Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931)

Elias Canetti

Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 5
Anno edizione: 1994
Formato: Tascabile
In commercio dal: 4 maggio 1994
Pagine: 375 p., Brossura
  • EAN: 9788845910500

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Descrizione
Questa seconda parte dell'autobiografia di Elias Canetti si apre subito dopo la «cacciata dal paradiso» di Zurigo, che chiudeva "La lingua salvata". Ora siamo a Francoforte, nel 1921, e il giovane Elias comincia a intravedere intorno a sé un nuovo mondo, formicolante di figure che cercano di sopravvivere fra «inflazione e impotenza». «Era finita per sempre l'epoca in cui l'ignoto si riversava in me, senza incontrare ostacoli». Dalla ricettività totale dei primi anni si passa ora a uno scontro con tutto e con tutti, che permette a Canetti di saggiare se stesso, di scoprirsi nella sua irriducibile peculiarità. Se a quest'ultima si può dare un nome, sarà quello della rivolta contro la morte, una rivolta «senza fine». La giovinezza di Canetti è un'iniziazione a questa scoperta, vissuta facendo appello a tutte le potenze arcaiche, che lo hanno sempre assistito. Nell'ombra, il modello mitologico è Gilgamesh, che traversa le acque della morte per trovare la vita eterna. Ed è lo scandalo di tutto ciò che scompare a mantenere intatta in Canetti un'immensa forza del ricordo. L'intensità che vibra in ciascuna delle numerose figure che appaiono in queste pagine presuppone tale sottinteso. Ciascuna vuole incidersi nella memoria e nella prosa con segno indelebile. Saranno gli ospiti patetici della pensione Charlotte di Francoforte e gli intellettuali frenetici di Berlino; saranno gli ascoltatori di Karl Kraus e i manifestanti che incendiano a Vienna il Palazzo di Giustizia; saranno l'amata Veza e la deliziosa Ibby; sarà la madre, che i lettori de La lingua salvata conoscono bene e che ora, assillata dalla gelosia per il figlio, lo costringe a una inarrestabile commedia, dove donne «inventate» servono a coprire donne vere e proibite; saranno infine Karl Kraus stesso e Brecht, Grosz, Babel', che Canetti conosce a Berlino. Tutte le loro voci sono qui salvate. E, intrecciata per sempre alla loro, riconosciamo qui la voce di Canetti stesso. Appartengono a questi anni le esperienze che saranno decisive per la sua opera di scrittore: la visione aristofanesca, che sembra offrire «l'unica possibilità di tener unito ciò che si frantumava in mille schegge»; la fascinazione ossessiva per Kraus; la massa, questo enigma incombente come mai prima sul nostro tempo, a cui Canetti dedicherà decenni di riflessione; infine il disegnarsi di una «comédie humaine dei folli», di cui rimane, quale unico, grandioso frammento il romanzo "Auto da fé". Inseguito dalle voci, Canetti non si cura di darci un quadro dell'epoca: ma l'aria di Francoforte, di Vienna e di Berlino in quegli anni circola in queste pagine come una presenza palpabile. In toni opposti, e stridenti fra loro, le città ci parlano di un periodo in cui «ciò che si abbatteva sugli uomini era più che un grande disordine, erano come tante esplosioni quotidiane». Ovunque, Canetti incontra varianti di uno stesso sfondo: il caos, perpetua minaccia e prezioso nutrimento. I suoi bagliori sono quelli del «fuoco», di cui questo libro - come già "Auto da fé" e ogni grande libro - è il «frutto».

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    Francesco Giacomantonio

    27/08/2018 09:46:53

    “Il frutto del fuoco” costituisce il primo dei 2 volumi in cui Canetti delinea la sua biografia di giovane adulto, nel periodo 1921-1931. Il testo prende avvio da quando a 16 anni lo scrittore lascia la Svizzera, per andare a vivere a Vienna e Berlino. Si delinea così tutta la sua formazione intellettuale, culturale e umana, attraverso i tanti incontri, in particolare con Kraus e Brecht, attraverso i rapporti familiari, in particolare con la mamma e il fratello prediletto Georg, e attraverso le sue idee che lo porteranno a scrivere il suo primo romanzo, e poi più avanti, il grande studio su Massa e potere. Si tratta di un libro interessante in cui si tratteggiano inclinazioni umane e intellettuali e contesti culturali che permettono al lettore di cogliere vividamente lo Zeitgeist degli anni Venti nel cuore dell’Europa.

