, Il Mulino, 1987

DAVIS, DAVID B. / DONALD, DAVID H., Espansione e conflitto. Gli Stati Uniti dal 1820 al 1877, Il Mulino, 1987
recensione di Testi, A., L'Indice 1988, n. 6

Era veramente Andrew Jackson, il settimo presidente della repubblica nordamericana (1829-1837), un "tribuno del popolo"? Fu veramente l'età jacksoniana (il periodo descritto così vividamente da Alexis de Tocqueville in "La democrazia in America") il "trionfo dell'uomo comune"? Sono domande classiche nella storiografia degli Stati Uniti, e di importanza cruciale anche da un punto di vista politico-culturale: una risposta trionfalmente positiva è servita al partito democratico per costruire la propria tradizione (oggi per la verità un poco appannata) di "partito del popolo" e per rivendicare una continuità ideale che, attraverso Jackson, risale a Thomas Jefferson, e discende poi fino a Woodrow Wilson e, naturalmente, a Franklin D. Roosevelt. Nell'antologia da lei curata, Loretta Valtz Mannucci propone altre risposte, sue e di studiosi americani, a queste domande, il loro tono generale, pure nella complessità dell'approccio che rispecchia un lavoro di ricerca ancora in corso, è prevalentemente negativo.
In un importante saggio del 1961 qui tradotto, Lee Benson parla del concetto di "democrazia jacksoniana" come di una "illusione", indotta dall'uso di un linguaggio e di una retorica populista a cui gli esponenti del partito di Jackson furono praticamente costretti, "recalcitranti ad ogni passo", dagli sviluppi della lotta politica e sociale. I jacksoniani dello stato di New York non erano campioni dei lavoratori e dei farmers poveri, ma imprenditori politici legati alle élites urbane e alla proprietà assenteista nelle campagne. Furono essi stessi indicati come "nemici del popolo" da movimenti di lavoratori, artigiani, e uomini di mestiere che, come mostra Sean Wilentz in un altro importante (e più recente) saggio, facevano appello alla tradizione di un repubblicanesimo radicale di origine rivoluzionaria: l'idea di un Commonwealth che ha interessi generali davanti ai quali devono cedere gli interessi individuali, l'idea che la decorosa sopravvivenza di tutti sia un problema collettivo. Furono questi movimenti che costrinsero, nel contesto del suffragio universale maschile, i due nascenti partiti principali (democratici e Whigs) ad appropriarsi di parte della loro retorica a fitti elettorali.
Come quella illusione si sia creata costituisce il filo conduttore dell'introduzione al volume. Valtz Mannucci analizza con immaginazione (e con una ricchezza maggiore di quanto riesca a rendere conto qui) due anni emblematici, il 1825 e il 1846: il prima e il dopo dei fasti dell'età jacksoniana il diverso linguaggio politico e simbolico con cui vari gruppi diedero un senso alle trasformazioni in corso. La sua conclusione è che il clima civile fosse passato da toni laici, razionalisti e cosmopoliti a toni religiosi, emotivi nazionalisti ed espansionisti, e che questo fosse legato all'emergere dei partiti politici e delle chiese come cruciali novità. Il risveglio religioso che aveva investito tutto il paese, aveva rafforzato una visione democratica e individualista priva di difese contro l'appello alle emozioni, che prese varie direzioni: dall'abolizionismo ai movimenti di riforma morale (proibizionismo), al nativismo anticattolico. Servi anche a plasmare il discorso politico "popolare" ma "unidimensionale", "totalmente presentiste, governato da impressioni immediate e rapide", fondato su mere immagini, tipico delle nuove organizzazioni di partito.
I partiti di massa sono caratterizzati quindi come istituzioni che disciplinano e restringono gli spazi sociali e politici di espressione collettiva; che integrano ma nello stesso tempo escludono dalla gestione del governo. Il loro emergere fu il risultato di una vera e propria ridiscussione delle finalità e del senso dello stato, e del ruolo in esso dei cittadini. Valtz Mannucci sottolinea giustamente la problematicità di questo processo (centrale, aggiungerei, in tutta la storia degli Stati Uniti, soprattutto nei momenti di conflittualità come la vigilia della guerra civile, la crisi di fine Ottocento, gli anni del New Deal ); la sua storia, come quella del rapporto fra religione evangelicale e struttura della party politico, resta ancora da scrivere. Dagli anni Quaranta, come afferma David Brion Davis in "Espansione e conflitto", quel sistema bi-partitico divenne una potente forza di coesione nazionale: ma con un grosso, drammatico limite. Rafforzò la condizione dell'esistenza di alternative costanti e nettamente definite, che rappresentavano tuttavia solo gli interessi degli americani bianchi. Quando il problema della diffusione della schiavitù divenne esplosivo, anche quel sistema, che fino ad allora aveva moderato e nascosto i conflitti sezionali, andò in frantumi.
