€ 11,62

€ 15,50

Risparmi € 3,88 (25%)

Venduto e spedito da IBS

12 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:
Aggiungi al carrello


recensione di Fambrini, A., L'Indice 1994, n. 6

"Fratello Jacob", uscito in Danimarca nel 1991, conclude, all'interno dell'opera di Henrik Stangerup, una sorta di trilogia di moderno umanismo, i cui primi capitoli, secondo il modello kierkegaardiano, sono stati dedicati all'"uomo etico" con "Lagoa Santa", già presentato cinque anni fa da Iperborea, e all'"uomo estetico" con "Det er svært at do i Dieppe" ("È difficile morire a Dieppe", ancora inedito in Italia). La triplice fatica di Stangerup presenta in effetti la sua impronta unitaria nelle similitudini d'impianto sulle quali si strutturano i tre lunghi romanzi: nell'arco di una vita si misura un'urgenza, un destino individuale diviene paradigma di un'epoca che proietta specchiate nella distanza le radici della nostra modernità. Distanza non solo temporale: come spinti da una dinamica inarrestabile i personaggi di Stangerup debordano dai limiti stretti della Danimarca e si proiettano verso altri confini, altri orizzonti, in una ricerca dell'estremo in cui s'intrecciano i fili del loro particolare destino e quelli del mondo al quale appartengono, attraverso un processo che, allontanando la prospettiva dal centro, finisce per provocare. una ridefinizione di quello stesso mondo e delle sue conoscenze. E così, mentre Peter Wilhelm Lund, il naturalista di "Lagoa Santa", penetrava fino al cuore sconosciuto dell'Amazzonia e Peder Ludvig Moller, storico avversario di Kierkegaard, in "Det er svært at do i Dieppe" si ritirava in Normandia roso dal suo nichilismo (ma molto più lontano portava il suo viaggio attraverso la follia), Jacob, il frate francescano protagonista di questo "Fratello Jacob", si avventura dalla natia Danimarca verso le Indie appena scoperte da occidente e ancora pressoché incontaminate: un mondo che, benché dall'Europa già si fosse infiltrato il veleno che ne avrebbe segnato il destino, è un immenso serbatoio fantastico sul cui sfondo le circostanze reali smarriscono i loro contorni, e in cui lo stesso ricordo dell'Europa si relativizza e si perde, permettendo alla civiltà sconfitta di prendersi una sia pur segreta rivincita.
Il romanzo di Stangerup s'impernia sulla vicenda oscura e carica di suggestioni di un reale danese vissuto all'epoca della riforma luterana (si presume tra il 1484 e il 1566, secondo le accurate ricerche condotte dall'autore insieme all'amico studioso Jorgen Nybo Rasmussen), Jacob, appunto, iscritto all'ordine francescano verso il volgere del secolo e che venne cancellato da ogni memoria storica in seguito al complicato contratto di successione grazie al quale il fratello ereditò il trono di Danimarca con il nome di Cristiano II; Jacob, membro di una chiesa costretta alla resa, assistette così alla decadenza e alla rovina del cattolicesimo in Scandinavia; dinanzi al repentino sfacelo e al divampare del trionfo luterano, ripiegò dapprima in Spagna, dopo un lungo pellegrinaggio attraverso l'Europa, per approdare poi già vecchio, come missionario, sulle rive del mondo appena scoperto, dove, nelle regioni interne del Messico, trascorse i suoi ultimi anni tentando invano di restituire agli indios tra i quali viveva, i Taraschi di Michoac n, una dignità e un ruolo all'interno del nuovo ordine portato dagli europei, quasi folle e quasi santo, impegnato a ripensare se stesso e gli eventi della propria vita in una sorta di ininterrotto delirio affabulatorio in cui i frammenti dispersi quasi miracolosamente si riconnettono in qualcosa, presentimento o visione, che si avvicina a un combinatorio assoluto.
Dalla marginalità di uno stato minuscolo ai confini settentrionali d'Europa, la Danimarca, a un'altra marginalità, questa volta estrema, l'ampio spazio aperto delle Americhe: è un moto che va dal noto all'ignoto, o almeno al suo limite, e ciò avviene attraverso una scrittura che si mette a sua volta alla prova, un tour de force espressivo in cui l'epoca viene ricreata attraverso un affresco gigantesco nel quale, unificati dalla figura di Jacob, si ridispongono gli accadimenti e i fermenti che l'hanno percorsa.
Il materiale offerto dalla storia diviene casi sorgente inesauribile d'immagini che si trasformano in letteratura, a partire dalla prima, indimenticabile, in cui la divampante riforma luterana si manifesta attraverso il biancore accecante della calce che nelle chiese annienta le icone sacre e, metaforizzata, cala come neve sul Nord e tutto copre. E poi: attraverso l'Europa, i conventi che vengono chiusi uno a uno, il lungo viaggio che è d'espiazione, ma anche di ricerca, e vede Jacob in Germania, in Svizzera, in Francia, mentre la chiesa alla quale appartiene si dilania tra Erasmo e Lutero.
La parabola di Jacob diviene casi l'ipostasi di un'epoca: come il suo mondo ha smarrito il proprio centro, anche nel protagonista del romanzo si agitano e si sovrappongono diverse nature, la sua personalità si frantuma e si rimoltiplica, rischia il tracollo, finché, in Spagna, l'io di Jacob ritroverà i fondamenti della propria unità, anche se ciò avverrà per paradosso sulla soglia dell'azzardo più grande, nella prospettiva del viaggio missionario verso il Nuovo Mondo, di un'esperienza che significherà l'azzeramento di tutto. È questo azzeramento che rende possibile il progetto di una nuova utopia (e all'"Utopia" di Tommaso Moro, opera più volte rammentata da Jacob, s'ispirò davvero l'urbanistica realizzata da Vasco de Quiroga, allora vescovo del Michoac n), un'utopia che resta irrealizzata e monca, annientata dal realismo dei conquistatori spagnoli, confinata nel delirio e nei ricordi del vecchio frate, ma che si disperde tuttavia in rivoli attraverso le leggende degli indios e giunge fino a noi: è sul filo di tale utopia che il romanzo di Stangerup si sofferma, in equilibrio tra la riflessione sull'esistente e la proiezione verso i territori estremi della possibilità, in un processo di ricerca che, com'è ovvio, non si esaurisce con un libro, ma del quale questo libro è un affascinante punto fermo.