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Augusto Del Noce

Editore: Il Mulino
Collana: Saggi
Anno edizione: 1990
Pagine: 428 p.
  • EAN: 9788815027900

recensione di Carchia, G., L'Indice 1991, n. 2

Un duplice impulso critico presiede alla nascita del libro postumo di Augusto Del Noce su Giovanni Gentile, frutto di un'elaborazione e di una ricerca pluridecennali, summa nella quale si racchiude, ben oltre i risultati della pura indagine storiografica, una vera e propria filosofia dell'epoca contemporanea. Il primo impulso è il rifiuto dell'immagine di un Gentile "dimezzato" proposta dalla storiografia filosofica progressista del dopoguerra: rifiuto della separazione fra l'uomo e l'opera (come da ultimo nell'interpretazione di Sergio Romano); in subordine, rifiuto di separare nell'opera gli aspetti nobili e "veri" da quelli presunti spuri, "retorici" o ideologici (come nella lettura di Garin e della sua scuola). Questa rivendicazione della totalità di Gentile, l'affermazione secondo cui in lui non si possono scindere intenzioni e risultati, teoria e pratica, si prolunga nell'altro movente, anche più profondo, del libro, che consiste nel prendere in parola i diversi totalitarismi della nostra epoca - in questo caso, il fascismo - rifiutandosi di separare al loro riguardo pensiero e realtà, fatti e valori. Il caso Gentile viene così a rappresentare per Del Noce quasi un modello privilegiato per ciò che egli ha chiamato l'interpretazione "transpolitica" della storia contemporanea. In accordo con la lettura revisionista del fascismo (in primo luogo, dunque, con Nolte e con De Felice), col termine "transpolitica" Del Noce vuoi significare che le catastrofi rappresentate dai totalitarismi contemporanei non sono riportabili semplicemente alle aberrazioni di una politica incapace di difendere la propria autonomia dalla pressione degli interessi di classe (secondo l'interpretazione liberale di Croce), n‚ esse sono meri fenomeni di facciata, orpelli dietro cui si mascheri la realtà anche più cruda dello sfruttamento capitalistico (secondo l'interpretazione in senso lato marxista del fascismo). La lettura "transpolitica" dell'età contemporanea vorrebbe, piuttosto, significare quasi un rovesciamento di qualunque lettura del fascismo in termini di semplice ideologia. Per Del Noce, gli elementi teorici e dottrinali non sono qui epifenomeni, apparenza accessoria di una realtà che si possa spiegare altrimenti, prescindendone; al contrario, la realtà va considerata come l'incarnazione, esatta fin nel dettaglio, dei principi e degli ideali che l'ispirano. Cosi, l'incontro fra la filosofia dell'attualismo di Gentile e il fascismo di Mussolini finisce col caratterizzarsi come modello esemplare di questo "realizzarsi dell'ideologia" caratteristico dei totalitarismi contemporanei. Ora, nella lettura transpolitica di Del Noce, ciò accade perché in Gentile si verifica in forma estrema quella tendenza all'integrale immanenza dello spirituale caratteristica del mondo moderno e del suo processo di secolarizzazione. La tesi che Del Noce vorrebbe massimamente provocatoria nei confronti della volgata storiografica progressista è quella secondo cui, in quanto coerente esponente della modernità filosofo non della Restaurazione bensì del Risorgimento, Gentile non è stato affatto un filosofo della reazione (cfr. il cap. II "L'idea di Risorgimento come categoria filosofica in Gentile"). Ciò non significa, beninteso, riaffermare la validità intrinseca del suo pensiero, ma soltanto mostrare in retrospettiva quella che è stata, se così si può dire, l'attualità dell'attualismo: da questo punto di vista ad esempio Del Noce si rivolge polemicamente contro il giudizio di Bobbio secondo cui esso fu un'ideologia di retroguardia, retorica spiritualista, filosofia epigonale e provinciale.
