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Gordon S. Wood

Traduttore: D. Panzieri
Editore: Giunti Editore
Collana: Saggi Giunti
Anno edizione: 1996
Pagine: 506 p.
  • EAN: 9788809207226

recensione di Abbattista, G., L'Indice 1997, n. 3

Nel discutere di questa traduzione, certamente opportuna, conviene accantonare i dubbi sollevati dalla scelta del titolo (perché dover rinunciare all'immediatezza dell'enunciato originale: "The Rad-icalism of the American Revolution*?) e da qualche incertezza che affiora qua e là nella versione, fin nella titolazione dei capitoli: si tratta nel complesso di una buona traduzione. Vale la pena invece concentrarsi sul contenuto di questo, che, diciamolo subito, è un importante, benché controverso, libro di storia, che istintivamente, per struttura e ambizioni, verrebbe da accostare a un classico come "L'antico regime e la Rivoluzione" di Tocqueville. Non siamo certo di fronte a una storia tradizionale, ma a una sintesi che, a forti tinte interpretative, affronta argomenti generali di storia della cultura e delle ideologie politiche e sociali, articolando l'esposizione attorno a tre grandi idealtipi che servono per analizzare le forze interne della politica e della società in America tra fine Settecento e primi decenni dell'Ottocento: monarchia, repubblicanesimo e democrazia. Rappresentante di spicco, insieme a Bernard Bailyn, di quella che si suole chiamare la "sintesi repubblicana", Wood appartiene a quella tendenza storiografica che negli ultimi decenni ha cercato di recuperare pienamente il senso delle conseguenze rivoluzionarie della nascita degli Stati Uniti d'America, dando il dovuto rilievo alla componente ideologica rappresentata dal repubblicanesimo, nelle varianti emerse proprio nel corso del Settecento: un repubblicanesimo di tipo classico e "old whig", aristocraticamente legato all'idea di virtù patriottica e tale da attestare il profondo debito della cultura politica americana verso la propria matrice britannica; e un repubblicanesimo radicale, liberale, individualista e di tendenza dichiaratamente democratica. Sono questi due elementi che secondo Wood entrarono in gioco, determinando una complessa dialettica ideologica di tradizione e innovazione, nella maturazione e nello sviluppo della rivolta antibritannica e che, in ultima analisi, conferirono a quest'ultima un carattere autenticamente rivoluzionario, con l'ovvia avvertenza di non vincolare questo aggettivo a significati scaturiti dall'esperienza francese del 1789 o sovietica del 1917.
A suggerire la piena legittimità dell'impiego di un termine così impegnativo serve il paragone con le condizioni di qualunque società europea contemporanea: la trasformazione istituzionale repubblicana e il mutamento di mentalità e di valori sociali in senso egualitario, democratico e "acquisitivo" che il conseguimento dell'indipendenza accelerò, per quanto non in obbedienza a un progetto rivoluzionario preordinato, furono per l'epoca un fenomeno senza uguali e di portata autenticamente sconvolgente. In modo apparentemente sorprendente il mondo nordamericano prerivoluzionario è presentato sottolineando i tratti di affinità con la società "monarchico-aristocratica" della madrepatria: forme economiche premoderne, relazioni sociali fortemente gerarchizzate e improntate a familismo, paternalismo e patronage, pur nell'assenza di un'aristocrazia consolidata, politica a carattere localistico e mediata dalla dipendenza personale e dalla deferenza piuttosto che dalla partecipazione e dal consenso. Wood fa vedere successivamente come tutti quegli aspetti di tradizionalismo fossero investiti nei decenni centrali del secolo XVIII da forze strutturali (natalità, immigrazione, urbanesimo, sviluppo di manifatture, commercio internazionale, credito, finanze) che iniziarono a trasformare il volto di una società, i cui membri ancora alla metà circa del Settecento l'autore definisce efficacemente "più inglesi degli stessi inglesi". Il relativo indebolimento della "gentry" terriera imbevuta di valori aristocratici a favore dei ceti di "freeholders", mercanti e manifattori allentò insomma fino a dissolverle le preesistenti gerarchie sociali e le forme personalistiche di autorità. L'evoluzione in senso egualitario, a cui il 1776 dette un grande impulso, fu il grande fattore di cambiamento dei cinquant'anni successivi. Dal punto di vista politico-ideologico, ciò coincise con una sempre più marcata dialettica tra repubblicanesimo ed elementi monarchico-aristocratici. Se questi poterono coesistere abbastanza a lungo nell'ambito della tradizione politica britannica, nella meno solidificata società americana si rivelarono incompatibili e forieri, grazie anche alla debolezza dell'apparato ecclesiastico anglicano e allo spontaneismo religioso del Great Awakening, di un'esperienza radicalmente innovatrice. E, di questa, il fatto saliente fu non tanto l'indipendenza da un sistema di dipendenza coloniale, quanto l'affermazione di idee politiche - eguaglianza, libertà, diritti inalienabili - e di valori di convivenza civile come il talento personale contro l'ereditarietà, la dignità del lavoro contro la rendita, la virtù contro il favoritismo personale o il privilegio, la