Fughe dal Re Sole. Memorie di cortigiani riluttanti

Daria Galateria

Collana: La diagonale
Anno edizione: 1996
In commercio dal: 13 giugno 1996
Pagine: 196 p., ill.
  • EAN: 9788838912313
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Descrizione

Quando, nel 1661, Luigi XIV assunse le redini del governo, annunciò che da quel giorno niente doveva essere più fatto in Francia se non dietro suo ordine. Per nobili, cortigiani, intellettuali e intellettuali-cortigiani, come Racine, si trattò allora di adeguarsi o perire. Una "terza via" fu però adottata da alcuni che riuscirono a defilarsi, sia pure a prezzo di "scomparire dalla storia". L'autrice riporta alla luce le vicende di personaggi - ora famosi come La Fontaine che si fingeva svanito, ora meno noti, quali l'indovino e avvelenatore Primo Visconti - accomunati dall'aver adottato quelle "tattiche di fuga" dall'oppressione regale nelle quali si conservò una parte dello spirito di Francia.

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recensione di Gambelli, D., L'Indice 1997, n. 6

La chiarezza esemplare che una volta definiva il secolo d'oro francese appare davvero offuscata alla luce del suggestivo prisma dei memorialisti cui dà qui voce Daria Galateria che, muovendosi con agile e felice naturalezza attraverso documenti sterminati, rintraccia proprio nell'esilio e nella fuga del Re Sole un comune denominatore, che si dipana lungo i materiali variegati e cangianti proposti nei quattordici capitoli del libro (corredato da un apparato di note, a conferma del suo carattere composito, sospeso tra saggio e romanzo). Sono fughe reali, portatrici di sventura, a volte persino di guerre (è il caso del ministro Louvois che, per essere stato rimproverato per la misura di una finestra del Trianon, non esita a scatenare conflitti e a provocare la campagna che devasterà il Palatinato).Fughe romanzesche, illustrate dagli esempi clamorosi di Maria e Ortensia Mancini; o fughe imposte, come l'esilio dalla corte - dunque dalla storia e dal mondo - di Bussy-Rabutin, mai rassegnato alla condanna incautamente attiratasi con l'"Histoire amoureuse des Gaules". E più volte ricorre l'allusione a un altro esilio: a quello altamente drammatico eppure immobile di Racine, costretto a lasciare il teatro per improvvisarsi storiografo del Re. Fughe morali, che sostituiscono alle distanze spaziali separazioni psicologiche (La Fontaine, per esempio, per starsene appartato si fingeva stupido), o fughe ideologiche, che fondano centri culturali alternativi nei salotti parigini di Madame de Caylus, strappata da bambina ai genitori rei di essere ugonotti dalla cara zia, Madame de Maintenon; e di Ninon de Lenclos, considerata un faro del gusto da Lully e da Mignard, e dell'arte della seduzione da grandi principi.E sopraggiunti i tempi "ammantati di nero, in cui il vizio non era più opposto alla virtù, ma alla moda", la libertina Ninon continua a stupire per le sue risorse duttili e le sue qualità degne di un "honnête homme" (non a caso è con lei che Saint-Évremond dal suo esilio inglese intesse una corrispondenza assimilabile a "un incantato trattato sulla vecchiaia"). Particolare spicco assume la fuga metaforica sperimentata dalla Palatina (cognata di Luigi XIV e seconda moglie di Monsieur), che passava giornate intere a scrivere lettere a corrispondenti della sua terra lontana, e mentre evocava fantasmi registrava una cronaca libera e lucida del suo tempo.E un'atmosfera di rispetto avvolge la grande fuga giansenista, osservata dalla prospettiva della Mère Angélique, badessa fin dall'età di undici anni del monastero - "disadorno e eroico" - di Port-Royal, luogo eletto di meditazione e rivolta, a cui Daria Galateria ha già dedicato un volumetto denso di effetti sapienti e originali ("Il tè a Port-Royal", Sellerio, 1995). Lì, sullo sfondo di una passione riluttante a riconoscersi e ancora di più a dirsi, era ricostruito il clima singolare di un gruppo di Solitari perseguitati eppure trionfanti che hanno imprevedibilmente mutato il volto della letteratura e del teatro, oltre che della coscienza del secolo.
