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Il fuoco e il gelo. La grande guerra sulle montagne
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Il fuoco e il gelo. La grande guerra sulle montagne - Enrico Camanni - copertina
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Descrizione

Per tre anni e tre terribili inverni la Grande Guerra scaraventa migliaia di uomini sul fronte che dallo Stelvio e dall'Ortles scende verso l'Adamello, le Dolomiti, il Pasubio e Asiago. In quegli anni di fuoco, su 640 chilometri di ghiacciai, creste, cenge, altipiani e brevi tratti di pianura cadono circa centottantamila soldati. Le Alpi diventano un immenso cimitero a cielo aperto, sfigurate da una devastante architettura di guerra che scava strade e camminamenti, costruisce città di roccia, legno e vertigine, addomestica le pareti a strapiombo e spiana le punte delle montagne. Alpini e soldati del Kaiser si affrontano divisi tra l'odio imposto dalla guerra e l'istinto umano di darsi una mano, invece di spararsi, per far fronte alla tormenta e alla neve. Si ingaggiano piccole battaglie anche a tremilaseicento metri, ma la vera sfida è sempre quella di resistere per rivedere l'alba, la primavera, la fine della guerra, prima che la morte bianca si porti via le dita di un piede, o la valanga si prenda un compagno. Intanto, l'isolamento, il freddo, i dislivelli bestiali, le frane, le valanghe, la vita da trogloditi, la coabitazione tra soli uomini producono risposte sorprendenti, insolite collaborazioni umane, geniali rimedi di sopravvivenza e adattamento. Leggendo le storie di vita e di guerra raccolte in questo libro - crude e vere perché narrate dai protagonisti in prima persona attraverso le lettere e i diari - si scopre un mondo d'insospettata complessità e ricchezza.
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Dettagli

4
2014
11 settembre 2014
XXVI-211 p., Brossura
9788858112373

Valutazioni e recensioni

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Renzo Montagnoli
Recensioni: 4/5

Prima guerra mondiale, la Grande Guerra: il fronte italo-austriaco va grosso modo dallo Stelvio all’Adriatico, un po’ prima di Trieste. Di questa linea irregolare ben 640 chilometri sono in montagna, corrono su ghiacciai, su creste, su cenge, su altipiani, su brevi tratti di pianura. Ci sono rilievi notevoli, che si avvicinano ai 4.000 metri e ci sono le più belle montagne del mondo, le Dolomiti. Gli scenari sono incantevoli, ma anche mozzafiato, con guglie che si inerpicano verso il cielo e altissime colonne di giaccio. In questo ambiente, estremo, surreale, ma anche di sublime bellezza combatterono per tre anni e tre terribili inverni i nostri Alpini da una parte, i Kaiserjager dall’altra, nemici, ma accomunati dal fatto di essere appassionati di questo mondo, tanto bello e incantato, ma anche capace di essere crudele con i suoi rigidissimi inverni, con le valanghe che seppelliscono interi reparti, provocando morti in larga misura, quasi e forse di più di quelli degli scontri veri e propri che, per la natura del terreno, non videro mai impegnate grandi masse di combattenti come invece accadeva a est sul Carso. Di questi eroi ci parla Enrico Camanni; sulla base di diari e di testimonianze, riferisce di episodi che hanno visto protagonisti sia dell’una che dell’altra parte, senza mai enfasi, ma soprattutto riesce a non cadere mai nella retorica, pregio non indifferente, data la materia trattata. L’autore non toglie nulla all’aureola dei protagonisti, ma è chiaramente un pacifista, come traspare chiaramente non poche volte. Fra gli Alpini e i Kaiserjager Camanni non sceglie nessuno, ma parlando di alcuni di loro sceglie la pace, in una narrazione che anche per gli scenari magistralmente descritti si rileva estremamente affascinante, riuscendo a cogliere, accanto all’orrore di un conflitto, la sublime emozione della natura. Il fuoco e il gelo è un rigoroso libro di storia, ma ha il sapore di un romanzo, di un racconto irripetibile e avvincente come pochi.