Questo di Davis e di David H. Donald è un solido e aggiornato manuale (il secondo di una "Storia degli Stati Uniti d'America" in tre volumi appena tradotta da Il Mulino) che ha il pregio della lunghezza giusta: sintetico, ma anche sufficientemente dettagliato da permettere una esposizione problematica e non riduttiva. Inoltre, soprattutto nella prima parte stesa da Davis (per gli anni 1820-1860: dove si riaffacciano temi affrontati anche nell'antologia di Valtz Mannucci), mostra una notevole capacità di assorbire gli apporti della più recente storia sociale. Con cautela: l'organizzazione della materia continua a essere per capitoli separati (economia, poi società, poi politica); ma comunque con risultati interessanti. È sicuramente utile per il lettore italiano, scorrere le pagine in cui si rende conto dei risultati delle ricerche sul problema della distribuzione del reddito e della mobilità sociale nel quarantennio precedente la guerra civile. L'idea di una società egualitaria ne esce a pezzi. Le sperequazioni economiche erano paragonabili a quelle presenti nell'Europa del nord, e in continua crescita. Le divisioni sociali erano rigide, sanzionate da istituzioni e costumi nettamente separati. La mobilità verticale era esigua. Nonostante "pochi stupefacenti esempi" di fortune costruite dal nulla, la ricchezza era un fattore ereditario; chi viveva del lavoro manuale aveva scarse opportunità di migliorare la propria condizione. La "valvola di sicurezza" dell'ovest, come via economicamente praticabile a livello di massa, non esisteva. Restava la diffusa mobilità geografica, che lasciava la speranza di opportunità dietro l'angolo: per qualcun altro. "Chi poteva dire che cosa ne era stato di ciascuno dei suoi vicini e compagni di lavoro di un tempo? Senza dubbio qualcuno si era fatto strada".
Anche quando Davis riprende l'immagine del "carattere americano", cara a certa letteratura degli anni Cinquanta ormai screditata fra gli storici degli Stati Uniti (ma non fra alcuni epigoni nella periferia dell'impero), lo fa in una prospettiva problematica diversa. Non per disegnare i tratti originari, omogenei e immutabili di un presunto homo americanus, ma per delineare la questione, comunque a tutti gli stati nazionali ottocenteschi, della costruzione di una "coscienza nazionale". Una costruzione che riguardava la volontà di vari gruppi di riformatori di usare le istituzioni educative e religiose per rimettere ordine e deferenza dove vedevano l'anarchia e il caos: il caos dello fedi, delle lingue, delle etnie, delle classi, contrapposto a un passato ritenuto più semplice e armonioso. Si trattava comunque di progetti, che si scontravano con la forza densa e persistente di altre tradizioni, altri valori, altri desideri. Immigrati cattolici e comunità operaie, per esempio, difesero attivamente la propria identità contro quelli che definirono tentativi di omogeneizzazione culturale. Con analoga sensibilità e accuratezza, Davis descrive la formazione di una cultura afroamericana nel sud schiavista; l'emergere dell'abolizionismo e del femminismo; l'intreccio fra "tradizionale" e "moderno" nei movimenti revivalisti e di riforma morale, e il loro passaggio dalla dimensione individuale e sociale all'azione politica (legislazione sulla scuola, sul riposo domenicale, contro l'uso dell'alcool).
Più tradizionale mi sembra l'impianto della seconda parte del volume (dovuta, per gli anni 1860-1877, a Donald), prevedibilmente monopolizzata dalla descrizione e dall'analisi della conduzione politica, militare, amministrativa, economica della guerra civile del 1861-1865. Donald vi propone una tesi precisa: non si trattò tanto di "un conflitto tra due nazioni distinte", quanto di "una delle contese in una serie di continui dissidi interni alla nazione americana" prodotti dalla tensione fra tendenze centralizzatrici e tendenze localistiche. Nordisti e sudisti scoprirono sui campi di battaglia "di non essere due popoli estranei... ma di avere qualcosa in comune"; questa identificazione "rese il conflitto davvero una guerra fratricida". Una interpretazione controversa, che il lettore può mettere a confronto con quella diametralmente opposta sostenuta da Raimondo Luraghi (da ultimo in "La guerra civile americana", Il Mulino 1978). Per Luraghi la "nazione" americana ancora non esisteva, se non come progetto politico della classe dirigente settentrionale e dello stesso Abraham Lincoln; "nessuno tra i combattenti sentiva il conflitto come una 'guerra civile"'.
Che la guerra rafforzasse il sentimento "nazionale" nel nord non è negato da Donald. Egli osserva, fra l'altro, come proprio in quegli anni entrasse nel linguaggio comune l'espressione "gli Stati Uniti è", in sostituzione della precedente "gli Stati Uniti sono". Ma il suo approccio è talmente "continuista" e "consensuale" da portarlo a contestare i "resoconti tradizionali" che parlano del periodo, compreso quello post-bellico della Ricostruzione, come di una "seconda rivoluzione americana" ("l'ultima rivoluzione capitalistica", secondo il Barrington Moore di "Le origini sociali della dittatura e della democrazia", Einaudi 1969). Per Donald, vi furono allora rapidi e significativi cambiamenti, "ma la comunanza di ideali e istituzioni del popolo americano - Nord e Sud, bianchi e neri", pose loro dei limiti precisi. Limiti che derivavano dalla struttura costituzionale, che riconobbe comunque i diritti degli stati; dall'ideologia del laissez-faire che fren• l'intervento dello stato e garantì il rispetto della proprietà privata; dai partiti politici, che erano coalizioni non omogenee e dal comune razzismo anti-nero, diffuso in tutto il paese.
Note legali