Il gioco di Santa Oca

Laura Pariani

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Editore: La nave di Teseo
Collana: Oceani
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 28 febbraio 2019
Pagine: 272 p., Brossura
  • EAN: 9788893447775

nella classifica Bestseller di IBS Libri Narrativa italiana - Di ambientazione storica

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Finalista al Premio Campiello 2019
Un romanzo di ribellione e libertà, la storia di un sogno di giustizia e di una donna coraggiosa che sfida le convenzioni del suo tempo.

Autunno 1652. Un pugno di uomini, stanchi di subire le angherie dei nobili e dei soldati che razziano i paesi della brughiera lombarda tra una battaglia e l’altra, si raccoglie intorno a Bonaventura Mangiaterra, un capopopolo che affascina i suoi compagni con la Bella Parola, una versione personale e ribelle delle storie della Bibbia. Bonaventura diventa presto una leggenda tra i contadini e i poveri: ha carisma, saggezza e una lingua sciolta con cui predica la libertà, in breve la sua banda cresce di numero e forza, minacciando il potere costituito. Per fermare la rivolta, l’Inquisizione e i nobili della zona schierano infide spie e un esercito poderoso, ma quando riusciranno ad arrivare a Bonaventura, una sorpresa metterà in discussione tutte le loro certezze. Vent’anni dopo, la cantastorie Pùlvara ripercorre le stesse brughiere che hanno vissuto l’epopea di Bonaventura e della sua banda. La donna si era unita in gioventù a quegli uomini valorosi travestendosi da maschio e ora, in cambio di ospitalità, racconta ai contadini le loro imprese. Mano a mano che quelle gesta eroiche rivivono nelle sue parole, Pùlvara si avvicina sempre di più, come in un gioco che diventa reale, al mistero della vita di Bonaventura Mangiaterra.
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    Julien

    20/09/2019 05:51:15

    Originale nella trama, che si concentra sui disagi e sulla durezza della vita dei contadini, e nella struttura, caratterizzata da due piani temporali che si alternano. Lo stile è congeniale all'ambientazione ed è forse la parte che ho preferito, insieme al finale inaspettato e vincente.

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    Beatrice

    19/09/2019 14:56:50

    “Chè anche se la storia ormai la conoscono, le parole solo quando sono pronunciate sono vive.” Qui è forse racchiuso il senso di questo folgorante romanzo che celebra la potenza della parola: la storia, infatti, si fonda sull’intreccio di racconti e di punti di vista e dà letteralmente voce a un mondo complesso, plasmando una lingua duttile e polimorfa. Siamo nella seconda metà del ‘600 nelle campagne attorno a Busto Arsizio. Protagonista è Pùlvara, donna e camminante, quindi appartenente a quell’universo di marginali che la società del tempo reputa insignificanti, come rivela il suo stesso nome, ed esclude. È lei a farsi novello aedo e a tramandare le parole di Bonaventura Mangiaterra, un ribelle che ha cercato di realizzare il sogno di un’umanità eguale, in un tentativo di riscatto per gli umili e i dimenticati. Parallelamente si dipanano le gesta epiche di Bonaventura, risalenti a venti anni prima, attraverso tante voci: in una dimensione di oralità in cui la parola dà forma a vite che altrimenti rimarrebbero ignote, si costruisce l’immagine mitica di questo eroe. Il romanzo dialoga sapientemente con i Promessi sposi, ma anche con la tradizione classica e denuncia i lati più oscuri del nostro tempo. Il potere politico e religioso lontano e inafferrabile che agisce secondo logiche insondabili; i piccoli potenti locali che con la loro meschinità e abiezione si fanno ingranaggi di un sistema di oppressione per mantenere i propri privilegi; i poveri che subiscono gli affronti di guerre, carestie e malattie, un’umanità ferita ma vittima anche della propria ignoranza e superstizione, che ricerca in streghe e untori i capri espiatori della propria condizione. Come nel gioco dell’oca è il caso a muovere la vita: non c’è trascendenza che possa illuminare o speranza che possa confortare. Il gioco di Santa Oca è un romanzo duro che non offre consolazione e in cui solo la parola aderente alla realtà e non ammantata di retorica può diventare baluardo di umanità.

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    Nunzia

    19/09/2019 08:31:29

    A parte il forte lirismo, questa storia ti trascina via pagina dopo pagina in un mondo che non c'è, ma a cui ti leghi inevitabilmente. Storia bella raccontata con passione. Consigliatissimo!