Gentile è per Del Noce l'esponente più radicale della modernità, intesa come movimento volto all'abolizione di ogni trascendenza extraumana e di qualunque presupposto oggettivo del pensiero. Alla svolta del secolo Gentile, con la sua "critica dell'intuito", ha rappresentato la modernità con la sua spinta al divenire senza freni in maniera ben più forte che non il positivismo e il neocriticismo, solo all'apparenza "più moderni", in realtà rispettosi ancora di limiti e di gerarchie tradizionali. Secondo Del Noce, con la sua teoria dello spirito come atto puro che nel processo incessante del proprio autosuperamento toglie ogni datità, Gentile ha esplicitato il programma inscritto nella detronizzazione del Dio medievale trascendente e nella moderna autoaffermazione dell'uomo, a partire da Bruno e dal Rinascimento italiano. "Lo spirito come atto puro altro non è che il Dio cartesiano, causa sui e creatore libero delle verità eterne, reso immanente" (p. 97). Del Noce mostra l'importanza fondamentale, in questo contesto, del libro gentiliano su Marx ("La filosofia di Marx" del 1899): in esso scorge la definitiva teorizzazione di una vera filosofia della prassi sottratta al vincolo costituito da ogni residuo presupposto materialistico. Qui "il paradosso gentiliano" consiste "nel chiamare naturalismo la filosofia della contemplazione e idealismo la teoria del primato dell'azione" (p. 188). Il pensiero di Gentile per Del Noce rappresenta il congedo da ogni atteggiamento mistico, da ogni sottomissione a una qualsiasi oggettività: un risoluto antiplatonismo, che non solo non ha nulla di conservatore, ma è addirittura il luogo di non ritorno del progetto moderno, luogo dove infine si evidenzia il nichilismo del prassismo puro, dell'agire senza presupposti e senza trascendenza. Se il progetto moderno è andato incontro a uno scacco e la libertà si è rovesciata nel suo opposto, ciò è perché il nichilismo è implicito nell'abbandono stesso del Dio della tradizione, il Dio della grazia e della trascendenza. Da questo punto di vista, infatti, "l'atto puro di Gentile è l'esatta negazione dell'idea cattolica: l'essere di Dio si esaurisce totalmente nel suo creare e nel creare sé stesso" (p. 279). La religione di Gentile, quale si trova in ultimo esposta nella conferenza fiorentina del 1943 intitolata "La mia religione", resta, comunque, per Del Noce il punto di maggior fascino e complessità di tutto l'attualismo. Il paradosso consiste infatti in ciò, che l'attualismo, pur avendo nella sua filosofia dell'immanenza sottratto Dio alla trascendenza, si propone esso stesso come religione, la religione autentica dello spirito nuovo. Gentile non ripropone affatto la visione hegeliana del rapporto fra religione e filosofia, non fa della prima una forma mitico-rappresentativa dello spirito, destinata a consumarsi nel progresso della sua evoluzione. L'esperienza religiosa non solo viene salvata, ma è posta in certo modo al centro della vita dello spirito. Questo è il nodo che tenta di sciogliere il terzo, importante capitolo del libro ("Gentile e la poligonia giobertiana"), nel quale viene analizzato in tutte le sue sfumature il difficile rapporto fra il modernismo e il pensiero di Gentile. Facendo propria l'opposizione radicale sostenuta dal Laberthonnière fra pensiero greco e pensiero cristiano, individuando nel cristianesimo inteso come soggettività dello spirituale il più deciso avversario del platonismo come posizione di essenze oggettive ideali, Gentile propone il proprio attualismo come una ripresa, al di là dell'ontologismo di Rosmini, di quel cattolicesimo del "filosofo moderno" sostenuto dal Gioberti della "Riforma cattolica": il cattolicesimo come "ristorazione metessica", filosofia adeguata alla "legge del progresso cosmico", poligonia come virtù di tenere uniti l'uno e il molteplice, "perché il poligono è uno, ma ha lati infiniti" (p. 204). Con la ripresa dell'idea della poligonia che permette il passaggio all'idea della creazione come "autocrisi", si ha davvero la forma più compiuta dell'immanenza, quella cioè nella quale il divino viene posto nel cuore stesso dell'attività spirituale, senza essere considerato un residuo mitico del passato, un'oggettività da superare, come nel dualismo, nell'agnosticismo, nell'ateismo È da questo carattere "integrale della dottrina gentiliana, immanenza entro la quale è impossibile scindere filosofia e religione, verità e retorica teoria e ideologia, che Del Noce fa discendere l'incontro, non già ideologico e strumentale, bensì organico ed essenziale, fra attualismo e fascismo. Nel fascismo mussoliniano è visto qui non già un fenomeno reazionario-conservatore, bensì l'esito specificamente italiano, con le sue promesse risorgimentali, di quel "ciclo delle rivoluzioni che comincia con l'89" (p. 329), l'esito - come negli altri totalitarismi contemporanei - dell'abbandono dell'orizzonte della trascendenza, risultato inevitabile della storia allorché gli uomini la pensano rimessa solo a loro stessi fuori dall'orizzonte della grazia (cap. IV: "L'incontro con Mussolini").
