Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 31 gennaio 2017
Pagine: 242 p., Rilegato
  • EAN: 9788806228910
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Descrizione

Finalista del Premio Scrivere per Amore, 2017
Il giro del miele è un romanzo appassionante e caldo, ricco di personaggi indimenticabili, gestito con la maestria dei grandi narratori

«In quei giorni splendenti la vedevi e non riuscivi a immaginare che potesse essere stata da nessun'altra parte: guardava suo marito lavorare al sole che bruciava piacevolmente il collo, e le api stordite camminavano sul muro». Davide è un uomo semplice che ha un lavoro semplice: consegna il miele a domicilio nel paese dell'Appennino dove è nato e cresciuto. La faccia pulita, le spalle e le mascelle larghe: ha l'aspetto di quello che le signore anziane chiamano "figliolo", o "giovanotto". Le ragazze l'hanno sempre snobbato, «ma tanto, lui, era innamorato della Silvia fin da quando erano piccoli». Perso il lavoro, perso il grande amore, spinto dalle circostanze della vita ha iniziato a bere, lasciando entrare in sé una violenza che non è in grado di gestire. Il vecchio Giampiero invece è stato l'aiutante del padre di Davide. Ha una mano bruciata in seguito all'incendio della falegnameria in cui lavorava, ma soprattutto ha una moglie amata, l'Ida. Non sono riusciti ad avere figli. Ha visto crescere Davide, e lo accoglie ora, a tarda notte, quando viene a bussare alla sua porta.

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    Paolo

    24/08/2018 15:55:39

    Immagini il romanzo di un giovane scrittore d'Appennino che ne scrive per esprimere un diverso modo di appartenere a terre desolate, selvagge e partigiane; scopri invece una prosa imprevista, ricca di rimandi letterari, più vicina al grande romanzo americano che alle letture facili e consolatorie di cui abbondano gli scaffali delle librerie.

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    Vale

    13/05/2017 20:32:44

    Veramente un bel libro, ben costruito. Alla fine rimane nostalgia del piccolo mondo che si è lasciato nell'ultima pagina. Complimenti all'autore. Attendo il prossimo romanzo.

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    Stefano

    12/05/2017 09:50:07

    Tutto in una notte, sul filo teso e lacero di una rievocazione scaldata a grappa e fuoco, in una casa-ventre emiliana, da qualche parte tra Sassuolo e l'Appennino. Giampiero e Davide, un po' amici, un po' invischiati in una complessa relazione padre-figlio, sciolgono i ricordi per ricostruire la vicenda che li ha portati fin lì, a confrontarsi sull'irreversibile. Con una lingua che è assieme terrigna e aulica (qualcuno ha chiamato in causa Pavese, e non mi è sembrato inopportuno), modulando le angolazioni dell'io narrante tra dialogo, rievocazione e riflessione più profonda, Sandro Campani intrappola il lettore, lo mette di fronte alle conseguenze di una vicenda che non sembra avere i connotati dell'eccezionalità, salvo poi affondare in una stratificazione emotiva e affettiva disturbante, toccante, ipnotica. E' come se tutto si increspasse e imbricasse per formare un flusso di momenti, giorni e anni che compongono un quadro a tinte fosche però umanissimo, che scorre vischioso nella crepa tra possibilità e desiderio, alle prese col duro mestiere di accettare e accettarsi. Come già in La terra nera, il precedente romanzo di Campani, la dinamica dell'azione sembra innestarsi nella frizione tra radici e modernità, nella resilienza delle tradizioni contro la frammentazione e dispersione dei costumi integrati, globalizzati, standardizzati. Il punto focale de Il giro del miele, se vogliamo trovarlo, è la dimensione umana e il suo sopravvivere non senza conseguenze, non senza ferite e cadute, nei rivolgimenti di tempi, prassi e valori che siamo ormai abituati a percepire come una crisi inesauribile e limacciosa. Romanzo denso che conferma e rilancia le qualità di Campani, scrittore (nonché cantautore con gli Ismael) di alto livello.

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Il nuovo romanzo di Sandro Campani, Il giro del miele (Einaudi, 2017), ambientato in un paese dell’appennino modenese, si apre con l’immagine potente del fuoco.

