Traduttore: A. Vigliani
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 22 ottobre 2014
Pagine: 241 p., Brossura
  • EAN: 9788845929281
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Descrizione

Vincitore Premio Strega Europeo 2015

Si sarà proprio chiamata Esther quella bisnonna che, nella Kiev del 1941, chiese fiduciosa a due soldati tedeschi la strada per Babij Jar, la fossa comune degli ebrei, ricevendone come risposta un distratta rivoltellata? Forse. E dell'intera famiglia, dispersa fra Polonia, Russia e Austria, che cosa ne è stato? Il monolite sovietico conosceva l'avvenire, non la memoria. Per ricostruire quella ramificata genealogia, quel vivace intreccio di culture e di lingue - yiddish, polacco, ucraino, ebraico, russo, tedesco -, Katja Petrowskaja intraprende, sulle tracce degli scomparsi, un intenso viaggio a ritroso nella storia di un Novecento sul quale incombono la stella gialla e quella rossa, e in cui si incrociano i destini di memorabili figure: la babuska Rosa, incantevole logopedista di Varsavia, che salva duecento bambini sopravvissuti all'assedio di Leningrado; il nonno ucraino, prigioniero di guerra a Mauthausen e riemerso da un gulag dopo decenni; il prozio Judas Stern, che spara a un diplomatico tedesco nella Mosca del 1932, e dopo un processo-farsa viene spedito "nel mondo della materia disorganizzata"; il fratello Semén, il rivoluzionario di Odessa, che passando ai bolscevichi cambia in Petrovskij un cognome troppo ebraico... Ma indimenticabili protagonisti sono anche i paesaggi: l'immane pianura russa invasa dai tedeschi e le città della vecchia Europa: Kiev, Mosca, Varsavia, Berlino. E i ghetti, i gulag e i lager nazisti.

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Recensioni dei clienti

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    moreno63

    04/01/2016 12:12:39

    Scrittura che non decolla. Discontinuità che non riesce a coinvolgere.Come direbbero a scuola: apprezzabile solo per l'impegno.

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    carlo

    05/08/2015 09:49:16

    Oltre che per la tematica straziante il libro mi è piaciuto a motivo dei vari personaggi che la scrittrice trae dalla memoria. Figure meravigliose nella loro semplicità. A volte ho fatto fatica a seguire il flusso del racconto, ma le figure che emergevano lo rendono un grande libro.

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    Bruna

    03/07/2015 10:57:32

    Una pagina molto dura della storia raccontata in un modo nuovo e sorprendente, mi è piaciuto!

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    Fausto Ciccacci

    19/06/2015 19:17:33

    Boh. Non saprei perchè, ma proprio non mi ha convinto. Non si fatica a leggerlo, ma non si capisce bene cosa dovrebbe appassionare...

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    gianni

    11/01/2015 18:48:45

    Una scrittura di livello, a tratti mossa da un tratto quasi sperimentale di grande efficacia emotiva, e di una profondità di intuizione che sorprende il lettore. Un libro perfetto, di una finezza incantevole.

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    Michael Moretta

    03/01/2015 18:25:33

    Il voto basso lo attribuisco non tanto per il tema narrato, di per sé interessante, quanto per lo stile dell'autrice, che non mi è piaciuto assolutamente, e per i numerosi, e francamente fastidiosi, errori di stampa, stupefacenti nelle edizioni Adelphi. Katja Petrowskaja ci accompagna alla ricerca delle tracce degli antenati della sua famiglia, in parte ebrea ed in parte russa ortodossa. Ci muoviamo quindi tra Polonia, Austria, Ucraina, e Russia. Tra campi di concentramento nazisti e gulag russi. Attraverso testimonianze dirette e grazie a ricordi di sopravvissuti l'autrice riesce a tracciare a grandi linee la storia della sua famiglia, dai bisnonni fino ai suoi genitori. E qui secondo me finisce il buono del libro perché tutto ciò lo fa mettendo a dura prova la pazienza del lettore. È chiaro il suo tentativo di voler abbordare un soggetto tanto ostico come la seconda guerra mondiale in modo "alternativo"...ma il risultato secondo me è scadente. Innanzitutto il lettore molto spesso si perde nella sfilza di nomi di parenti di svariati gradi che l'autrice propina a ruota libera. Si stenta a trovare il filo logico dei suoi ragionamenti, persi in frasi ridondanti e lunghissime, con un eccesso di punteggiatura che, a tratti, rende la lettura molto difficile, quasi fosse una corsa ad ostacoli. Se ciò non bastasse ci troviamo di fronte ad una quantità di errori di stampa quasi da Guinness dei primati! Tutto ciò rende la lettura di questo libro davvero poco piacevole, ed è un peccato in quanto l'idea di parlare di nazismo e comunismo attraverso la ricerca della storia della propria famiglia è interessante, anche se non nuova. Infine, nell'introduzione al libro si accosta quest'opera ad "Austerlitz", di Sebald. Il paragone mi sembra davvero azzardato e poco generoso nei confronti del capolavoro di Sebald.