Il libro avvince con la trama sottile dei suoi paralleli e delle sue distinzioni, seduce col rigore della riflessione e il pathos del racconto. Tanto meno, però, persuade chi appena se ne distacchi e lo consideri a mente fredda. Non si tratta solo del fatto che, impegnato a ricostruire la superiore coerenza interna dell'itinerario gentiliano, l'autore sembra a volte andare contro le sue stesse premesse ideali - la difesa della tradizione cattolica contro la modernità e la sua polarizzazione - per simpatizzare con una causa che pure dichiaratamente condanna. È il caso, ad esempio, della simpatia che Del Noce prova per la polemica gentiliana nei confronti degli aspetti ereticali e critici del modernismo, dove sembra dimenticare le accuse di immanentismo rivolte alla religiosità di Gentile. Più in generale, però, questa latente identificazione dell'autore con l'oggetto che critica, induce a formulare un'obiezione di fondo nei confronti di un'impostazione come questa. È possibile - viene da chiedersi - imputare all'immanentismo della filosofia idealistica della storia i totalitarismi e le tragedie dell'età contemporanea e, nello stesso tempo, continuare ad adoperare come criterio per un simile giudizio il medesimo schema, vale a dire le categorie appena criticate della filosofia della storia? È così che il lettore ha l'impressione, sia pure in una prospettiva ideale totalmente diversa, di trovarsi di fronte a una critica i cui criteri, paradossalmente, non sarebbero dispiaciuti troppo al Luk cs della "Distruzione della ragione". Nelle ferree linee di coerenza di una filosofia della storia, riconosciuta come effettiva anche se rifiutata nelle sue premesse ideali, spariscono sfumature, incertezze, casi. 'Tout se tient', in un eccesso di sovradeterminazione, di ipercausalità. Come nel caso affine di Heidegger, il campo resta libero per una lettura di Gentile non "ideologica", interna al suo pensiero, che non lo ricostruisca 'à rebours', come proiezione all'indietro di conseguenze storiche rese troppo facilmente reversibili.


recensione di Bobbio, N., L'Indice 1991, n. 2

Questa recensione al libro di Del Noce su Gentile mi offre l'occasione di continuare con l'autore, ma non di concludere, una discussione che durò tutta la vita, e di cui varie tracce sono nel libro stesso. Mandandomi il saggio "Filosofia e politica del comunismo" (1957), lo accompagnava con una lettera in cui mi diceva che avrei potuto vedervi "alcune idee dell'Antibobbio che vorrei scrivere". Qualche anno più tardi gli mandai, a mia volta, il mio libro su Cattaneo, "Una filosofia militante" (1971), presentandoglielo "per celia o con una certa ironia, come una sorta di Antidelnoce".