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    AdrianaT.

    10/10/2016 11:26:37

    Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Un'insaziabile sete di conoscenza fino ai confini dello scibile; una curiosità intellettuale che ha dello straordinario, soprattutto rapportata alla miseria dei nostri tempi. Ai limiti dell'ossessione, al limite di una 'malattia' che fortunatamente è contagiosa. 'Incontri con uomini straodinari' - questo potrebbe esserne il sottotitolo.

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    Cristiano Cant

    26/10/2015 09:21:18

    Monumento a una donna e alata sottomissione ai libri,maiuscolo fraseggio narrativo carico di lirismo e ragione,in quello che a mio avviso è il tassello più perfetto della trilogia.Gli anni della conoscenza,dell'amore,di entrambe le forze fuse e smarrite in uno spirito raro,un alito interiore che si divincola fra i dubbi nei confronti del comando divino e le traumatiche perplessità sull'uomo della croce:"La morte di Cristo aveva su di me un effetto sconvolgente, perchè essa significa che la morte diventa la posta di qualcosa, quale che sia...Ciò che mi inorridiva non era il nome di Cristo che forse,senza sapere,portavo ancora nell'animo,ma proprio il fatto che fosse morto anche per me". Ma poi irrompe Vienna e la folgorazione per Kraus,anima di immenso spessore:"La Fackel era un tribunale in cui Kraus era l'unico accusatore e l'unico giudice".E proprio accanto al genio,ecco Veza,sua futura moglie.Canetti la ama già per il nome,senza vederla intuisce già che è il suo cosmo,lo sente nonostante gli abitino dentro enormi dosi di goffezza.E fra ricchissimi dialoghi con lei,gelosie,scambi,finirà per tessersi un legame che quasi finirà per scandire in due persone certo non comuni la partitura di una lunga splendida stagione del Novecento europeo.L'altra costola è appunto quella artistica,la meravigliosa bohème spezzata dall'incendio a Palazzo di giustizia del 15 luglio 1927,evento capitale nella formazione e nei palpiti futuri della ricerca del nostro,senz'altro un avvio del suo gigantesco impetuoso percorso nella trattazione della follia e delle masse.Fino ai tre mesi di Berlino,dove compariranno uomini d'eccezione come Brecht o Grosz o Babel ad alimentare ancora il suo percorso umano.Il femminile,incarnato in Veza e in Ibby Gordon (poetessa che affascinerà non poco Canetti),le due donne che si impossessano dei suoi giorni in queste stupende memorie.Nelle quali l'adesso non ha lancette e l'allora non è mai trascorso,e il fuoco spolvera con precisa dolcezza ogni rigo.

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    kairos72

    04/07/2009 21:27:40

    Il capolavoro di un grande scrittore.Canetti sa narrare con forza e sa trascinare il lettore nel suo mondo, un mondo autentico.

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    Angelo48

    21/11/2008 22:47:22

    Dopo "La lingua salvata" prosegue l'autobiografia del grande Elias Canetti. Quello che più colpisce e affascina in queste pagine è l'incredibile, inesauribile voglia di conoscenza del giovane scrittore ed il fermento vitale che gli vibra intorno, pur nelle diverse realtà socio-culturali attraversate. I teatri, le conferenze, i concerti, le discussioni con gli amici... e sopra tutto i LIBRI. Il confronto con la realtà culturalmente appiattita e desolante dei nostri giorni fa amaramente riflettere.

