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Joseph A. Schumpeter

Curatore: A. Zanini
Editore: Il Mulino
Collana: Percorsi
Anno edizione: 2015
Pagine: 200 p. , Brossura
  • EAN: 9788815258366
  Il fenomeno fondamentale dello sviluppo economico raccoglie per la prima volta due capitoli tratti dalla prima edizione della Teoria dello sviluppo economico di Joseph Alois Schumpeter, una delle opere più rilevanti per il pensiero economico del Novecento, il cui interesse non è tuttavia confinabile né alla scienza economica, né al Novecento. La pubblicazione di questo volume, tradotto e curato da Adelino Zanini che allo scienziato sociale austriaco ha dedicato gran parte della sua ricerca (Schumpeter impolitico, Treccani 1987, Principi e forme delle scienze sociali, il Mulino, 2013) soddisfa parzialmente un desiderio che, tra gli studiosi italiani di scienze sociali, era emerso più di ottant'anni fa: nel 1934 Giovanni De Maria aveva tradotto alcune parti dell'opera pubblicandole nel V volume della "Nuova Collana di Economisti" diretta da Giuseppe Bottai e Costantino Arena. Lo stesso De Maria aveva presentato agli economisti italiani con grande entusiasmo e ammirazione le linee di ricerca di colui che aveva ribattezzato "il Mozart dell'economia": "Vi è nello Schumpeter (...) una continua felice intuizione che gli fa ritrovare da abbozzi di teorie altrui (autori classici e preclassici spesso ignoti) generalizzazioni suggestive, quasi magiche. L'estro di Schumpeter distilla, svincola, affattura col materiale teorico di scuole diversissime quanto possa rinchiudersi nel proprio ordinamento e sia conforme alla propria interpretazione." ("Giornale degli Economisti ed Annali di Economia", n. 9-10, 1951). Finalmente, nel 1971 l'editore Sansoni pubblicò in italiano la prima traduzione integrale della Teoria dello sviluppo economico, condotta sulla quarta edizione tedesca del 1934 da Lapo Berti (rivista in seguito sull'edizione inglese da Valdo Spini) e con una vivace introduzione di Paolo Sylos Labini. Ci fu chi sostenne – il più esplicito fu Giorgio Gattei sulla rivista "Studi Storici"(n. 3, 1972) – che si era persa un'occasione perché i curatori dell'edizione italiana non avevano messo in rilievo le modifiche via via apportate da Schumpeter fra la prima e la seconda edizione tedesca e poi fra questa e la prima edizione inglese. Quattordici anni dopo Enzo Pesciarelli ed Enrico Santarelli avevano pubblicato nei "Quaderni di Storia dell'economia politica" (nn. 1-2, 1986) la prima traduzione italiana di una parte della prima edizione del libro poi riscritta nelle edizioni successive (il secondo capitolo). Oggi si è compiuto un passo importante verso un'edizione critica della Teoria dello sviluppo economico, che tuttavia rimane ancora una sfida scientifica ed editoriale da affrontare. Grazie al lavoro paziente di Adelino Zanini – che si dimostra un traduttore capace di fare i conti con lo stile narrativo desueto e roboante di Schumpeter e di renderlo in un italiano scorrevole senza far perdere al lettore l'impeto serioso del testo originale – abbiamo finalmente l'opportunità di comprendere la Teoria dello sviluppo economico così come originariamente è stata pensata dal suo autore.Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, se non fosse che l'economista austriaco cresciuto sotto l'influenza di Böhm Bawerk e Weber, denuncia in una nota della seconda edizione della Teoria dello sviluppo economico le "irritanti incomprensioni a cui andò incontro la prima edizione" del 1911. Ancora oggi il lettore che decide di immergersi in questo grande classico della storia del pensiero (ristampato da Etas nel 2002), avrà tra le mani un testo molto diverso rispetto all'originale, modificato con acribia ma controvoglia da Schumpeter. L'autore fu costretto dalla sua ambizione mai appagata a riscrivere per intero il capitolo secondo Il fenomeno fondamentale dello sviluppo economico, il perno attorno al quale ruota l'opera, e addirittura a sopprimere il capitolo con cui il libro del 1911 si concludeva, L'immagine complessiva dell'economia. Un capitolo lungo che ripercorre tutti i passaggi salienti del testo e che giunge a definire il punto di vista del mondo imprenditoriale sulla vita sociale: dato che l'imprenditore non è un capo primitivo, né un soggetto politico che eredita un potere, l'autentico agire imprenditoriale determina un insieme di punti di vista mutevoli tra