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Anno edizione: 2015
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Negli anni cinquanta gli scrittori , e non soltanto loro, stavano da una parte, senza bisogno di un particolare supporto ideologico per farlo: la parte dei più poveri. Testori in questo romanzo elegge a protagonista un palazzo popolare della periferia di Milano; uno di quei palazzi tirati su in economia di materiali e di spazi, nell' urgenza della ricostruzione del dopo guerra. Inizia quasi come "Manalive" di Chesterton, ma poi si va in altra direzione, raccontando con trasporto le storie degli abitanti del fabbricone, tutti ghermiti dalla miseria e con nella mente l'imperativo di andare oltre, di guadagnarsi quasi ad ogni costo fette di benessere riconoscibile ma a loro precluso. Le storie si intrecciano, si avvinghiano le une alle altre. Un romanzo forse pasoliniano per molti versi, ma è come se lo sguardo dell' autore fosse meno tagliente: le storie sono storie dure, di prostituzione, di scontro politico anche violento, di disorientamento, di smembramento della famiglia, ma lo sguardo di Testori diventa di pagina in pagina più ampio: la sua partecipazione si fa meno dolente. Ci si può chiedere se oggi leggere un romanzo come questo ci dica qualcosa di quello che siamo diventati come popolo e come Paese, ma la domada giusta è un'altra: perchè di storie di questo genere, che sappiano di essere corali dalla prima all' ultima parola, non se ne scrivono più da decenni ? Che genere di confusione è nata per portare tutti così lontano dal dire e partecipare ? Il romanzo tratta materia grezza con una gentilezza insolita e peculiare, da dire che la mano è quella del grande scrittore.
Siamo a Milano, ma quella delle periferie. E siamo negli anni Cinquanta. La guerra è appena alle spalle, il Paese assapora già quella cosa che di lì a poco sarà il boom economico che riverserà su tanti, non su tutti, il suo benessere. Il fabbricone come si può capire, è un edificio di edilizia popolare che ospita un’umanità marginale affamata e già incattivita. Affamata non solo di soldi e benessere, e per essi disposta a tutto. Incattivita perché intuisce che alla fine nulla cambierà davvero. In questo piccolo mondo si muovono 2 famiglie: i Villa, comunisti; e gli Oliva, democristiani. Ripeto: siamo negli anni Cinquanta e queste differenze in realtà creavano divisioni, anzi odii profondissimi. E queste due famiglie si odiano. Ma. Carlo e Rita, esponenti di queste due famiglie, si innamorano. Pessima scelta, si dirà, e in effetti è così. Perché Testori mette in scena che cosa l’ideologia, di entrambe le parti, possa produrre. Un’autentica tragedia, dove le vittime paiono essere le donne. Rita, che si ritroverà cacciata di casa perché sta con un comunista, e alla quale anche il prete rifiuterà l’assoluzione. Perché va bene tutto, ma con un comunista no e poi no. Ma anche la Redenta, il cui fidanzato è morto in guerra e lei dopo di allora nessuno mai. La tragedia di un’umanità talmente cieca da preferire la creazione di un nuovo inferno, e nello stesso tempo affermare, con orgoglio, che ci si sta battendo per un mondo migliore. Un mondo dove però si muoverebbero sempre e solo quelli che la pensano alla stessa maniera, con tutti gli altri all’inferno. La piccola Rita e il Carlo, in principio lui dilaniato dal desiderio di fedeltà alla famiglia e al partito, e poi serenamente vinto dal sentimento della sua ragazza, sono l’esempio di un mondo che ha capito quanto le ideologie possano essere mortali.
Probabilmente non è l'opera migliore di Testori, ma ci permette comunque di capire la società italiana a cavallo tra gli Anni Cinquanta e i Sessanta, analizzata dal punto di vista dei poveri. Non scontato, lascia in più di un'occasione l'amaro in bocca per quello per come sarebbe potuta andare e invece non è andata...
Recensioni
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