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Alessio
Recensioni: 4/5

Questo libro mi ha dato alcuni interessanti spunti di riflessione. Per esempio, su cos'era la montagna e la vita di chi abitava nelle sue valli prima della guerra. Questa ha stavolto il loro mondo e, di fatto, ha aperto la strada al turismo di massa che conosciamo oggi. Mi ha fatto capire l'enorme differenza che ci fu tra la guerra di pianura e quella di montagna. Ciò che fecero gli alpini (italiani e austro-ungarici) merita una volta di più di essere conosciuto e compreso. Voto 3/4

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Voce della critica

  Ci sono libri da leggere d'un fiato, per i quali sarebbe blasfemo pensare a una pausa da dedicare ad altre letture, pagine, vita. Il Fuoco e il Gelo di Enrico Camanni, non è tra questi, e non stiamo parlando di un demerito. Chi di voi se lo ritroverà tra le mani, sappia dunque che è un libro che può riposare parecchi giorni tra una vostra cura e l'altra, discreto, senza gelosie. È la sua natura e, io credo, un suo pregio. Ad aiutare il lettore a centellinarlo sono i capitoli e "sottocapitoli" in cui è diviso, i personaggi che lo popolano, le loro vite e le parole da loro lasciateci. Storie minuscole di ragazzi-soldato nella cornice maiuscola della Grande guerra, ecco di cosa stiamo parlando: brani di lettere, diari, appunti che tentano di fermare sulla carta l'eroismo, la paura, la fratellanza, il pericolo, ma anche la gioia o l'impensata banalità dei giorni al fronte. A volte per se stessi, a volte per familiari o "morose" lontani. Per rassicurarli, sminuendo il rischio di una morte imminente, o per salutarli, al momento di guardarla da vicino. Un materiale vivo, poroso, moving direbbero gli inglesi, già molto maneggiato e destinato a esserlo ancor più in questo centenario della Grande guerra. Il pregio di Camanni, tuttavia, è di selezionarlo secondo due criteri non banali: il primo è quello della verticalità, il secondo una faccenda di struttura. Abbiamo della Grande guerra immagini saldamente collocate nel nostro immaginario. Fotogrammi di trincee, gas, uomini che corrono incontro al fuoco delle mitragliatrici, fango, patriottismo, automutilazioni, cecità, eroismo, insubordinazione e il suo castigo. La nascente società di massa che produce il suo primo massacro di massa. A raccontare la parte italiana ci sono poi le pagine di Lussu, monumentali per forza e lucidità, quelle di Stern e Gadda, gli eroi-antieroi di Monicelli, Rosi e tanti altri. Nelle loro storie è chiarissimo come il fronte italo-austriaco aggiunse al comune denominatore della guerra la variabile della montagna con la sua bellezza e le sue asperità. Eppure io, al pari di molti che leggeranno, pensavo a vallate, altopiani, pascoli, boschi. Non alle vette. "Neanche il generale più invasato o il poeta più visionario" nota Camanni nella sua prefazione "avrebbero scelto di combattere in cima alle montagne: la guerra è già abbastanza assurda di per sé", ma nello scontro militare tra l'Italia e l'Austria Ungheria "lo scenario di guerra fu determinato dalla linea surreale che cavalcava le cime della Alpi orientali". Fu così che la guerra raggiunse "i luoghi sacri dell'alpinismo romantico, spingendosi negli scenari delle cartoline turistiche e sui palcoscenici della vertigine: Marmolada, Lagazuoi, Tofane, Cinque Torri, Monte Cristallo, Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti di Sesto". Il merito del libro è quello di puntare i riflettori su questa guerra d'alta quota, poco nota, attraverso le parole dei suoi protagonisti. Guide alpine e montanari che allo scoppio della guerra diventarono moneta preziosa da spendere nell'esplorazione e nel presidio delle cime di interesse strategico, ma anche giovani fino a quel momento digiuni di montagna, "colpevoli" al massimo di coltivare per essa una moderata passione. "La Grande guerra" ricorda Camanni "scaraventa sulle Alpi migliaia di uomini altrimenti destinati a una tranquilla vita di pianura". Che cosa scrissero questi uomini nei diari e nelle lettere destinate ai cari? Cosa produsse in loro questa fusione spettacolare tra bellezza della natura, verticalità e guerra? Enrico Camanni, che frequenta da anni la montagna come alpinista, giornalista, saggista e romanziere, è il primo a parere sorpreso di come "situazioni e ambienti apparentemente ripetitivi" abbiano generato un'insospettabile ricchezza di approcci e di risposte. Dalle parole del giovanissimo sottotenente milanese Mario Fusetti che, alla vigilia di un'azione disperata (scalare di notte il Sass de Stria, presidiato dagli austriaci, era come salire a mani nude le mura di un castello medievale con il nemico ad aspettare sui camminamenti) scrive alla famiglia e all'amata: "Non abbiate lacrime per me: io la morte, la bella morte, l'ho amata… Io ho sognato, nelle peregrinazioni del