La fiaba russa. Lezioni inedite

Vladimir Propp

Curatore: F. Crestani
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1990
Pagine: LIV-393 p.
  • EAN: 9788806118402
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recensione di Bonafin, M., L'Indice 1991, n. 5

L'esaurimento delle scorte di scritti proppiani non si è ancora, fortunatamente, verificato: nel 1976 uscì, infatti, un volume sui problemi del comico e del riso (trad. it. "Comicità e riso", a cura di G. Gandolfo, Einaudi, 1988), e nel 1984 un altro sulla fiaba, che viene ora tradotto. In ambo i casi si tratta di manoscritti preparati in vista di un ciclo di lezioni e che quindi risentono sia della destinazione divulgativa, sia dello stile dell'esposizione orale. Questo volume sulla fiaba è tuttavia prezioso non solo per completare la bibliografia di Propp, ma per rettificare interpretazioni riduttive e generalizzanti della "Morfologia della fiaba" (1928) ancora correnti in certa narratologia. Inoltre esso ci offre una vivida immagine del folclorista sovietico, alla metà degli anni sessanta, impegnato a sviluppare le sue idee dialogando con precursori, maestri e contemporanei, e riaffermando così, indirettamente, la continuità di quella linea di studi "culturologici" valorizzata poi dalla semiologia e tuttora di grande attualità.
Fin dall'introduzione, Propp sostiene il metodo comparativo nello studio della fiaba, i cui intrecci si trovano spesso alla base della letteratura laica sorta nel medioevo e nel Rinascimento, individuando quindi ciò che la differenzia da una serie di generi affini (mito, leggenda, saga, aneddoto, ecc.), che presenta più di un'analogia coll'elenco di "forme semplici" enucleate da Jolles ("Legende, Sage, Mythe, Märchen, Witz", ecc.). Ciò che distingue la fiaba, oltre i contenuti, il contesto, la funzione sociale, è soprattutto la sua poetica specifica.
Nel primo capitolo, tracciando una storia della raccolta di fiabe, da Puskin alla metà del nostro secolo, Propp fa notare anche come il folklore abbia sempre avuto, un carattere di opposizione nei confronti della cultura ufficiale. Una continuità ideale collega infatti i divieti ecclesiastici medievali di raccontare fiabe alle difficoltà, dovute alla censura, incontrate dai raccoglitori del XIX secolo (come Afanas'ev, Chudjakov, Pryzov).
Un ampio panorama degli studi sulla fiaba nell'arco del XIX e XX secolo occupa il secondo capitolo; pur con un occhio di riguardo per la folkloristica russa, Propp tratta e discute anche le principali correnti di pensiero occidentali in pagine che hanno il sapore di un'autobiografia intellettuale, tanto più laddove lo studioso non esita a far emergere con nettezza l'originalità del proprio contributo. La storia degli studi è intrecciata all'esposizione dei principali problemi posti dall'interpretazione delle fiabe: così si passa dalla questione del genere, che già verso il 1840 era stato individuato nei suoi elementi distintivi rispetto a produzioni affini, a quella della genesi, di difficile risoluzione in assenza di una classificazione universale e omogenea del materiale dalla questione del rapporto col mito, privilegiato dalla scuola tedesca e in Russia, da Buslaev, Afanas'ev, Potebnja, a quella delle corrispondenze storiche fra gli intrecci delle fiabe, fino all'affermazione di affinità universali, di ordine etnografico; ma soltanto con la teoria dialettica dello sviluppo stadiale, secondo Propp, si compie il passo decisivo verso un'interpretazione materialistica della fiaba.
Una figura di primo piano, lungo questo percorso critico, è rappresentata per Propp da Veselovskij, per il quale lo studio dei motivi e degli intrecci rappresenta solo la fase preliminare, e necessaria, dello studio storico -genetico. Questo programma corrisponde esattamente alla ricerca intrapresa da Propp, volta a individuare la forma costante della fiaba ("Morfologia"), riconducendola poi a "fenomeni di costume, di pensiero o psicologici e di forme primitive di religione" (p. 101) nelle "Radici storiche". L'approccio reselovskiano riesce poi ad assimilare e superare anche le teorie sull'origine indiana degli intrecci delle fiabe (Benfey) e sulla loro successiva diffusione in Occidente. Anche l'affermazione della scuola antropologica (Tylor, Lang, Frazer), che costituisce per Propp un progresso verso una concezione materialistica, trova in Veselovskij un ascoltatore attento, e critico verso i residui idealistici presenti nei concetti di mentalità primitiva e di leggi della psiche umana. Propp si spinge sino a vedere in Veselovskij un'anticipazione dell'idea dello sviluppo stadiale.