Sin da allora il pomo della discordia fu il giudizio su Gentile e di riflesso anche sul fascismo. Illuminato da un'idea di Giacomo Noventa, secondo cui il fascismo era stato un errore non contro la cultura ma della cultura, errore che era stato anche dell'antifascismo, donde la necessità di andare al di là dell'uno e dell'altro, indicava come esempio di perdurante, e pervicacemente errata, contrapposizione tra fascismo e antifascismo due miei scritti, il "Profilo ideologico del Novecento" e gli studi cattaneiani, e rifiutava il giudizio su Gentile "cane morto" che io gli avevo dato provocatoriamente in una lettera di qualche anno prima, e alla quale aveva risposto il 1| marzo 1964 dicendomi chiaramente che su Gentile per il quale, quando eravamo all'università, non aveva alcuna simpatia, aveva cambiato parere, perché, pur vedendo nella filosofia gentiliana uno scacco, si trattava di "uno scacco eccezionale", in quanto essa era "l'unica forma che l'hegelismo possa assumere nel tentativo di oltrepassare il marxismo". Mi spiegava che l'importanza filosofica dell'attualismo era nella critica dell'intuito, "da lui [Gentile] inteso come il momento della passività umana, interpretata nel più largo dei sensi, così da includere materialisti, storici o no, e platonici". La critica gentiliana dell'intuito, ovvero della conoscenza intesa come un "vedere", occupa un posto centrale nel presente libro. Anzi, l'autore vi dedica il primo paragrafo, che comincia citando un brano in cui io dico che la filosofia di Gentile appare ora sempre più come "cosa morta e incomprensibile". La centralità della critica dell'intuito sta in ciò che era per Gentile, secondo Del Noce, la via obbligata per giungere a una filosofia della creatività assoluta, come l'attualismo, il cui alter ego, nella critica radicale a ogni forma di naturalismo e nello sbocco finale nell'assoluto immanentismo, era stato il marxismo, se pure come una sua "brutta copia".
Da allora non c'è stata opera di Del Noce in cui la filosofia di Gentile non appaia come un punto di riferimento obbligato per capire, da un lato, e superare, dall'altro, il processo di svolgimento, e insieme la crisi o addirittura la catastrofe, del pensiero moderno: una specie di crocicchio in cui s'incontrano varie vie, se non tutte le vie, percorse, o tentate, e definitivamente fallite, del processo di secolarizzazione, o, con espressione più drammatica, della corsa inarrestabile e fatale verso l'ateismo, che caratterizza la filosofia moderna dall'umanesimo, e poi dalla Riforma sino a noi.
Questo "fare i conti" con Gentile, come Gramsci li aveva fatti con Croce (e Marx li aveva fatti con Hegel) si svolge essenzialmente nella discussione di quattro temi fondamentali, che corrispondono su per giù ai quattro capitoli in cui è diviso il libro.
Anzitutto, la filosofia di Gentile, che sarebbe già tutta in germe, secondo Del Noce, nelle due opere giovanili su Rosmini e Gioberti e negli scritti sulla filosofia di Marx (da cui nasce subito anche il confronto che durerà tutta la vita con Croce), viene considerata da un punto di vista generale come un momento essenziale del pensiero moderno, e del contrasto che lo caratterizza dal principio alla fine, tra filosofie della trascendenza e filosofie dell'immanenza, in cui l'attualismo rappresenta il tentativo più radicale e coerente, donde il suo significato esemplare, di condurre alle estreme conseguenze il processo di immanentizzazione o di riduzione totale della realtà al pensiero ma senza cadere nell'ateismo, anzi pretendendo orgogliosamente di porsi come l'unica possibile teologia dopo la crisi di ogni forma di ontologismo, come teologia che segue alla metafisica della mente anziché alla metafisica dell'essere, o umanesimo integrale, in contrasto netto col suo rivale immediatamente precedente, il positivismo. Mentre il positivismo procede dalla metafisica alla scienza, l'attualismo si presenta come la vera teologia (demitizzata) contrapposta alla filosofia mitica, con un processo tutto interno a una concezione religiosa del mondo che gli dà il carattere, su cui Del Noce insiste più volte, di riforma religiosa oltre che di riforma filosofica, e giustifica l'ambiziosa affermazione dell'ultimo Gentile di essere sempre stato cattolico sin dalla nascita, e di aver concepito la propria filosofia non come negazione del cattolicesimo, e ciò in contrasto con le filosofie moderne, di cui positivismo e marxismo sono le ultime espressioni, ma come inveramento del cattolicesimo, come cattolicesimo purificato, essendo l'ateismo interno all'immanentismo il vero avversario su cui Gentile avrebbe tentato di trionfare.