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    La metafore della costruzione sono invadenti nella giovane storia letteraria di Katja Petrowskaja: un ponte sono considerate le sue storie, un cantiere la prosa, un'opera di architettura la fluttuazione di memorie che setacciano episodiche e orribili il ventesimo secolo. Si butta così una scrittura di profuga e poliglotta sulla fragilità di questa nostra Europa, come se a unirne le lingue e la storie potesse essere la biografia di una giovane donna, ebrea senza convinzione, tedesca di adozione, a disagio nell'Ucraina dove è nata e nella Russia dove si è formata. Fragile e smaterializzato è invece quello che Katja Petrowskaja dice di sé: "sono un personaggio da road-movie, che non sa guidare l'automobile. La patria è per me una terra, che si può attraversare, ma dove non si può mettere radici". Non una romanziera (ribadisce ad ogni intervista), ma semmai una scrittrice di viaggio, che con Forse Esther ha composto un testo inguaribilmente eccentrico rispetto al "genere". Non si trovano descrizioni accurate, a stento l'autrice si ferma sulle figure che incontra tra le "stazioni" e solo quando sono pittoresche e manipolabili da una leggera vena di ironia, da una attenzione facilmente distratta, o quando assecondano un monologo interiore che si caratterizza soprattutto per mancanza di ossessività. Del suo cammino trattiene leggera un passato di cui vuole essere osservatrice e protagonista, restituito con semplicità, ma ricordando culture e letture, spesso gettate lì con sorridente noncuranza. Una tessitura difficile da tradurre che Ada Vigliani riesce a rendere con passione e intelligenza, assecondando scarti, variazioni e impuntature. Nel viaggio sono due i percorsi che si impongono. Gli incontri casuali, il pensiero continuamente in cerca di immagini ed emozioni, formano in Forse Esther uno spaccato efficace della storia del Novecento. "Avevo pensato bastasse raccontare di quelle poche persone che per caso erano miei parenti, e già avremmo avuto in pugno l'intero ventesimo secolo". Ma questo libro è soprattutto liberatorio e convincente, un controcanto alla mummificazione dell'orrore, ora che i testimoni stanno scomparendo e che la "seconda generazione" invecchia oppressa di memorie o di dimenticanze. Un coro di figure insolite, affettuose, con una loro vita di manie, sogni e ricette creano qui un tessuto di presenze segnato dalla vita che continua, oltre gli eccidi e le violenze, nella catena della generazione: "e ho capito che proprio lei (scrive della nonna) così refrattaria a qualsiasi legame con quel dolore, per cui alla parola ebreo si pensa subito ai sepolcri – sicché essendo ancora in vita non poteva essere ebrea –, ho capito dunque che proprio lei aveva imparato dai suoi nonni, a quei tempi ancora ebrei, tutte le pietanze sapide e succulente, e ne aveva adottate molte fra quelle che persino sua madre non conosceva più". Il "forse" della ricostruzione sentimentale di una discendenza partecipe di ogni piega del passato è sommessamente atto redentivo: storia delle vittime che, contrariamente a quanto diceva Girard, non viene liquidata nell'anonimato delle fosse comuni. Non c'è la pesantezza della memoria obbligatoria, né c'è il moralismo compulsivo che ha trasformato i figli dei perseguitati in castigatori poliedrici dei costumi tedeschi, da Biller a Menasse. Da dovere, la memoria diventa nelle pagine oscillanti e affettuose della Petrowskaja, evocazione di "sponde" (così diceva Beer Hofmann) in cui collocare una vita ricca di radici intrecciate nel tempo se non nella terra, una storia ebraica che caparbiamente continua e si trasforma: le vere protagoniste di questo libro mi sembra siano la pietà e la gioia di ricostruire una biografia familiare in cui tutto sfugge e tutto appare interessante e imperdibile, anche con il rischio che possa essere offerto pittoresco al degustatore di frammenti di vita vissuta. Un accumulo disordinato di racconti in cui l'autrice con l'ostinazione del suo presente cerca di mettere ordine, ma senza troppo impegno, e che, nella combinazione dei suoi elementi, si fa letteratura, celebrando così una vittoria definitiva contro gli assassini. Una versione attuale dell'invito hofmannsthaliano a cercare la verità nella superficie: non nella segnatura magica delle cose che lo spirito del mondo sontuosamente genera, ma nella superficie frammentata, episodica e disturbante di una storia familiare che si offre così disorganica da farsi un presente, un'identità. Troneggia quel forse del titolo (Forse Esther), lì in bilico tra la scrittura automatica golosa di annullamento, e la possibilità di un controllo di una storia che sfugge e viene di nuovo assemblata per un io che si fa setaccio, ma senza la missione di cogliere solo ciò che ha veramente valore, perché è ormai impossibile volerlo o anche solo intuirlo. "Dapprincipio (scrive la Petrowskaja) Heinrich Schliemann non si era accorto affatto della presenza di Troia, e questo perché aveva scavato troppo in profondità".   R. Ascarelli