L'esame dei principali tipi di fiaba comincia ovviamente con la fiaba di magia, terreno preferito di Propp; questo capitolo offre quindi un vero e proprio riassunto d'autore delle sue decennali ricerche. L'argomentazione procede tuttavia senza quasi ricorso alla formalizzazione e la struttura compositiva della fiaba di magia è dettagliatamente descritta riferendosi alle sue concrete realizzazioni nei diversi intrecci. Se la "sintassi" (p. 220) è ciò che distingue la fiaba di magia dagli altri tipi, e l'analisi dello stile mostra che anche le formule non sono puri procedimenti (in senso formalistico) ma veicolano un preciso orientamento nel mondo, solo lo studio tipologico degli intrecci realizza le possibilità di interpretazione storica e sociologica delle fiabe. (A proposito dell'intreccio di "Amore e Psiche'', qui studiato da Propp, andrà segnalata, per il lettore italiano, la flagrante analogia con un celebre saggio di Avalle, ora raccolto in "Dal mito alla letteratura e ritorno", Il Saggiatore, 1990, pp. 161 - 73).
Di notevole interesse è anche il capitolo sulle fiabe novellistiche, che si differenziano strutturalmente per la brevità, la semplicità di intreccio, l'eterogeneità degli avvertimenti narrati, i personaggi tratti dalla vita quotidiana e umile. In queste fiabe il mondo terreno è l'unico quadro di riferimento (manca "l'altro mondo" della fiaba di magia), realisticamente segnato dell'antagonismo di classe (contadini/signori) e dalla frequente comicità delle situazioni. Questi tratti inducano a porre l'origine delle fiabe novellistiche non nell'età primitiva, ma almeno nell'epoca dello stato schiavista, secondo Propp. La valorizzazione del comico e dell'opposizione del folklore alla cultura ufficiale fa di queste pagine sulle fiabe novellistiche le più ricche di bachtinismi involontari (le ricerche di Bachtin, coetaneo di Propp, sulla cultura popolare carnevalesca cominciavano a vedere la luce proprio mentre le lezioni sulla fiaba venivano ultimate). Tra questi varrà la pena di ricordare l'affermazione sull'esistenza, nel medioevo, accanto e in opposizione alla cultura ecclesiastica, di tradizioni narrative popolari a carattere comico-realistico (pp. 288 - 89); l'importanza data alla "stupidità" come fenomeno ambivalente, straniante riguardo alle norme ufficiali e legato alla tradizione festiva medievale (p. 323); la mescolanza di misoginia clericale e ambivalenza folklorica nella rappresentazione delle donne adultere (p. 324); l'anticlericalismo contadino espresso nelle parodie del servizio divino, la tematica dell'astuzia e il ruolo dei buffoni nelle fiabe novellistiche, che, tramite la derisione dell'autorità, preparano la coscienza alla rivolta.
Di minor impegno, ma con qualche elemento nuovo rispetto ai lavori già noti, sono i capitoli sulle fiabe cumulative e sulle fiabe di animali. L'ultimo capitolo registra un cambiamento di prospettiva, giacché Propp vi si confronta con i problemi generali della narrazione della fiaba, intendendo precisamente l'esecuzione ('performance') del testo. Egli prende in esame i condizionamenti relativi alle circostanze sociali e rituali in cui ha luogo la narrazione, il legame con le pause del tempo lavorativo, il 'milieu' contadino e i differenti tipi di narratore. La novità dell'adozione, ancorché non esplicita, di un quadro di riferimento pragmatico e sociolinguistico andrà forse messa in parallelo con le riflessioni, di analogo tenore, contenute in un celebre saggio di Bogatyrëv e Jakobson ("Il folklore come forma di creazione autonoma", 1929).
In conclusione, sia consentito aggiungere che l'importanza del volume avrebbe meritato una più attenta cura redazionale: purtroppo invece permangono ancora sviste e refusi non insignificanti nella traduzione, genericità e inesattezze nelle indicazioni bibliografiche.