La riforma religiosa di Gentile si collegherebbe alla riforma cattolica di Gioberti: il secondo tema gentiliano, su cui il libro svolge alcune delle considerazioni più originali, è quello della collocazione dell'attualismo non più nella filosofia moderna in generale, ma specificamente nel corso della filosofia italiana, cui del resto Gentile aveva dedicato gran parte dei suoi studi di storia della filosofia da Bruno e Campanella a Vico, da Genovesi a Galluppi, da Rosmini e Gioberti sino ad Ardigò, tanto da indurre il suo interprete a parlare di "un paradigma italiano nella interpretazione gentiliana della storia della filosofia". Collocato al suo posto giusto in questa storia, Gentile apparterrebbe di pieno diritto alla schiera dei riformatori religiosi, come un continuatore, sotto questo aspetto, di Gioberti, di cui accoglie e fa suo il concetto di "poligonia", col quale l'autore del "Primato" intende far capire che la verità del cattolicesimo sta nell'essere un sistema di religione che è uno senza cessare di essere molteplice e molteplice senza cessare di essere uno, come il poligono è uno ma ha lati infiniti, onde l'audacissima ed ereticissima affermazione che "vi sono tanti cattolicismi, quanti gli spiriti umani", e "l'unità esterna di tutti questi cattolicismi in un solo poligono è la Chiesa". L'idea della poligonia serve a Gentile per restare cattolico a modo suo senza uscire dal pensiero laico, ma non diventando mai, nel senso cattivo della parola, "laicista", sì che la sua filosofia può essere definita come un giobertismo laicizzato, intesa la poligonia come "l'accomodamento del cattolicesimo al tipo intellettuale del filosofo moderno" (p. 214), come una filosofia che non esclude la religione ma la ingloba e la invera, ed è espressa da una forma di discorso, si pensi ai gentiliani "Discorsi di religione", in cui è fortissimo l'afflato religioso (che a dire il vero dà spesso l'impressione di essere, come il discorso patriottico, retorico).
Il collegamento di Gentile con Gioberti, e in parte anche con Rosmini, più che con Hegel, in contrasto con l'interpretazione corrente, ha come conseguenza la considerazione della filosofia gentiliana come filosofia risorgimentale (e solo più tardi, come vedremo, anche del fascismo, inteso il fascismo come continuazione sotto molti aspetti del Risorgimento attraverso la rivalutazione di Mazzini come anti-Marx). Una delle tesi più originali e sorprendenti del libro è l'elevazione del Risorgimento a categoria filosofica, interpretato come rivoluzione-restaurazione alla maniera di Gramsci, intesa a sua volta la Restaurazione non, illuministicamente, come momento regressivo, ma, romanticamente, come rinascita del sentimento religioso e come anelito di libertà nazionale. Con una delle tipiche delnociane drammatizzazioni della storia della filosofia, universo di forti antitesi che diventano inveramenti, di rovesciamenti radicali che diventano superamenti, dove le lente transizioni lasciano quasi sempre il posto a salti qualitativi, a rotture, a scontri frontali, a negazioni che sono affermazioni e ad affermazioni che sono negazioni, Gentile avrebbe portato a compimento l'idea di Risorgimento come Marx quella di Rivoluzione.
