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Traduttore: B. Ambrosi
Editore: 66th and 2nd
Collana: Bazar
Anno edizione: 2011
Pagine: 389 p., Brossura
  • EAN: 9788896538135
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    enrico.s

    30/09/2011 17.41.11

    Lettura entusiasmante, a tratti impegnativa (il che è un pregio). Forse qualche eccesso di lirismo e un ricorso un po' troppo spinto alla metafora possonoessre rimproverati all'autore, il quale si fa perdonare alla grande con un linguaggio esuberante e ricercato senza essere pedante. Nella migliore tradizione americana vengono rappresentati gli eterni interrogativi che assillano da sempre l'umanità sul senso della vita e su come vivere, attraverso le vicende di persone "normali" che tirano avanti le proprie esistenze in un quotidiano comune a tanti. I personaggi sono resi con vera maestria, sempre più rara nella narrativa di oggi (o almeno nei narratori, specialamente italiani, con meno di trent'anni o giù di lì). Mi sento di raccomandarlo a tutti, anche se chi non ha consuetudine con la letteratura con elle maiuscolo forse potrebbe avere qualche difficoltà di approccio, almeno all'inizio.

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    astolfo

    11/06/2011 16.35.08

    Il romanzo più "italiano" in circolazione a lungo non ha trovato un editore italiano. Il miglior debutto letterario americano del millennio, anche. Sulla traccia di John Fante più che del citatissimo Faulkner, nella scrittura e la tematica, il muro del cozzo di civiltà, malgrado l'applicazione, la costanza, la volontà, per le persistenze che non si cancellano. È il tema che fa la scrittura, minuta, limitata, benché arricchita da rarities, hapax e idioletti - "il lavoro del romanziere è al 95 per cento scegliere la parola giusta", lo scrittore flaubertianamente dichiara. Scibona racconta in modo rapsodico, cinque o sei personaggi di "nessuna storia" (vinti, esclusi, marginali, paria, i niente) stagliando icastici. Dalla fine della guerra di Corea nel 1953 a ritroso al 1915, attorno a un giorno che è la festa dell'Assunta, così familiare e remoto. Sei personaggi di solitudine estrema, nell'immenso paese "che non c'è" di cui sono orgogliosi, la storia fantasticandone e la geografia. È un romanzo delle radici. I nomi scorrono anch'essi familiari e remoti, Mimmo, Ciccio, Rocco, nel remoto Elephant Park, Cleveland, Ohio, Usa, sul lago Erie. Con la casuistica gesuita del liceo, bizzarramente essa pure familiare: Dio non può esistere e tuttavia esiste, è libero e non è libero, eccetera. Si gioca a scopa. E i negri fanno paura. Ma gli stessi italiani sono witish, mezzi bianchi. Con il mondo femminile originario e vero, non quello suppostamente succube e incapace nella vulgata meridionalistica: mogli italiane che lasciano i mariti italiani, non si occupano dei figli, e surrogano gli uomini nel lavoro, anche in remote campagne, magari con più intelligenza, ma li compatiscono, nel tran-tran degli aborti clandestini. E col rifiuto delle radici che caratterizza l'emigrante, pur legato agli usi e alla lingua originaria, e anzi al dialetto. Ma con la nota accuratezza filologica dei letterati americani italiani g

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