Il fuoco lo troviamo nel sogno che fa Giampiero, uno dei due protagonisti del romanzo. Ma anche fuori, poiché Giampiero si è assopito davanti al caminetto acceso. Nel sogno, un fuoco – ben diverso da quello addomesticato del caminetto – ha avvolto alcune capanne. In questa prima scena troviamo un doppio filo che correrà per tutto il romanzo: il fuoco, al pari dei rapporti umani, può essere sia distruttivo sia accogliente.

Alle immagini del sogno si mescolano dei rumori che provengono da fuori: forse qualcuno che bussa, forse no; poi il campanello suona e Giampiero va ad aprire. Alla porta c’è Davide. È il figlio di Uliano, il proprietario della falegnameria nella quale Giampiero ha lavorato per tutta la vita, prima di arrivare a rilevarla insieme a un socio. È da molto tempo che non si vedono. Davide ha cercato la propria strada al largo dalla falegnameria, e da suo padre, dal quale non si è mai sentito riconosciuto come un erede, come qualcuno capace di portare avanti l’attività di famiglia; questo ruolo è toccato a Giampiero. Nasce forse da qui quel senso di mancanza che lo ha portato a cercare un completamento in lavori diversi e in un matrimonio, adesso finito, con Silvia. Davide era riuscito a costruire un proprio mondo lontano da suo padre, inventandosi apicoltore, sposando la persona che aveva amato fin dall’infanzia, e poi, quel mondo, lo aveva pian piano cominciato a rovinare.

Il romanzo ci parla in maniera potente e mirabile di questa caduta, di come la felicità sia necessaria ma fragile. Poiché Giampiero è rimasto in contatto con Silvia, Davide gli chiede di consegnarle una lettera. E poi vuole parlare, vuole raccontare la sua versione dei fatti su come sono andate le cose tra lui e Silvia.

Inizia un lungo dialogo, davanti a una bottiglia di grappa, che va avanti per tutta la notte. Si svelano frase dopo frase i particolari di una storia forte che il lettore scopre attraverso la voce di Giampiero. Una voce amichevole che assume spesso il punto di vista degli altri personaggi, nei confronti dei quali ha un rispetto e una pietà commoventi. La lingua è precisa, avvolgente e colloquiale; incorpora di tanto in tanto, oltre a singoli elementi lessicali, anche aspetti sintattici dialettali che ne fanno una lingua nuova, personalissima. Una lince appare di tanto in tanto nella narrazione: un ricordo o una testimonianza fugace di qualcuno. Poi sparisce, lasciando un senso di mistero e di inquietudine che inquina il racconto nel quale eravamo immersi. Da dove veniva fuori? E perché?

È un’apparizione apparentemente inspiegabile che assomiglia tanto a quegli elementi neri, profondi e insondabili che si trovano dentro l’animo umano.

Recensione di Carmelo Vetrano

 



Mi chiedo se la lince sia là dietro; da me si farebbe vedere? Dov’è? La lince si muove in silenzio, da qualche parte, qui fuori. Se custodisce un segreto, dovremo offrirle in cambio qualcosa, perché ce lo riveli.

 

È la lince, ad accoglierci. Lì, sulla copertina, con quel suo sguardo di avvertimento, di minaccia, quasi. Ci conduce in una casa dell’Appennino tosco-emiliano, immersa nel buio della notte. All’interno, una bottiglia di grappa, due bicchieri, il fuoco di un camino che diffonde una luce calda e instabile e dipinge mostri sulle pareti. E due uomini, soli in una stanza, seduti al tavolo, che si scambiano silenzi, segreti, bugie e sofferenze. A scandire il tempo di quella notte, il riempirsi e svuotarsi dei bicchieri e le tacche incise sulla bottiglia, segni del limite fino al quale i due possono spingersi.
Da una parte del tavolo c’è Davide, con un matrimonio fallito alle spalle ma ancora innamorato della Silvia. Un uomo semplice, un ragazzo fragile e insicuro prigioniero nel corpo di un adulto, che si definisce un «buono di nulla» perché privo di coraggio e determinazione. Se ha perso tutto ciò che di bello aveva costruito nella vita, è stato perché ha sempre vissuto nella paura di perderlo. Dall’altra parte Giampiero, aiutante del padre di Davide nella storica falegnameria. Sposato con l’Ida praticamente da sempre, non si è quasi reso conto di aver avuto una vita felice, l’ha vissuta e basta, senza pensarci troppo.