Mentre il lettore si fa avvincere dall'intreccio di tante storie, il discorso assume un doppio volto e insieme alle trame affascinanti e alle figure incrociate ridisegna i contorni di un genere letterario, un genere - i "Mémoires" - nato per dispetto e per disdetta e segnato da una grande vivacità anche espressiva che accumula stili lingue codici. Contro la visione esaltante che della monarchia Mazzarino e Luigi XIV tentavano di tramandare elargendo favori e pensioni, frondisti aristocratici libertini contro-corrente raccontavano segretamente il secolo, disprezzando gli scrittori e storiografi al servizio di un potere assoluto e insieme di un'idea stolta: la presunzione di riconoscere - individuandoli nei nessi causa-effetto - le tracce di un ordine superiore i cui "segni sparsi a altezza d'uomo appaiono", invece, privi di senso.All'interno della contrapposizione tra due pratiche della storia e due poetiche della memoria affiora un contrasto più sottile, che ritaglia uno spazio specifico alle forme pallide e non per questo meno incisive della scrittura femminile. Senza concedere nulla a un'ottica banalmente "femminista" comunque riduttiva, Daria Galateria illumina una differenza rilevante: di fronte alle autobiografie maschili "che appartengono all'ordine della malinconia", tese come sono a sublimare e smentire lo scacco, una felicità peculiare trascolora queste memorie di donne: la felicità legata al superamento - attraverso strategie circospette e tortuose - degli ostacoli esterni e interiori che intralciano l'atto stesso di scrivere.
Ma al di là del contributo alla definizione di un genere, peraltro acutissima (tra l'altro sono sottolineati i frequenti richiami all'infanzia che risuonano nelle confessioni della Palatina, di Cristina di Svezia, della Staal), si aprono paesaggi ancora più vasti, che alludendo al passaggio dal mondo antico al moderno ne disegnano lo snodo ombroso e con risvolti di impressionante crudeltà rappresentato da un regno pur solare.
Paesaggi profondi e familiari, dove una regia accorta coniuga le ragioni della filologia e quelle della favola; dove si cela soprattutto il segreto di un romanzo: una vocazione rara a giocare con l'ironia e giocando a raccontare l'anima. Allora, la riluttanza - a piegarsi al potere, alle mode, ma anche a manifestare il fondo del cuore - è figura intermittente che orienta il discorso e, prima, lo inaugura.Circonda di silenzio (come di silenzio è circondato il castello di Bussy-Rabutin nell'incantata ricostruzione che chiude quel capitolo) i momenti più drammatici.Penso soprattutto allo spazio bianco di un resto di pagina che suggella la storia più struggente.Non a caso, quella che coinvolge e modifica il ritratto, altrimenti spietato e monocorde, del Re Sole: è il racconto del suo primo amore, della storia infelice della sua passione per Maria Mancini, forse la meno bella delle nipoti di Mazzarino e da quest'ultimo sorprendentemente sacrificata e di fatto malmaritata con Lorenzo Colonna in favore del matrimonio di Luigi XIV con l'Infanta di Spagna. Non riconsegnata al marito, ma nemmeno ammessa a Corte, la vita di Maria è una continua fuga da un'esistenza di cui sa di aver già vissuto l'evento fondamentale, quello irrealizzato.Nella sequenza più drammatica, "quando un messaggero imbarazzato le comunica che non vedrà più Parigi, né il re, né la corte, l'unico luogo dove valga la pena di fare conversazione, Maria scrive: 'Io mi volsi a prendere la chitarra, e lui, congedo'".
In quel gesto toccante e restio si cristallizza il senso ultimo di un destino (e di una fuga). E insieme in quel gesto sembra rispecchiarsi la scrittura stessa di Daria Galateria: lì quando la parola pronunciata prende respiro e senso dal ritrarsi della voce.