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    Gaia Rayneri

    07/09/2019 01:12:30

    Meraviglioso. Incredibile come lo straordinario lavoro sulla lingua non appesantisca per nulla la narrazione. Tutta l’intelligenza è al servizio del gioco e dell’affabulazione. Brava! Che bello che esistano di nuovo libri così.

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    Attilio Alessandro Bollini

    12/08/2019 05:50:32

    Ha già detto tutto chi mi ha preceduto! Concordo ma per leggere questo libro ci vuole l'intercessione di tutti i Santi del Paradiso bustocco! Io sono lombardo e trovo molti termini che sentivo dalla mia nonna brianzola che pure lei mediava da un lessico sceso a lei pari pari dal medioevo delle foreste del Seprio. Comunque, libro bellissimo ed affascinante.

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    Alberto Moreni

    02/06/2019 22:11:43

    Il 31 maggio 2019 "Il gioco di Santa Oca" di Laura Pariani è risultato vicitore del “Premio Campiello - Selezione Giuria dei Letterati”. "[...] fra i numerosi presi in considerazione dalla Giuria (un elenco di 92 titoli) si leggono nomi come Edoardo Albinati, Paolo Giordano, Marco Missiroli, Emanuele Trevi [...] L’opera che si è affermata subito in vetta alla cinquina (7 voti) è Il gioco di Santa Oca (La nave di Teseo) di Laura Pariani [...]" - Marisa Fumagalli, Corriere della Sera, 1° giugno 2019

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    Alberto Moreni

    15/05/2019 12:35:50

    Segnalo altre recensioni: - "Il sogno del ribelle e della sua cantastorie" di Ermanno Paccagnini (ordinario di letteratura italiana contemporanea e direttore del Dipartimento di Italianistica e comparatistica all'Università Cattolica di Milano) - "La Lettura" - 28 aprile 2019 - "Pitocchi rivoluzionari nei boschi di Busto Arsizio" di Gino Ruozzi (ordinario di Letteratura italiana nel Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna) - "il Sole 24 Ore" - domenica 21 aprile 2019 Interessante anche la nuova recensione di Walter Minella "Il cristianesimo dei poveri nel nuovo romanzo di Laura Pariani", pubblicata il 30 aprile 2019 su Riforma.it (Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia)

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    Alberto Moreni

    08/04/2019 14:11:00

    Un’opera che sconvolge per la sua potenza narrativa e l’intenso lirismo! Ecco alcuni primi apprezzamenti di questo grande romanzo. Luca Doninelli, nel proporlo per il premio Strega: “[...] un libro molto bello e singolare, capace di offrire al lettore una storia esemplare, che celebra (come sempre fa, sopra o sottotraccia, la grande narrativa) la forza e la bellezza delle nostre esistenze individuali [...] una lingua folle e visionaria, spesso esilarante, che coraggiosamente mescola codici diversi [...]”. Elena Masuelli su tuttolibri/la Stampa del 16 marzo: "[...] una originale storia di donne forti e anticonformiste che sanno ribellarsi, inseguendo giustizia e libertà […]". Walter Minella (“Inattualità e grandezza di Laura Pariani”, nella rubrica “recensioni” del sito Internet della Biblioteca Civica di Pavia): “[...] linguaggio originale, personale, anzi unico, di Laura Pariani. [...] affascinante, vivido e capace di attuare quell’effetto di straniamento che un’opera d’arte richiede. [...] è tutto un mondo di cultura popolare che viene recuperato dall’autrice [...] che ne rivela con pietà le radici di dolore e le forme di autodifesa [...]”. Gabriele Ottaviani (nel sito “convenzionali.wordpress.com): "[...] raffinato, elegante, allegorico, bellissimo [...]". Fulvio Panzeri su Agorà/Avvenire del 22 marzo: “[...] uno dei suoi romanzi di più forte impatto emozionale, dove l'impasto della sua lingua diventa voce degli umili, di coloro che attraversano la vita senza storia e senza memoria e qui la ritrovano, a distanza di secoli, riportandoci a una 'pietas' che è intima alla vicenda della scrittura. […]". Spero che già anche solo da questi estratti si possa intuire che il libro di Laura Pariani è uno di quelli che nessun suo lettore potrà dimenticare.

Vedi tutte le 8 recensioni cliente

Lo scorso 31 maggio, Il gioco di Santa Oca è diventato il primo dei cinque finalisti della 57° edizione del Premio Campiello. Colpiscono subito i colori densi e compatti, il taglio moderno della copertina rispetto al contenuto, che s’indovina subito diverso.
Fin dalla sinossi si intuisce il doppio sviluppo della trama: una linea segue, nell’autunno del 1652, l’avventura di un gruppo di ribelli – briganti, disperati – guidati dal rivoluzionario Bonaventura Mangiaterra; un’altra segue, vent’anni dopo, le peregrinazioni della calcante Pùlvara per quelle stesse terre.
Il romanzo procede dunque lungo due vie, alternando i capitoli su Bonaventura e su Pùlvara, distinti anche stilisticamente.