loro in competizione. Sta qui l'essenza prima dell'imprenditorialità, nella dinamicità che dal singolo e, grazie innanzitutto agli strumenti messi a disposizione dal sistema bancario, può divenire sistemica. Dall'agire imprenditoriale scaturisce il mutamento non solo delle routine economiche, ma anche della struttura sociale, delle norme che lo regolano, dell'etica e dell'estetica: "I suoi contorni emergono con forza dalla massa. Nell'ambito economico, le sue azioni conquistano una parte crescente dell'attenzione pubblica – e lo stesso vale per la sua personalità. Da lui dipende molto e molti dipendono da lui. Vi è un motivo costante di occuparsi di lui, di porlo in discussione. Il suo successo s'impone e affascina. Lo eleva socialmente nella posizione che gli è attribuita per necessità organizzative (...) A lungo andare, non lo si può escludere dalla gestione dei processi che sempre più orientano di per se stessi verso i suoi interessi e quelli delle persone che egli direttamente comanda. A questo modo egli guadagna un potere politico e sociale. Arte e letteratura – l'insieme della vita sociale in quanto tale – reagiscono, come reagivano nel medioevo, nei confronti dei cavalieri. Sia che lo celebrino, sia che lo combattano, in ogni caso, si misurano con il suo tipo e con le condizioni da lui create. La vita sociale si adatta ai suoi bisogni e ai suoi orientamenti. Le caratteristiche delle sue condizioni di vita acquistano una sorta di universalità". La scienza di Schumpeter – come il primo decennio della storia novecentesca mittleuropea – è attraversata da una profonda inquietudine, e la sua economia si staglia in bilico tra l'ordine esemplare dell'equilibrio economico di Léon Walras e la visione marxiana dell'evoluzione economica come processo particolare generato dallo stesso sistema economico. Come scrisse Paolo Sylos Labini nella sua introduzione alla prima edizione italiana della Teoria dello sviluppo economico quest'opera "si proponeva il fine molto ambizioso di compiere una doppia sintesi: fra l'analisi 'statica' tradizionale e l'analisi 'dinamica'; e su questo secondo piano, fra l'analisi dello sviluppo e l'analisi delle fluttuazioni". Da questa fatica è scaturita una linea di ricerca ancora oggi fondamentale per la scienza economica e sociale, si pensi all'approccio neo-schumpeteriano alla teoria dell'innovazione sviluppatasi negli anni ottanta grazie a Keith Pavitt, Chris Freeman, Nathan Rosenberg, Richard Nelson, Sydney Winter, e che ha tra i suoi massimi esponenti l'italiano Giovanni Dosi. Tornare a ragionare sul fenomeno fondamentale dello sviluppo economico a partire dalle prima edizione della Teoria dello sviluppo economico rappresenta un'opportunità che potrebbe essere colta non solo dagli studiosi dei fatti economici e sociali. In particolar modo la prima versione del capitolo secondo del libro del 1911, che apre il testo curato da Zanini, è caratterizzato dall'ambizione di portare alla luce l'agire imprenditoriale in sé. Un tema che occupa l'intero capitolo secondo nella prima edizione e che in quella del 1926 viene relegato a un solo paragrafo. L'argomento, a ben vedere, segna non solo la storia delle origini del capitalismo, ma anche le fasi più critiche dell'evoluzione di questo sistema economico e sociale che, mai come oggi, appare frammentato, incoerente, e tuttavia bisognoso di un rinnovamento dei meccanismi attraverso i quali il plasmare creativo conduce a qualcosa di concreto "impiegando, in forme nuove, beni esistenti e, quindi, realizzando nuove combinazioni". È il segreto della dinamica innovativa che – come è noto agli studiosi e alle persone di cultura, un po' meno ai policy maker nostrani– rappresenta il cuore pulsante del capitalismo. Un segreto che non implica solo un'attenzione alle idee, ma anche alla "forza per l'azione" necessaria per rendere attuale ciò che è solo potenziale. Ciò comporta, nelle parole di Schumpeter, che la personalità dell'imprenditore sia intesa come "un meccanismo di mutamento" e non come "il fattore del mutamento", e che si ragioni, anche politicamente, sui nessi fra agire imprenditoriale ed evoluzione culturale di un sistema nazionale di innovazione; proprio quel tema che Schumpeter soppresse suo malgrado nelle edizioni successive del suo libro più famoso, e che è sottoposto a censura anche oggi nell'assenza di un dibattito serio sulla politica industriale in Italia.   Stefano Lucarelli