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Il gioco degli occhi. Storia di una vita (1931-1937)
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Il gioco degli occhi. Storia di una vita (1931-1937) - Elias Canetti - copertina

Descrizione


All'inizio di questo libro, il terzo della sua autobiografia, Canetti ci appare circondato dai relitti fumanti del rogo in cui sono stati distrutti i libri di Kien, il protagonista di "Auto da fé". Attorno a sé, vede il deserto e un'incombente rovina. Poi, a poco a poco, la scena ricomincia a popolarsi, e le figure che vi si mostrano sono memorabili. Innanzitutto Hermann Broch, che ci viene incontro come «un uccello, grande e bellissimo, ma con le ali mozze». Poi Hermann Scherchen, l'infaticabile direttore d'orchestra «sempre alla ricerca del nuovo». Poi Anna Mahler, figlia del compositore, con la quale Canetti intreccia un complesso rapporto amoroso. Poi lo scultore Fritz Wotruba, irruento e selvaggio, come «una pantera nera che si nutrisse di pietra». Infine Musil, «sempre in armi, pronto alla difesa e all'attacco», nel suo totale isolamento; e Alban Berg, che si espone al mondo nella sua totale gentilezza d'animo, mentre un lieve cenno di ironia gli sfiora la bocca. E, ogni volta, in questi ritratti in movimento, avvertiamo lo straordinario dono fisiognomico di Canetti. Un gesto, un modo di respirare, un accento, una reticenza, tutto diventa cifra di una figura, emblema di un qualcosa di unico, che però svela un tratto della natura di cui siamo fatti. Dietro a quel dono riconosciamo una fonte inesauribile dello scrittore Canetti: la sua «passione per le persone». A mano a mano che si delineano i profili delle figure, risalta anche, come una presenza palpabile, lo sfondo: Vienna. Di questa città, vista nei suoi ultimi anni di grandezza, nessuno ha saputo tracciare un ritratto altrettanto preciso e affascinante. Come la Vienna dell'"Uomo senza qualità", sull'orlo della prima guerra mondiale, questa di Canetti, negli anni che precedono l'annessione nazista, è un sistema di orbite planetarie, dove conducono esistenze parallele alcune forme pure ed estreme del vero e del falso. Per Canetti, il vero erano sei o sette persone che «seguivano una propria strada e non se ne lasciavano distogliere da nessuno». Il falso era un fitto «gracidio di rane», che proveniva da un mondo culturale pieno di vanità e di sapienza mondana, prodigiosamente abile nel giocare le sue carte e insieme inconsistente nel suo ultimo fondo. In questi anni, Canetti attraversa tutte queste orbite incompatibili e qui le descrive con la trascinante immediatezza del romanziere. Ma il vero centro di questo sistema, il suo Sole, è una singola persona, il dottor Sonne, che vuole dire appunto «sole». Osservato per lungo tempo ai tavoli del Café Museum, poi conosciuto e ammirato, quest'uomo che «parlava come Musil scriveva» diventa a poco a poco il centro di gravità nella vita di Canetti, un'ombra benefica, un «invisibile» Sarastro. A differenza dei tanti che si gonfiano e che si agitano, Sonne non ha, apparentemente, un'opera a cui dedicarsi e non si lascia prendere dall'eccitazione. Parla di tutto fuorché di sé, e ogni volta la sua parola illumina quella singola cosa che cade sotto il suo sguardo. In una città sonnambolica e straparlante, è colui che veglia, come la luce discreta e solitaria dietro una finestra, di notte. Col personaggio di Sonne, Canetti ha svelato uno dei suoi segreti e costruito una grande figura romanzesca. Ma non soltanto questo: ha trovato l'occulto punto di equilibrio da cui osservare i rotanti astri viennesi, che solo da quel punto diventano pienamente percepibili. "Il gioco degli occhi" è apparso per la prima volta nel 1985.
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Dettagli

4
1995
Tascabile
26 aprile 1995
383 p., Brossura
9788845911316

Valutazioni e recensioni

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AdrianaT.
Recensioni: 4/5

Se c'è qualcuno, oltre a Zweig, che mi fa venir voglia di leggere, salvandoli dal mio oblio, tutti quelli che cita - da Adalbert Stifter e Georg Büchner a Karl Kraus, Heinrich Mann, August Strindberg, Hermann Broch, Franz Werfel (che detestava) e Robert Musil (che adorava) - quello è Canetti. Lui riduce, metaforicamente, i libri in cenere, ma intanto te li fa arrivare al volo, come fenici - appunto - e come i libri, ti arrivano pure sculture, quadri, musiche. Allora, forse è meglio aver letto 'Auto da fé', suo unico difficilissimo romanzo, prima di questa bella terza parte dell'autobiografia, in quanto i riferimenti sono molto forti e continui ma, pensandoci, meglio di no, perché è al limite del proibitivo; magari basta la sinossi, basta sapere chi era Kien e che fine fece la sua biblioteca di cui si sarebbe meravigliato e ingolosito persino Umberto Eco. "Il gioco degli occhi" è la storia di rapporti fra umani intellettualmente superdotati; un Circolo degli Scipioni viennese, ma è anche un piccolo, imperdibile saggio sulla Letteratura in particolare, ma pure di musica, di scultura e di pittura ne è diffusamente intriso: «I quadri condizionano le nostre esperienze. Si incorporano in noi quasi come una terra che ci appartenga. A seconda dei quadri di cui siamo fatti ci è data in sorte una vita diversa.» È la vita di Canetti uomo e scrittore; lui era fatto dalle vite e dalle opere degli uomini e delle donne di cui si è intellettualmente, artisticamente e letterariamente innamorato, alcuni fino alla venerazione. I suoi innumerevoli incontri con uomini straordinari (in primis Zweig e Joyce), la sua febbre creativa, la dedizione alla scrittura, il culto dei libri, l'humanitas, la passione, l'inquietudine, la ricerca, la fame d'incanto sono tutto ciò che qui si impara e non si dimentica. Consigliatissimo a tutti i bibliofili e bibliofagi anche intellettualmente normodotati.

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Nando
Recensioni: 4/5

Ci sono scrittori e musicisti in una Vienna con sale concerto, caffè e luoghi d’incontro. E poi ecco emergere una figura irruenta. Si tratta di Fritz Wotruba. Un uomo gentile, Alban Berg si confonde sulla scena. Il libro che prosegue nella trilogia, mi ha molto interessato. Non vedevo l’ora di leggerlo. E’ bello trovare opere così.

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Sara
Recensioni: 5/5

Terzo ed ultimo volume della trilogia scritta da Canetti sulla sua vita. Da leggere anche per approfondire e capire meglio questo grande scrittore

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Elias Canetti

1905, Rusçuk

Scrittore di lingua tedesca. Nato in una famiglia di ebrei sefarditi, ebbe come lingue materne l'antico spagnolo e il bulgaro. Lettore molto precoce, nel 1911 si stabilì a Manchester con la famiglia e lì imparò l'inglese. Dopo la morte improvvisa del padre, nel 1912, si attaccò fortemente alla madre che divenne la figura dominante della sua educazione intellettuale. A Vienna (1913) e poi a Zurigo (1916) conquistò la quarta lingua: il tedesco, a cui poi sarà sempre fedele come scrittore. Nel 1921 fu a Francoforte e nel 1924 a Vienna, per volere della madre e dello zio cominciò a studiare chimica. Si laureò ma non fece mai il chimico poichè sin dall'infanzia aveva deciso che poteva essere soltanto uno scrittore. Del 1932 è...

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