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Il giorno che a Beirut morirono i panda. Gli ultimi giorni dell'assedio israeliano alla capitale libanese nel romanzo-reportage di una testimone oculare
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Il giorno che a Beirut morirono i panda. Gli ultimi giorni dell'assedio israeliano alla capitale libanese nel romanzo-reportage di una testimone oculare Rita Porena
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Dettagli

1993
1 maggio 1993
196 p.
9788879900003

Voce della critica


recensione di Della Volpe, S., L'Indice 1993, n. 8

"Gerusalemme è la moglie, Beirut è l'amante: non ti rifiuta mai niente": si confessa a pagina 147 Rita Porena, dopo aver portato per mano il lettore, nel suo libro "Il giorno che a Beirut morirono i panda", attraverso la vita quotidiana dell'assedio di undici anni fa, nel caldo polveroso e torrido del cuore del Libano, crocevia di distruzioni e di guerre. Non è un semplice reportage, non è un romanzo: è una storia vissuta in prima persona, una cronaca di bombe e palazzi sventrati, silenzi e fragori di bombe, baracche abitate dalla dignità di un popolo assediato, stanze occupate perché lontane e interne rispetto a cecchini e tiri di artiglieria: la cronaca del disfacimento dell'effimera ricchezza della città svizzera d'Oriente, crogiuolo di razze, religioni e culture prima conviventi nell'agio e nell'intelligenza (stranamente unite), poi capaci di ammazzarsi sino al limite umano del macello insensato e inumano di Sabra e Chatila, vero insulto alla civiltà (e quante analogie con la vicina ex Jugoslavia, anche se a Beirut i "confini" delle ragioni sono più netti...). Una cronistoria di emozioni filtrate attraverso la sensazione di invulnerabilità del giornalista ("non è coraggio - scrive Porena - ... è come se le bombe sapessero che siamo solo testimoni"); ma è una storia scritta con il linguaggio asciutto di chi vede in Beirut, nella gente che sopravvive a ovest, bombardata e assediata, invasa e rastrellata, il mistero dell'"amante". Città dove i sentimenti nascono dall'impulso alla sopravvivenza, ma sono immediatamente forti. Città-amante che si incontra con passione, che si ama perché violata e bucata, che si odia perché infida per le armi che la attraversano, che ti fa salire la paura di restare da solo e di perderti (quella paura che "come un fiume carsico saliva in superficie in rari guizzi, ma lasciava intravedere la portata che avrebbe potuto devastarla"); amante "puttana e levantina", non lascia mai soli, scrive ancora Porena. Immagine forzata? Non proprio: la guerra produce anche questo e Beirut qui è descritta come città ancora piena di amore per la vita e di rarefatta sensazione di fine, vicina quanto ineluttabile, con feste di compleanno inventate per voglia di allegria, la ricerca di felicità in famiglie con poca luce e ancor meno acqua, amori sereni e nascosti che devono finire quando finiscono perché così è nelle cose tra quell'odore acre e pungente delle bombe, del sangue, della polvere e del fango che la guerra lascia dietro di sé, in quell'attimo lungo millenni che si espande nell'aria dopo un bombardamento. È una storia di persone semplici e di protagonisti uniti nel perimetro di un assedio dove il clima e i rapporti diventano automaticamente familiari. È un microcosmo che lascia sempre insoddisfatti, manca sempre qualcosa per meglio capire: ma così deve essere. Chiunque abbia vissuto un periodo di guerra in medio oriente, ne esce sempre con domande incompiute e misteriose perché senza risposta.
Innanzitutto, perché ci si resta per mesi; perché si tenta di arrivare nel cuore dello scontro? Non è solo per mestiere di giornalista; il corrispondente di guerra ha sempre altre motivazioni. Ognuno la propria; Rita Porena ne lancia una, personale: vi si resta perché "nessuno ti chiede un bilancio della tua vita" e perché c'è un gusto "della decadenza". È molto romantica come spiegazione, ma, credo, sincera. Perché le risposte a queste domande sono esistenziali e, contemporaneamente, banali: nonostante quel morso allo stomaco quando si sente il fischio del proiettile o del missile sempre più vicino, si corre subito a vedere cosa è successo; si deve registrare, vedere, trasmettere, cercare