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    Laura Battafarano

    18/02/2006 10:39:33

    Ne “Il frutto del fuoco” Elias Canetti racconta se stesso tra i 16 e i 25 anni circa. Sullo sfondo l’Europa che sta cambiando, prima la crisi economica e la paura, il trauma della prima guerra mondiale, le manifestazioni popolari in strada che porteranno Canetti ha creare il concetto di Massa e il Potere che può esercitare. Tutto questo però rimane sullo sfondo. Il libro è soprattutto la storia della crescita professionale, ma anche sentimentale con l’affascinante figura di Veza Canetti e soprattutto umana di Elias. Tantissime persone incrociano sulla strada della ricchissima vita di Canetti e tutte egli cerca di conoscerle e descriverle a noi lettori senza pregiudizi, con affetto e con giustizia, sia le buone che le cattive, sia i belli che i brutti. Questo è Canetti, egli ama tutti gli esseri umani e li accetta per quello che sono.

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Questa seconda parte dell'autobiografia di Elias Canetti si apre subito dopo la «cacciata dal paradiso» di Zurigo, che chiudeva La lingua salvata. Ora siamo a Francoforte, nel 1921, e il giovane Elias comincia a intravedere intorno a sé un nuovo mondo, formicolante di figure che cercano di sopravvivere fra «inflazione e impotenza». «Era finita per sempre l'epoca in cui l'ignoto si riversava in me, senza incontrare ostacoli». Dalla ricettività totale dei primi anni si passa ora a uno scontro con tutto e con tutti, che permette a Canetti di saggiare se stesso, di scoprirsi nella sua irriducibile peculiarità. Se a quest'ultima si può dare un nome, sarà quello della rivolta contro la morte, una rivolta «senza fine». La giovinezza di Canetti è un'iniziazione a questa scoperta, vissuta facendo appello a tutte le potenze arcaiche, che lo hanno sempre assistito. Nell'ombra, il modello mitologico è Gilgamesh, che traversa le acque della morte per trovare la vita eterna. Ed è lo scandalo di tutto ciò che scompare a mantenere intatta in Canetti un'immensa forza del ricordo. L'intensità che vibra in ciascuna delle numerose figure che appaiono in queste pagine presuppone tale sottinteso. Ciascuna vuole incidersi nella memoria e nella prosa con segno indelebile. Saranno gli ospiti patetici della pensione Charlotte di Francoforte e gli intellettuali frenetici di Berlino; saranno gli ascoltatori di Karl Kraus e i manifestanti che incendiano a Vienna il Palazzo di Giustizia; saranno l'amata Veza e la deliziosa Ibby; sarà la madre, che i lettori de La lingua salvata conoscono bene e che ora, assillata dalla gelosia per il figlio, lo costringe a una inarrestabile commedia, dove donne «inventate» servono a coprire donne vere e proibite; saranno infine Karl Kraus stesso e Brecht, Grosz, Babel', che Canetti conosce a Berlino. Tutte le loro voci sono qui salvate. E, intrecciata per sempre alla loro, riconosciamo qui la voce di Canetti stesso. Appartengono a questi anni le esperienze che saranno decisive per la sua opera di scrittore: la visione aristofanesca, che sembra offrire «l'unica possibilità di tener unito ciò che si frantumava in mille schegge»; la fascinazione ossessiva per Kraus; la massa, questo enigma incombente come mai prima sul nostro tempo, a cui Canetti dedicherà decenni di riflessione; infine il disegnarsi di una «comédie humaine dei folli», di cui rimane, quale unico, grandioso frammento il romanzo Auto da fé. Inseguito dalle voci, Canetti non si cura di darci un quadro dell'epoca: ma l'aria di Francoforte, di Vienna e di Berlino in quegli anni circola in queste pagine come una presenza palpabile. In toni opposti, e stridenti fra loro, le città ci parlano di un periodo in cui «ciò che si abbatteva sugli uomini era più che un grande disordine, erano come tante esplosioni quotidiane». Ovunque, Canetti incontra varianti di uno stesso sfondo: il caos, perpetua minaccia e prezioso nutrimento. I suoi bagliori sono quelli del «fuoco», di cui questo libro – come già Auto da fé e ogni grande libro – è il «frutto».