pensiero, un avvenire di perfezione". Fino alle righe di Arnaldo Berni, giovane di pianura: "Non posso ancora dirvi se ho cambiato in bene o in male, perché mentre al Filone c'era la quota 2931 che rompeva le scatole, qui c'è il Monte Cristallo che fu conquistato proprio in questi giorni dal Plotone Skiatori e che è alto 3500 metri, tutto ghiaccio e roccia a picco sicché solo per andarci bisogna raccomandarsi l'anima. E lassù ci stiamo per turno per tre giorni quando non sono di più perché il tempo non permette di salire né di scendere". Parole di volta in volta avventate, amare, sagge, tenere, e lungimiranti di giovani uomini di cui Camanni ricostruisce le vite, raccontando i bambini, gli studenti, i figli, i fidanzati, gli avvocati e i medici che sono stati prima di ritrovarsi nella stretta della guerra. Purtroppo solo in pochissimi casi l'autore può permettersi il racconto di quello che quei ragazzi saranno dopo. La maggior parte di loro infatti morirà lassù, vittima di valanghe, pallottole, mine, ghiaccio, cadute e freddo. Vite scelte per essere portate sulla pagina, si diceva, con il criterio della verticalità, ma non solo. Anche vite che si sono in qualche modo sfiorate. Amici, compagni d'armi, uomini accomunati da una cima scalata, un inverno passato nello stesso tunnel di ghiaccio, dalla frase di una lettera, la stessa controffensiva, il modo in cui si lascia questo mondo o fortunosamente ci si rimane aggrappati. Questi gli assi cartesiani su cui Camanni colloca i suoi protagonisti. Una scelta coerente che, come dicevo, permette, anzi consiglia, una lettura "spezzata", che lasci tempo alla riflessione. La scrittura di Camanni non è indimenticabile, ma non è necessario che lo sia. Fa anzi di questa sua natura piana e modesta, una forma di rispetto. Si mette al servizio, umilmente, del materiale che si è scelta e, salvo alcuni perdonabili momenti, non cede alla retorica né alla deriva di riflessioni morali. Lascia parlare i suoi ragazzi e le loro storie. Lascia che noi ci si affezioni loro e se ne soffra la perdita e lo spreco E in questo raggiunge il suo scopo: togliere quel pugno di nomi dagli elenchi incisi sui marmi o sulla carte, farne vite di ragazzi che hanno sperato il futuro, temuto il presente, goduto la bellezza e amato. In vetta. Nulla a che vedere con le pagine magnificamente scritte con cui il premio Nobel Kypling, corrispondente dal fronte nel 1917, descriveva i soldati italiani: "Quando il soldato riceve l'ordine di sdraiarsi sulla polvere bianca e di rimanervi lungamente, silenzioso e quieto, mentre le granate passano sul suo capo, egli lo fa con la stessa naturalezza con la quale un inglese avvicina la sedia al suo caminetto". Lì un'altissima scrittura voleva cogliere il generale di un popolo in armi per restituirlo ai lettori americani (con l'occhio elogiativo dell'alleato). Camanni invece passa dall'esercito al soldato e dal soldato all'individuo, perché lettere e diari sono sempre scrittura del singolo animo. Così si esce dal libro con la consapevolezza dello sperpero di vita che quella guerra fu. Sperpero spettacolare, insensato, voluto e in seguito celebrato. Cosa penserebbe ciascuno di noi se qualcuno gli proponesse di piazzare un faro "da 90" su una delle Tre Cime di Lavaredo? Una follia? "Col valido aiuto di una compagnia di alpini e a forza di braccia e corde, fu trasportato a quota 2800 un gruppo completo motore-dinamo e il proiettore del peso circa di 6 quintali a pezzi sulla cima dove fu rimontato" scrive Augusto Carducci, tecnico della Seconda sezione fotoelettrica. Alcuni muoiono nell'impresa, vengono seppelliti, si procede. Il faro viene acceso la notte del 17 agosto 1915, gli alpini grazie alla sua luce avanzano per chilometri nel territorio nemico, poi il tentativo si spegne nel sangue, i riflettori si smorzano, finisce il cinema, si torna a scavare gallerie nella roccia e nel ghiaccio, riprende l'attesa di una fine qualunque. Implacabile.   Davide Longo

 

 

 

 

 

 

 

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Enrico Camanni

0, Torino

Nato a Torino nel 1957, ha conseguito il diploma di maturità scientifica al liceo Gobetti in clima post sessantottino e ha frequentato il corso di indirizzo storico alla facoltà di Scienze Politiche.Alpinista molto attivo sulle Alpi, dove ha aperto una decina di vie nuove e ripetuto circa cinquecento itinerari di roccia e ghiaccio, è stato membro del Gruppo Alta Montagna, istruttore della Scuola nazionale di Alpinismo Giusto Gervasutti e direttore della Scuola nazionale di Scialpinismo della Sucai Torino. Attraverso la passione per l’alpinismo, è approdato al giornalismo di montagna, alternando lo studio con il lavoro di redazione. È stato redattore capo della “Rivista della Montagna” dal 1977 al 1984. Nel 1985 ha fondato il mensile “Alp”,...

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