Il terzo blocco di riflessioni, che riguarda il rapporto tra Gentile e Marx, si concentra, come si ricava dall'ultima citazione, nella contrapposizione tra Risorgimento e Rivoluzione, che sembra voler dare una risposta alla critica da sinistra del Risorgimento come rivoluzione fallita interpretandolo come l'unica possibile rivoluzione italiana, ed elevandolo, al pari di Rivoluzione, Restaurazione, Reazione, Riforma, a "categoria filosofica", contraddistinta dal fatto di essere, a differenza della Rivoluzione, una Restaurazione e, a differenza della Reazione, una Restaurazione creatrice, non soltanto politica ma anche religiosa, di cui il teorico più originale sarebbe stato Gioberti (Gioberti e non, come nell'interpretazione democratica del Risorgimento, Mazzini, per quanto la presenza di Mazzini sia destinata a diventare ingombrante, quando Gentile sarà costretto a rivedere il suo iniziale antimazzinianesimo nel dibattito sul fascismo). Nella formula "Marx [dopo e al di là di Hegel] sta alla Rivoluzione come Gentile [dopo e al di là di Gioberti] sta al Risorgimento", si vede quale sia l'importanza che Del Noce attribuisce al rapporto di contrapposizione e d'inveramento tra la filosofia di Marx e la filosofia di Gentile, come se l'Italia non avesse potuto avere la Rivoluzione perché aveva avuto la sua rivoluzione, il Risorgimento, secondo una tesi che arieggia, non so quanto consapevolmente, a quella di Hegel, per cui la Germania non aveva avuto bisogno della Rivoluzione (francese), perché aveva avuto la Riforma (che era stata con due secoli di anticipo la Rivoluzione tedesca).
L'interesse per Marx era nato in noi fortissimo dopo la Liberazione attraverso la scoperta delle opere giovanili, e la pubblicazione dei "Quaderni" di Gramsci, in un clima culturale in cui la caduta catastrofica del fascismo induceva a considerare il marxismo come l'unico grande vincitore nella battaglia mortale tra fascismo e comunismo, e invitava i filosofi italiani della nuova generazione a rileggere con rinnovata curiosità i testi del primo dibattito teorico su Marx, svoltosi all'inizio del secolo tra Labriola, Croce e Gentile. Per sottolineare l'interesse di Del Noce per Marx (ma occorrerebbe ben più lungo discorso), basti qui ricordare l'articolo, "Studi intorno alla filosofia di Marx", da lui pubblicato sulla "Rivista di filosofia" nel 1946, in cui subito all'inizio osserva che si andava diffondendo l'idea che il rivoluzionarismo politico fosse la conseguenza di un rivoluzionarismo filosofico, e pertanto l'opera di Marx dovesse essere primamente discussa come opera filosofica (se pure di una filosofia che si pone consapevolmente come la fine della filosofia). In questa temperie era "obbligatoria" (per usare un'espressione frequente nel linguaggio di Del Noce) la rilettura degli scritti giovanili di Gentile su Marx, in cui, a differenza di Croce, Gentile discuteva di Marx filosofo, componendo "il primo studio, nel mondo, che riguardi la filosofia giovanile di Marx". L'importanza dell'interpretazione gentiliana di Marx sta, a parere di Del Noce, nel fatto che, a differenza di quel che era avvenuto col revisionismo, il marxismo viene da Gentile non riveduto per adattarlo ai tempi nuovi ma compreso nella sua specificità filosofica, come assoluto immanentismo, insieme inverato ma destinato a essere dissolto in un assoluto immanentismo di segno rovesciato, non più materialistico ma spiritualistico, dove l'ateismo viene risolto in una teologia in cui Dio è interiorizzato e l'autocreazione (nel linguaggio gentiliano "autoctisi") sostituisce l'eterocreazionismo della teologia tradizionale.
I regimi comunisti si erano ispirati a Marx. Una filosofia che si poneva come marxismo rovesciato non era forse destinata a diventare la filosofia del fascismo, inteso come il grande avversario storico del comunismo, anzi come la risposta, l'unica possibile risposta in un momento di crisi della civiltà liberale, al comunismo? Il rapporto fra Gentile e il fascismo costituisce il quarto tema del libro, che, per quanto più volte anticipato in scritti precedenti (mi riferisco in particolare al saggio "Gentile e Gramsci", compreso nel volume "Il suicidio della rivoluzione", 1978) trova qui nell'ultimo capitolo la trattazione più ampia e scrupolosamente documentata.
