Giorgio Caproni. L'inquietudine in versi - Alessandro Baldacci - copertina

Giorgio Caproni. L'inquietudine in versi

Alessandro Baldacci

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Editore: Cesati
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 31 marzo 2016
Pagine: 165 p., Brossura
  • EAN: 9788876675584
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L'allegoria della vita a cui Giorgio Caproni dà forma nei suo originalissimo percorso di artigiano della parola - dagli, esordi, sotto il segno di una inquieta sintesi fra tradizione e modernità, sino alla maniera "estrema" della sua stagione tarda - viene qui ripercorsa per intero, ponendo al centro della riflessione il peso decisivo che la Resistenza svolge nella vita e nell'opera dell'autore. Alessandro Baldacci predispone così il percorso di una scrittura dalla vocazione malinconica, dichiaratamente stoica, che pur percorrendo i luoghi della morte e del negativo rimane sempre ancorata alla concreta esperienza del vivere e al desiderio di comunicare con il proprio lettore, investendo nella poesia nel secolo della sua progressiva marginalizzazione culturale e sociale, come strumento di verità ed etica.
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Tanto a lungo ignorata o considerata “fuori tempo” perché non direttamente ascrivibile al canone ermetico o avanguardista, quanto poi apprezzata e studiata, l’opera poetica di Giorgio Caproni sembra segnata da un destino critico paradossale: se l’autore è rimasto avvolto per tanto tempo nell’ombra, successive letture ne hanno moltiplicato all’infinito i possibili volti. Primo merito del volume di Baldacci è quello di individuare uno di questi volti, il più problematico, interrogativo, dolente, e di seguirne il fil rouge dagli esordi giovanili fino alla produzione della maturità. In un’opera inevitabilmente vasta, non fosse altro che per la sua estensione temporale (dagli anni venti fino al limite, appena sfiorato, dei novanta) viene così disseppellita, pagina dopo pagina, una traccia unitaria.

Il dato biografico e quello poetico scorrono in parallelo: la formazione musicale da un lato e poetica dall’altro, sotto il segno dei siciliani e toscani delle origini, di Carducci, Pascoli, ma anche di Saba e Ungaretti; gli anni della guerra e della Resistenza; il trasferimento a Roma, città d’esilio, nell’alternanza di insegnamento, traduzione, collaborazioni.

Se viaggio e musica sono le due principali chiavi con cui tentare di disserrare il mondo caproniano, in entrambe risuonano accenti guasti: la distonia in un caso, la discesa agli inferi nell’altro. “L’analogia fra parola e musica, che Caproni scorge e sottolinea, diventerà poi nella sua opera il costante tentativo di andare oltre le parole, per ‘pensare in musica’. Quella caproniana non è comunque mai una melodia orecchiabile, una musica facile, che si compiace di sonorità morbide, rotonde, distese; essa risulta per converso aspra, risentita, tesa spasmodicamente sino a sfiorare (e a tratti toccare) una continua lacerazione”.

La poesia caproniana concerta dunque con le dissonanze eliotiane, incrocia l’universo di Beckett e Kafka, con voce via via più rotta, spigolosa, decentrata. Quella che da altri è stata letta come nichilistica abdicazione viene da Baldacci interpretata come resistenza estrema di una parola poetica che è “un ponte lanciato verso l’altro (incluso l’altro che ciascuno porta in sé), la cui natura è dialogica, sociale, non aristocratica, solipsistica, autoreferenziale”, “esigenza, in primis civile e morale, di interrogare la propria anima, di riflettere sulla propria identità”.

Recensione di Miriam Begliuomini.

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