di far capire. Quel ruolo di "messaggero" alato nel filo del telefono o del satellite trasforma: dà un po' di coraggio e d'incoscienza ma soprattutto razionalità, possibilità di descrivere la realtà. Il giornalista, l'inviato, non è missionario, ma ha un compito, un lavoro da fare. Rita Porena aggiunge a questo la passione di sedici anni vissuti a Beirut in una società di vincoli aumentati dall'assedio: gli amici diventano un popolo, si apprezzano la loro vita e la loro lotta; quando muoiono si dimenticano subito i corpi lacerati dalle bombe e privi di vita, per recuperare invece la dimensione del loro ricordo di vivi, del "sacrificio". È sopravvivenza. L'irrazionalità di una guerra, che sia strategica, parziale, di razza o di religione, è però sempre lì sullo sfondo e ripropone quesiti insoluti, nel chiuso della notte buia e della tensione degli spari a intervalli regolari; tu sai chi ha ragione ma sono ragioni o torti sempre parziali, perché "tutto questo non ha senso". Ma quelle persone, quei vincoli d'amicizia, quelle storie d'amore restano tatuati per la vita. Rita Porena cerca di distaccarsi da questo magma ma non ci riesce, non può riuscirci. Quel mistero, quelle domande senza risposte che il medio oriente, Beirut certo, ma anche Gerusalemme, i campi palestinesi Gaza o Baghdad ti lasciano nel taccuino e nelle telecamere, si riportano indietro, nelle proprie case di Roma o Milano. Se si trasporta tutto sulla carta geografica mondiale o nell'atlante storico dell'ultimo secolo si possono trovare risposte plausibili, ma se si va in un campo palestinese ogni risposta sembra inutile. E Rita Porena ci porta nel finale del suo libro, nel "buco" profondo dell'umanità in medio oriente, in quei campi di Sabra e Chatila distrutti in un macello di vecchi, bambini e donne inermi che solo la Jugoslavia attuale sembra riproporci con la stessa incivile drammaticità. Sino ad allora la storia dei panda a Beirut, cioè la favola di Marisa la protagonista che immagina una scoperta dei panda in estinzione nel cuore del Libano per attirare l'attenzione del mondo, sempre più accorto a difendere gli animali in estinzione che i popoli in diaspora e a rischio di scomparsa, quella favola inizialmente aveva un finale aperto: gli animali, i panda potevano vivere o morire, 'happy end' o finale drammatico a scelta. Poi in quel campo palestinese il cerchio si chiude. Il massacro di centinaia e centinaia di palestinesi è descritto in modo asciutto, tra i resti di chi aveva avuto il coraggio di mangiare la propria razione di rancio militare durante quel macello e un giornalista che vomita di fronte ai corpi straziati.
Già, un giornalista; in questo libro, per Porena, i giornalisti al massimo danno di stomaco, non piangono mai, "i corrispondenti di guerra hanno il ciglio asciutto" scrive. Non è così; ma il dolore, l'impressione e l'angoscia spingono più al silenzio che ad altro, di fronte all'inumano, a ciò che non ha aggettivi e descrizioni perché non è contemplato dal possibile. Eppure accade: e allora Rita Porena non piange, si congeda con un gesto simbolico, di pietà asciutta e non retorica, coprendo con il proprio giubbetto le natiche nude e livide di due donne palestinesi stuprate e poi uccise. È il gesto della partecipazione, oltre l'osservazione, quando non si stringono neanche più i pugni per la rabbia e devi agire. È quell'irrazionalità che nasce dal dover essere razionali. Poi c'è il vuoto: e immagini i "pezzi" scritti, inviati, la difficoltà a descrivere quello che hai visto ma che altri sembrano non credere, in redazione, l'urlo di un operatore Tv dopo il silenzio di ore trascorse filmando quelle scene. Immagini la voglia di acqua e di verdura, l'odio per le bistecche che ti attanaglia la gola, l'insonnia notturna, il pensiero che torna a quei corpi e al ronzio delle mosche, quell'odore di morte che ti porti sui vestiti e che dura una vita. E poi la voglia di restare e di partire insieme, l'impotenza e la rabbia, i tanti perché e misteri, una telefonata amica, un bicchiere di qualcosa, il sorriso di chi ti propone un dolce con le mandorle. E la vita riprende, mentre la memoria lotta per non incattivirsi. Con tanti perché senza risposta.

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