S'intende che il fascismo, interpretato come il grande antagonista del comunismo, e non come una dittatura soffocatrice delle libertà civili e politiche (interpretazione liberale), n‚ come dittatura di classe contro le conquiste operaie del secolo precedente (interpretazione social-comunista), acquista un significato storico più positivo che nelle altre interpretazioni, specie dopo il fallimento dei regimi comunisti nell'Europa orientale. Anche il rapporto di Gentile col fascismo ha dato luogo a due interpretazioni: c'è chi, per salvare Gentile, distingue il Gentile filosofo dal Gentile fascista, e chi ritenendo, al contrario, che la filosofia di Gentile sia la filosofia del fascismo, la condanna come cattiva filosofia. L'interpretazione di Del Noce è diversa: la filosofia di Gentile è stata la filosofia del fascismo, ma, a parte certi toni retorici spesso sgradevoli, non è stata una cattiva filosofia. Il suo tema politico di fondo essendo stato quello dell'unità della patria dopo la guerra, essa è una filosofia della conciliazione, che continua ad essere, come dottrina del fascismo, anche la più genuina interprete del Risorgimento, inteso, come si è detto, come rivoluzione idealistica, una rivoluzione di cui il fascismo, considerato da Gentile come la rivolta contro il materialismo degli anni giolittiani, è il legittimo erede. Nonostante questa perfetta coincidenza tra attualismo e fascismo dal punto di vista ideale, Del Noce ritiene che Gentile non abbia avuto alcuna influenza diretta su Mussolini, la cui formazione culturale ha avuto tutt'altre origini e che di fatto non lo cita mai. Per dare credibilità alla tesi, Del Noce ricorre alla categoria filosofica di "armonia prestabilita", nel senso proprio dell'espressione, secondo cui l'accordo fra due enti avviene non per influenza reciproca diretta, ma perché Dio li ha creati in modo così perfetto che ciascuno è destinato a incontrare l'altro seguendo la propria natura. A questo punto, il posto che sinora aveva avuto Gioberti come ispiratore della rivoluzione italiana viene occupato da Mazzini. Gentile e Mussolini s'incontrano idealmente nell'idea di una rivoluzione postmarxista, la sola rivoluzione che può avvenire in un paese di superiore civiltà rispetto alla Russia dove ha trionfato la rivoluzione all'insegna di Marx. L'adesione di Gentile al fascismo quindi non è opportunistica (come vorrebbe il Croce), ma è l'adesione a un movimento che attua la propria filosofia, e attuandola la conferma.
Era naturale che questa interpretazione, che permette a Del Noce di porre un gradino più su il fascismo e un gradino più giù l'antifascismo, e quindi di poter affermare con Noventa, e poi con De Felice, la necessità di andare al di là del fascismo e dell'antifascismo, dovesse cozzare con l'interpretazione gobettiana, per cui Gentile appartiene all'altra Italia e di cui "il pensiero di Bobbio è il coerente sviluppo". Per Del Noce l'errore dell'antifascismo democratico fu quello di considerare il fascismo come il male assoluto, mentre la storia avrebbe dimostrato che esso era stato una reazione al male non meno grave, e forse più grave, del comunismo, la sconfitta del quale apre la strada della storia futura a combattere il terzo male, forse più grande dei precedenti, il capitalismo: tutti e tre conseguenze ineluttabili del processo di secolarizzazione caratteristico dell'età moderna.
In questo quadro di crisi storica catastrofica l'avversario radicale e più molesto è sempre stato, per colui che ho chiamato scherzosamente ma non troppo, senza venir meno al rispetto per l'uomo e il pensatore, il De Maistre italiano, il partito d'azione. Nel fascismo c'erano pur alcune vestigia dello spiritualismo della tradizione. Il comunismo era addirittura un regime teocratico se pur di una teologia rovesciata. Gli azionisti, invece, furono la più perfetta reincarnazione dei libertini, storicamente i primi maggiori responsabili della morte del Sacro. Si ricordi lo scalpore suscitato da un articolo di Del Noce apparso il 3 febbraio 1988 su "Il Tempo", in cui la maggior causa della ''malattia mortale" dell'Italia veniva attribuita all'antifascismo, in particolare al partito d'azione, che pretese di essere la guida ideale del paese presentandosi come portatore della duplice verità del liberalismo e del socialismo, che la riforma cattolica di Del Noce ha sempre considerato non come ideologie positive da integrare l'una nell'altra ma come ideologie negative da respingere in quella riappropriazione del cristianesimo che avrebbe dovuto invertire il corso del processo del disincanto. Il partito d'azione, è vero, era uscito presto dall'agone politico, ma avrebbe continuato a esercitare un nefasto ascendente sulla cultura italiana che "influenzò in modo decisivo".
