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Arthur Schopenhauer

Traduttore: G. Colli
Editore: Adelphi
Anno edizione: 1992
Pagine: 142 p. , Brossura
  • EAN: 9788845909436
"Queste pagine dello Schopenhauer non son dunque inutili neppure oggi, dopo tanti anni da che sono state scritte, e anche se la questione a cui si riferiscono non fosse sempre viva, varrebbe la pena di leggerle": così si concludeva l'introduzione di Giovanni Papini a questo volumetto, il terzo della collana "Cultura dell'anima" che egli stesso volle, e diresse fra 1909 e 1938, per Carabba, editore in Lanciano, nel periferico Abruzzo (quella collana raggiunse i 163 titoli, cfr. www.culturadellanima.it, e sfogliarne oggi il catalogo, mentre le rinate edizioni Carabba ne cominciano la ristampa anastatica completa al ritmo di trenta titoli ogni anno, riempie di meraviglia per la sua liberale e coltissima apertura).
Il testo di Schopenhauer veniva allora tradotto per la prima volta in Italia (la prima traduzione integrale dei Parerga e paralipomeni, cui il testo appartiene e che data 1851, sarà da noi quella delle edizioni Boringhieri nel 1963, ripresa poi da Adelphi nel 1981-1983): la scelta era tempestiva, perché in quegli anni si discuteva in Italia la questione, appunto, dell'insegnamento della filosofia nei licei. Non poche erano le voci contrarie: all'interno della commissione reale per la riforma delle scuole medie operava Giovanni Vailati, un'importante figura di intellettuale generalista e antiaccademico, divenuto amico di Papini nella collaborazione al "Leonardo" (visse fra 1863 e 1909, era di Crema, laureato in ingegneria a Torino e qui avviato agli studi di matematica e di geometria, poi di psicologia e di economia; a partire dalla introduzione che Ferruccio Rossi Landi fece nel 1957 a un suo volume di scritti di "critica del linguaggio", oggi la sua opera complessiva è ampiamente rivalutata). Vailati avrebbe preferito che la scuola italiana aderisse al modello tedesco (spostare decisamente lo studio della filosofia entro gli studi specialistici dell'università) o quella francese (la filosofia solo all'ultimo anno di liceo); ma considerando realisticamente l'istituto italiano di comprendere la filosofia nell'intero triennio liceale, raccomandava di imparentarla con la storia della scienza nei licei scientifici e con l'analisi terminologica e con le scienze umane nei licei classici.
La memoria di Vailati fu inclusa in appendice a questo testo di Schopenhauer. Già Papini e Prezzolini avevano polemizzato, sulle pagine del "Leonardo" contro l'insegnamento della filosofia nelle scuole "medie e alte". Benedetto Croce si era spinto a vagheggiare l'abolizione di tutte le cattedre universitarie di filosofia. Nel 1908 Giovanni Gentile propose, per l'insegnamento della filosofia, una serie di riforme "tanto importanti e radicali, – sottolinea Papini – che se ne può dedurre anche la soppressione, per lo meno temporanea, del così malfatto insegnamento filosofico liceale". Ora Papini, introducendo le rigogliose pagine di Schopenauer, e condividendo animosamente il suo antihegelismo, ne accetta sostanzialmente anche la tesi di ridurre l'insegnamento della filosofia a logica e a uno stringato "bigino" di storia della filosofia, adatto a invogliare i pochi sinceramente motivati a leggere direttamente le opere dei (pochi) grandi filosofi.
Conviene oggi rileggere questa vicenda. Abituati come siamo a certe mistiche pedagogiche, a certi linguaggi burocratici e a un sofisticato inconcludente politichese, già innanzitutto si proverebbe di nuovo ammirazione, e qualche desiderio di imitazione, davanti alla prosa chiara, priva di impliciti, di tutti gli autori che abbiamo ricordato, a partire ovviamente da Schopenhauer. In secondo luogo l'occasione della ristampa anastatica di questo volumetto (a cento anni dalla sua edizione) potrebbe riaprire, appunto in modo chiaro e piano, una questione che resta sempre di grande rilievo e che, generalizzando, potremmo così riassumere: come si insegnano a scuola (e anche all'università) temi e problemi profondamente controversi e controvertibili?
Al di là dell'aspra polemica verso l'hegelismo dominante e le sue acquietanti involuzioni religiose (dunque contro una temibile "filosofia di stato" e un'altrettanto temibile filosofia devozionale), la riflessione di Schopenhauer si fonda sul convincimento che la scuola possa legittimamente trasmettere soltanto il sapere universalmente accettato e non controverso, e anche il sapere controverso su questioni risolvibili: in pratica scienze naturali, matematica, logica, lo scheletro della memoria storica, forse anche (per ragioni che andrebbero approfondite entro la visione filosofica di Schopenhauer) la grande letteratura.
A prima vista per tutti noi, io credo, questo è un convincimento troppo forte, estremo, sebbene dotato di qualche efficacia verso gli eccessi di una concezione "educante" della scuola (che formi buoni cittadini, bravi lavoratori, ragionatori equilibrati). Ma se la concezione di Schopenhauer è appunto estrema, quale è la nostra posizione intermedia? Come pensiamo la neutralità del nostro insegnare e al contempo la sua passione umana e civile?
Franco Rositi