legittima ambizione contro l'immobilismo dei lignaggi, i diritti delle donne contro il patriarcato e il patrilinearismo, ma anche l'interesse individuale contro la virtù sociale e politica teorizzata dalla tradizione repubblicana classica come massimo collante della comunità. La rivoluzione americana fu dunque molto di più di una guerra d'indipendenza contro l'oppressione coloniale. Essa aggredì forme di potere e gerarchie tradizionali tanto quanto l'autorità dei padri sui figli, e lo scossone che essa dette al patriarcato dietro l'influsso della pedagogia illuministica parve, se proiettato sui rapporti tra madrepatria e colonie, far assomigliare il conflitto sull'impero "a un battibecco familiare": il suo ideale di indipendenza fu espressione, cioè, non tanto di valori nazionali, quanto dell'aspirazione di individui proprietari liberi e autonomi a vivere in un mondo (e in un mercato) di eguali.
È il pieno apprezzamento di questo aspetto di radicalità che consente a Wood di respingere il mito di una rivoluzione americana conservatrice e ideologicamente povera contrapposta a una rivoluzione francese tutta principi astratti e perciò caotica, sovvertitrice e sanguinaria. La realizzazione pratica di ideali come governo della legge e per consenso, partecipazione politica, costituzione, cittadinanza, fratellanza, benevolenza sociale e utopia democratica costituiscono insieme il debito e il contributo della rivoluzione americana alla civiltà dell'Illuminismo e i segni duraturi impressi dalla rivoluzione sulla nazione americana. La ricostruzione di Wood non manca però di esprimersi in termini di conflitti tra sopravvivenze e novità piuttosto che di mutamenti assoluti, univoci e irreversibili.
Pur nel comune richiamo a una forma moderna, emerse l'antitesi tra due concezioni della politica, della libertà e della proprietà: l'una fondata sull'ideale aristocratico del gentiluomo repubblicano, che per indipendenza proprietaria e responsabilità civica si proponeva come naturale titolare di una rappresentanza virtuale; l'altra su un'idea dell'individuo come depositario di appetiti egoistici innati e di (legittimi) interessi privati basati sul lavoro che esigevano una rappresentanza reale. Le propensioni elitarie e gerarchiche della prima e lo spiccato individualismo competitivo della seconda, nella quale era adombrata l'idea della politica dei gruppi d'interesse, derivavano da una comune fiducia nel merito, nel talento e nella virtù, ma l'una non poté rassegnarsi al livellamento sociale, allo spirito egualitario e al radicalismo popolare propugnati dall'altra. Gli stessi conflitti tra federalismo e localismo, tra aristocrazie terriere e del denaro ed eterogenei interessi mediani, per il cui controllo si rivelarono efficaci i noti mezzi monarchici dell'influenza e del "patronage", furono la conseguenza necessaria di una crisi di "leadership", consumatasi nel tramonto del patriziato settecentesco, degli ideali repubblicani classici e degli imperativi culturali aristocratici propri dell'universo intellettuale dei padri fondatori, e ancora vivi in personalità come Franklin, che un'ormai screditata tradizione ottocentesca volle prototipo del buon borghese americano. Fu poi l'età di Monroe e di Jackson a inaugurare la politica moderna come competizione tra partiti stabili, funzione remunerata aperta a ogni comune cittadino (e non più incombenza naturale di un'élite terriera) e scenario di lealismi non più sociali e di status, ma essenzialmente basati sull'interesse politico o economico. È in questo, e nell'affermazione di una civiltà individualistica del successo e del lavoro produttivo quali unici criteri di distinzione in una società pure di grande omogeneità, nel conseguimento dell'autosufficienza economica profetizzata da "Common Sense", nella generalizzazione del cristianesimo settario e militante e nella democratizzazione culturale implicita nell'idea di opinione pubblica che Wood vede la vera radicalità della rivoluzione e dei nuovi fondamenti morali ch'essa gettò: per quanto sgradito e inatteso segno di regresso potesse apparire ai padri del 1776.
Fin qui il quadro dipinto da Wood, che non manca certamente di forza persuasiva, sostenuto com'è da una prosa fortemente evocativa, da una grande padronanza delle fonti coeve, da una struttura espositiva che sa dosare in modo sapiente le generalizzazioni e i singoli esempi. Non si può nascondere l'impressione di un certo schematismo in un'esposizione, che, pur ricchissima, procede per successive dicotomie, trascurando quella pluralità di dimensioni che, piaccia o no, giovi o meno all'efficacia letteraria, la ricerca tende a portare in evidenza. Non si possono però sottoscrivere le critiche degli esponenti di quelle linee di ricerca attente ai temi della razza, del "gender", dell'etnicità, delle classi, delle comunità locali, delle sezioni geografico-territoriali e della schiavitù: gli inaccettabili silenzi e le omissioni di cui hanno accusato Wood sembrano frutto più di preoccupazioni contemporanee per la "politic correctness" che di sensibilità storica, più di una insofferenza per il tipo di società emerso all'inizio dell'Ottocento che dalla disponibilità a comprenderne i meccanismi e i valori.