I primi, che seguono quasi giorno per giorno l’evoluzione della banda di Mangiaterra e il suo declino, sono composti da una pluralità di voci che compongono un dossier di testimonianze – l’impressione è rafforzata dall’indicazione precisa della data, del nome del testimone e della sua professione.
Questa scelta fa sì che la trama si delinei un pezzetto alla volta, tramite scarti nel passato e nel futuro. Il lettore deve dunque unire i pezzi per conto suo.

Filo conduttore di questa narrazione è il personaggio di Giosafatte Vulpe, incaricato di trovare e disperdere i ribelli, la cui indagine lo porta a interrogare contadini, ostesse, amici d’infanzia del mitico Bonaventura. Si forma così il ritratto di un capobanda leggendario, ma si assiste, allo stesso tempo, al funzionamento di una società ancora profondamente iniqua, alla vita di un territorio piagato dalle carestie, dalle paludi, ma anche dalle pestilenze, dalle scorribande dei soldati – imperiali, spagnoli, francesi.

I capitoli dedicati a Pùlvara, invece, sono lineari. La donna, ormai vecchia, attraversa la brughiera lombarda per chiudere i conti con il passato. Le tappe del suo viaggio sono scandite dalle tessere del gioco di Santa Oca – in cui riconosciamo, ovviamente, il nostro gioco dell’oca. Ci sono invece estranee le implicazioni cosmologiche e profetiche del gioco, le simbologie che vi stanno dietro. Se l’avventura di Mangiaterra ha un sapore a metà tra l’avventura e il thriller, il viaggio stanco di Pùlvara rappresenta un’esegesi, una spiegazione sulle forze che governano l’universo e le vite umane.
Nonostante si svolga vent’anni dopo la fine di Bonaventura, la storia di Pùlvara non ne svela – non subito – il finale, offuscato, mascherato dalle reticenze, dai rimorsi della protagonista.

Il tratto più caratteristico de Il gioco di Santa Oca è senza dubbio la lingua. I dialoghi sono spesso in dialetto, ma i lombardismi punteggiano anche la narrazione. L’impressione iniziale è di avere di fronte una cronaca dell’epoca; solo più tardi ci si rende conto dell’inequivocabile modernità della lingua. In questo modo la lettura è forse più lenta, ma la lingua non arriva al punto di ostacolare la comprensione del testo.
La scelta dell’autrice è senza dubbio felice: nei capitoli dedicati a Bonaventura, il dialetto delinea meglio i rapporti tra i personaggi – chi parla italiano, chi non conosce altro che il dialetto orale – e rende la narrazione più ricca e colorita; nei capitoli dedicati a Pùlvara abbiamo una commistione tra italiano e dialetto e tra terza e prima persona che ci portano ad aderire meglio alla mentalità della protagonista.

In conclusione, Il gioco di Santa Oca è un romanzo breve, ma decisamente gradevole, originale nell’impianto e nella trama che vira dal sociale al sovrannaturale – che si impone senza chiasso, appare e scompare come le creature della palude spesso nominate nel libro.
È stato un piacere leggere un romanzo capace di coniugare due dimensioni, al punto da non poter dire con certezza se si tratti di una storia totalmente realistica, se le apparizioni e le maledizioni e i presagi siano veri o semplice suggestione.

Sonia Aggio

  • Laura Pariani Cover

    Laureata in Filosofia della Storia a Milano, vive a Turbigo (Milano). Ha insegnato in una scuola superiore fino al 1998. Ha scritto e disegnato storie a fumetti negli anni Settanta ed esordisce come scrittrice nel 1993 con la raccolta di racconti Di corno o d'oro (pubblicata poi da Sellerio) con cui vince il Premio Grinzane Cavour e il Premio Piero Chiara. Oltre che scrittrice è anche sceneggiatrice cinematografica. Le sue opere sono state tradotte in varie lingue. Per Einaudi ha pubblicato Dio non ama i bambini (2007), Milano è una selva oscura (2010), La valle delle donne lupo (2011). Ricordiamo anche La spada e la luna. Quattordici notturni (Sellerio, 1995), Il pettine (Sellerio, 1995), Il paese delle vocali (Casagrande, 2000), La straduzione (2004, Rizzoli),... Approfondisci
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