In una lettera del 4 gennaio 1989 mi spiegava perché avesse aderito all'interpretazione revisionistica del fascismo: "Bisogna rinunciare a vedere - così scriveva - nel fascismo e nell'antifascismo la lotta tra il bene e il male, perché il fascismo è un momento di un male più complessivo che chiamerei qui, convenzionalmente, col termine, certo abusato, di secolarismo". Gli rispondevo che il nostro disaccordo era prima di tutto di natura politica più che filosofico ed ero del parere che nel dibattito politico bisognasse tenersi più terra terra. Politicamente, c'era o non c'era differenza tra fascismo e democrazia? E si poteva davvero affermare che il contrasto fra immanentismo e visione trascendente della storia avesse a che vedere con la malvagità umana? Non mi era mai venuto in mente di considerare il fascismo come male assoluto perché, se mai il solo Male assoluto era la Storia che, dominata dalla volontà di potenza, non ha sinora trovato la propria redenzione.
In questa mia risposta c'è in nuce la ragione di un dissenso più profondo che riguarda quella che Del Noce ha ripetutamente chiamato l'interpretazione transpolitica, leggi "filosofica" della storia, un'interpretazione di cui questo libro su Gentile è un esempio perfetto. Riprendendo la nota metafora della storia rimessa sui piedi da Marx dopo che Hegel l'aveva messa sulla testa, è indubbio che Del Noce l'abbia rimessa ancora una volta sulla testa attraverso un'opera puntigliosa di rovesciamento del rovesciamento, su una testa che non ha piedi, che è tutta testa e niente corpo, una testa gigantesca da cui il mondo esce fuori sotto forma di concetti e di categorie che si dipanano le une dalle altre, senza preoccuparsi troppo di ciò che accade nel basso mondo. In siffatta visione della storia Gentile come punto culminante della storia della filosofia moderna diventa per ciò stesso anche punto culminante di un evento politico come il fascismo. Non a caso viene citata con onore la tesi di Gentile secondo cui "la storia della filosofia compendia la storia dell'umanità, tutta la storia". I passaggi da una posizione filosofica a un'altra sono passaggi sempre "obbligati", e sono passaggi interni, che si svolgono, senza bisogno di alcun intervento della realtà materiale, da un sistema all'altro. Sembra quasi che la storia ideale eterna e la storia materiale, la storia delle nazioni, corrano su due binari paralleli senza mai incontrarsi, e di queste due storie l'una sia la storia superiore, luminosa e illuminante l'altra sia la storia inferiore, oscura bisognosa di essere illuminata. Parlando degli avversari di Gentile, giunge a dire: "Superfluo fare ricerche in biblioteca perché si tratta di argomenti che possono venir ricostruiti a priori" (p. 318). Ma una storia a priori è possibile solo se si ritiene che nel mondo dei concetti tutto è già dato e tutto si tiene. In questa storia filosofica, che è l'unica storia verace per Del Noce, il comunismo diventa l'attuazione della filosofia di Marx, il fascismo, della filosofia di Gentile, il Risorgimento, della filosofia di Gioberti, è così continuando.
Si può ben capire che in una concezione così consequenzialmente idealistica della storia, la filosofia di Gentile che sorvola su un'era di orrori, quasi senza accorgersene e continuando a tessere la propria tela senza troppo guardarsi attorno, sino a continuare a esaltare lo stato etico, lo stato 'in interiore homine', negli anni in cui appare in tutta la sua terribilità il volto demoniaco del potere, possa avere attratto, quasi affascinato, anche se non convinto, uno studioso come Del Noce. Mi domando, con tutta la considerazione che merita il maggior filosofo italiano della restaurazione cattolica; se questa riscoperta, che è anche una rivalutazione di Gentile, non riveli tanto la bontà dell'attualismo quanto alcuni punti deboli del metodo con cui è stato studiato.