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Gianluca Garelli

Editore: Mondadori Bruno
Anno edizione: 2001
Pagine: 176 p.
  • EAN: 9788842498179

Nel suo ultimo lavoro, Gianluca Garelli - estetologo formatosi nella tradizione di quella scuola torinese che fa capo a Luigi Pareyson, e specialista del pensiero kantiano - ci mostra con quale energia il pensiero filosofico del Novecento si sia impegnato in un serrato confronto con la fondativa categoria estetica del tragico. Non è forse secondario che tale confronto si interroghi su un'esperienza cruciale dell'umano, quale quella della tragicità dell'esistenza, che ha conosciuto una sua prima, e però decisiva, elaborazione non nella filosofia, bensì nella poesia dei tragediografi greci: ciò implica al contempo un necessario e approfondito esame dei rapporti che la filosofia ai suoi esordi intrattiene con un pensiero altro, che in certa misura la precede e contribuisce a renderla possibile, salvo poi venire in qualche modo rimosso da essa. Altrettanto poco marginale risulta il fatto che qui la posta in gioco sia, per la filosofia e per quel Novecento che la pratica, il senso e l'attualità della grecità. E della classicità (di una classicità complessa, che ricomprende al proprio interno l'opposizione del tragico alla nobile serenità winckelmanniana, "se mai - nota Garelli - ve n'è davvero stata una").

Il volume si compone di due parti: la prima, introduttiva, intitolata L'ambiguo destino della catarsi, imposta il principio regolatore di questa ricognizione nelle filosofie novecentesche del tragico: il concetto aristotelico di catarsi (purificazione sperimentata dallo spettatore provando pietà e terrore alla rappresentazione di eventi tragici), nella sua polivocità semantica e nelle sue implicazioni fisiologiche, esistenziali, cognitive, sociali, polarmente compresa fra gli estremi della partecipazione empatica all'evento luttuoso da un lato e della distanziazione critica da esso dall'altro. Ma fin da Aristotele l'interrogazione sul senso della catarsi, come ricorda Garelli, "fa tutt'uno con un'altra: come mai nell'arte ci sentiamo attratti da quanto nella vita reale ci turba, spaventa o addirittura ripugna". La costanza e l'universalità dell'orizzonte circoscritto da queste due domande confligge con la consapevolezza della specificità storica del tragico antico rispetto alla possibilità di un tragico cristiano e poi moderno. Garelli rende conto di tale frizione tra l'universalità esemplare del tragico e la sua costitutiva storicità a partire da quegli autori (come Hölderlin, Kierkegaard, Nietzsche) che costituiscono l'immediato retroterra storico-teorico delle declinazioni contemporanee del pensiero tragico.

A queste è dedicata la seconda parte, antologica e corredata di schede introduttive, nonché organizzata secondo un criterio più tematico che non cronologico. Garelli privilegia la cultura tedesca, che più si è affaticata sul senso della tragicità, nella complessità di un approccio che va dall'estetica psicologica di Lipps e Volkelt, alla Kulturphilosophie di Ziegler, Simmel e Lukács, dalla descrizione fenomenologica di Scheler alla teoria critica di Adorno, passando per le filosofie della storia di Rosenzweig, Benjamin, Jaspers, Jonas (e per la certificazione dell'impossibilità di una filosofia della storia del tragico in Szondi) e approdando all'ermeneutica di Jauß. Ma non si trascura di render conto di apporti provenienti da altri contesti, di cui Garelli sottolinea l'originalità rispetto alla linea germanica: dalla cultura russa (la concezione del tragico di Sestov, avversa a ogni sua conciliazione idealistica); da quella francese (il dialettico Goldmann, che recupera una tradizione tragica nazionale maturata in Racine e Pascal; il mitologo Girard, che esplicita la funzione smascherante della tragedia rispetto alle strategie di occultamento mitico e filosofico); da quella spagnola (l'irrazionalismo della tragicità donchisciottesca in de Unamuno). Ma nel volume, a contendere spazio alla tradizione tedesca è soprattutto l'attenzione che Garelli ha deciso di dedicare al panorama italiano contemporaneo, nella convinzione che esso abbia "elaborato posizioni degne del massimo interesse, francamente penalizzate da un certo isolamento linguistico". Della prima metà del Novecento italiano Garelli richiama le posizioni di Michelstaedter (la tragicità dell'inaggirabile "rettorica" dell'umano) e di Tilgher (che, raccogliendo in antologia quei filosofi italiani del primo dopoguerra - tra cui Buonaiuti, Rensi, Martinetti - accomunati da una posizione anti-idealistica, ne metteva in luce il condiviso fondamento tragico), mentre della seconda metà accentua l'opposizione fra l'ontologia della necessità di Severino e l'ontologia della libertà di Pareyson e della sua scuola (Givone, Ciancio). Ma dà voce anche ad altre proposte interpretative non immediatamente riconducibili all'uno o all'altro di questi poli (Quinzio, Masini, Cacciari, Colli, Caracciolo, Cometa).

Il percorso che ci viene offerto ci persuade del fatto che un faccia a faccia del pensiero con l'esperienza scabrosa della tragicità non possa limitarsi a un'antiquaria ricostruzione dei rapporti fra la filosofia e le proprie origini non-filosofiche, né a un ampliamento categoriale in seno all'estetica, ma coinvolga le radici stesse del filosofare.

Quali sono le ragioni dello straordinario interesse che gran parte della filosofia del Novecento ha mostrato nei confronti del fenomeno tragico? Al di là di ogni troppo facile retorica, la risposta a questa domanda richiede anzitutto di isolare un elemento che permetta di ricostruire l'ampia costellazione di significati che molti contesti teorici, anche assai distanti fra loro, negli ultimi cento anni hanno conferito al termine stesso di "tragico", dall'estetica psicologica d'inizio secolo fino al "pensiero tragico", che dell'ermeneutica costituisce uno degli esiti filosoficamente più significativi.
Nonostante la diffidenza che la circonda, e anzi forse proprio in ragione di tale diffidenza stessa, un'importante funzione sembra svolta in questo senso dalla storia interpretativa della nozione aristotelica di catarsi, svincolata dalle sue derive moralistiche tardomoderne, e restituita appieno al versante estetico. Qui essa può mostrare la sua peculiare ambiguità, i cui esiti non tarderanno a rivelarsi propriamente dialettici: catarsi come presa di distanza estetica dall'evento luttuoso e dalle sue implicazioni sociali, ma catarsi anche come partecipazione all'evento stesso, nello spazio che in tale distanza si viene a creare per la riflessione e per la teoria, ossia la critica.

Con testi di: Lipps, Volkelt, Ziegler, Sestov, Simmel, Scheler, Michelstaedter, de Unamuno, Tilgher, Cometa, Lukÿcs, Goldmann, Benjamin, Rosenzweig, Cacciari, Szondi, Jaspers, Girard, Caracciolo, Lonas, Quinzio, Masini, Pareyson, Severino, Givone, Ciancio, Adorno, Jau , Colli.

Introduzione: L'ambiguo destino della catarsi; Antologia: I. Dalla psicologia alla cosmologia del tragico; II. Il tragico della cultura; III. Dio sofferente, Dio spettatore, Dio nascosto; IV. Morire d'immortalità; V. Fra trascendenza, religione e immanenza; VI. Ontologia e tragedia: necessità e libertà; VII. Ambivalenza della catarsi.