Recensioni L' età degli imperi 1875-1914

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    14/11/2020 15:37:23

    Eric Hosbawn ci porta dritto nell’età degli imperi, dove convivevano non senza attriti l’impero austroungarico, l’impero turco, l’impero russo, l’impero inglese (l’unico a definirsi tale), che compensava la scomparsa del «Secondo Impero» di Napoleone III in Francia. L’età degli imperi fu un periodo di rapida espansione della produzione industriale, che fu dominata dall’Inghilterra. E se la “borghesia conservò il suo potere politico, fu mobilitando influenza anziché seguaci. Ci fa capire la disparità di salario tra uomini e donne: “Chi «guadagnava il pane» (tipicamente l’uomo) doveva mirare ad avere un reddito sufficiente a mantenere tutte le persone a suo carico. Il suo guadagno, perciò, doveva idealmente essere a un livello che non richiedeva altri contributi per produrre un reddito sufficiente al sostentamento familiare. Viceversa i guadagni di altri membri della famiglia erano considerati tutt’al più complementari; e questo rafforzava la tradizionale convinzione che il lavoro femminile (e tanto più infantile) fosse inferiore, e meno retribuito. Le donne non dovevano mantenere la famiglia: quindi si poteva pagarle meno. Dato che gli uomini, pagati meglio, rischiavano di vedersi ridotto il salario a causa della concorrenza delle donne, pagate peggio, per loro la strategia logica era escludere al possibile la concorrenza femminile” e poi “L’erede più cospicuo delle vecchie certezze (politicamente e ideologicamente trasformate) era il marxismo, il corpus delle teorie e dottrine elaborate dopo la morte di Marx.”

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    26/11/2019 10:51:13

    Come per l'opera precedente e sorella ("Il trionfo della borghesia", che affronta il trentennio precedente), in questo saggio Hobsbawm analizza il quadro complessivo del periodo che prepara la Grande Guerra: e lo fa, per fortuna, non adagiandosi sulla solita visione euro-centrica, ma spaziando anche agli angoli del mondo, dimostrandoci come i segnali dell'instabilità e della rivoluzione erano presenti anche in posti che tradizionalmente quasi non vengono considerati nella prospettiva storica. Soffermandosi anche sul cambiamento nelle arti, nelle scienze e nella filosofia, Hobsbawm con questo saggio si riconferma mente rara capace di eviscerare problemi e di affrontarli da diverse prospettive. Soprattutto, questo è come "Il trionfo della borghesia", un testo essenziale per ogni appassionato di storia che si rispetti.

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    11/03/2019 08:30:41

    Si tratta del terzo capitolo di una trilogia storica relativa al IXX secolo. In realtà, l'autore completa questo suo lavoro con una quarta opera, che l’ha reso assai noto, relativa al XX secolo, da lui brillantemente definito il "secolo breve". Parimenti, noi potremmo definire l'ottocento il "secolo lungo". Infatti, questo secolo, nella trilogia di Hobsbawm, inizia con la rivoluzione francese del 1789 e si conclude con lo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914. Il diciannovesimo secolo è interessantissimo, è un secolo di progresso e di rivoluzioni ed evoluzioni politiche, sociali, filosofiche, economiche, e scientifiche, oltre che tecnologiche. L'autore lo suddivide in tre periodi: il primo, l'età delle rivoluzioni; il secondo, l'età del capitale e dell'affermazione definitiva della borghesia; il terzo, l'età degli imperi. Il terzo periodo, quello descritto dal presente volume che costituisce un capolavoro assoluto della saggistica storica, va dal 1750 al 1914 ed è opportunamente definito da Hobsbawm il "crepuscolo" del ventesimo secolo. Infatti, durante questo quarantennio, si affacciano e si balenano i personaggi e gli eventi che segneranno e spiegheranno il XX secolo. Personalmente, ho trovato Impressionante constatare la quantità e la qualità delle somiglianze tra questo quarantennio che chiude il secolo lungo e gli anni che stiamo vivendo adesso, quelli successivi alla chiusura del secolo breve. Tanto per fare un solo esempio, recentissimo, che ricorda incredibilmente l'atteggiamento assunto dagli inglesi in occasione della Brexit: alla fine dell'ottocento la Gran Bretagna era l'unica grande economia che non applicava alcun dazio o tariffa commerciale, a conferma della propria filosofia e politica economica di assoluto liberismo commerciale. Ma nello stesso tempo la Gran Bretagna era il paese più rigido e chiuso per quanto riguardava l'afflusso dei lavoratori e dei cittadini stranieri nel proprio territorio.

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