Mentre fuori il vento infuria sempre più forte e una lince sembra aggirarsi nel bosco, i due uomini si raccontano i loro segreti, in una confessione notturna che ripercorre le loro esistenze, ognuno con la propria versione della storia: il rapporto difficile e ricco di fraintendimenti tra Davide e suo padre, e quello più intimo ma non meno silenzioso con la sorella; l’incendio che ha lasciato Giampiero con una mano carbonizzata; l’amore di Davide per le api, esseri fragili come lui, e come lui pieni di voglia di resistere; e la fine di un amore, che ha condotto la Silvia lontano dal paese e ha lasciato Davide in balia dell’alcol e della violenza. La notte scivola via lenta, il dialogo prende sempre più forza. Se si interrompe, qualche volta, è perché qualcuno si alza a ravvivare il fuoco del camino.

Sandro Campani ci racconta la storia di questi uomini con un linguaggio concreto e incontaminato, che ha il sapore della terra e l’odore umido dei boschi, e che non teme di chiamare le cose con il proprio nome, senza bisogno di allusioni. La scrittura corre precisa e meticolosa, a tratti nostalgica. Ci trasporta nel ricordo di quello che è stato e non sarà più, tra pagine cariche di commozione e lacrime e sconfitta, verso un finale splendido e suggestivo, che ci invita a tenere duro, a farci forza e ad accettare quello che siamo stati e saremo. E quando chiuderemo il libro per l’ultima volta e ci soffermeremo a guardare la copertina, noteremo che la minaccia che vedevamo negli occhi della lince è scomparsa, e ha lasciato il posto a uno sguardo protettore.

Recensione di Mauro Ciusani

Le prime frasi del romanzo

Stavo sognando il fuoco. Davanti ai miei occhi chiusi le fiamme s’erano trasformate in costruzioni dalla sagoma incostante, capanne dalle cui pareti vive si staccavano ogni tanto croste nere, poi bocche d’animali luminosi che mangiavano e scappavano nell’ombra.
Fuori c’era il vento; il vento mi mette nervoso, ancor piú di notte, eppure mi ero addormentato. Avevo detto all’Ida, di sopra già da un po’, «Adesso arrivo», ma poi m’ero abbracciato allo schienale della sedia, con l’attizzatoio nella mano buona.
Col vento, il camino tirava male. Le fiamme correvano sdraiate, aggirando un ostacolo invisibile. Le capanne nel mio sogno stavano andando a fuoco, abbandonate, forse gli abitanti erano stati quegli animali che scappavano; le travi dei tetti cadevano in terra, annerite, tum, tum. Non so quanto mi ci è voluto per rendermi conto che qualcosa al di fuori del sogno sbatteva davvero alla porta, e anche forte: una serie di colpi irregolari, squilibrati, d’intensità diverse. Stavo quasi per alzarmi e andare fuori al buio a controllare: erano i vasi grandi dei ginepri, che il vento mandava a rotolare contro l’uscio? L’Ida aveva legato i rami la settimana prima. «Trapiantali», le avevo detto in primavera, ma secondo lei non era ora.
Oppure qualcuno bussava? I colpi hanno smesso e quindi io, nel pensare se alzarmi oppure no, ho passato quel mezzo minuto che li ha fatti andare via dalla mia mente, lasciando di nuovo spazio al sogno. Cosa fossero stati veramente, l’avrei accertato con il giorno.
Non ho fatto in tempo però a riaddormentarmi, perché è suonato il campanello: due tocchi puliti, garbati, distinti da un intervallo in cui s’immaginava una sorta di rispetto.
Quindi mi sono deciso. La mano, che avevo lasciato inconsapevole a gonfiarsi e penzolare dalla sedia, mi formicolava: era il suo modo di farsi ricordare, ogni mattina che m’alzavo. Con quella buona mi son tirato su. L’Ida in camera s’era svegliata: – Giampiero, chi c’è?
Mentre andavo all’entrata, di nuovo la porta si è messa a tremare per dei colpi sconclusionati, neanche la volessero sfondare.
– Oh, calma, sei dietro a morire? – ho detto io, e l’Ida dal letto: – Giampiero, chi c’è a quest’ora?
– Adesso l’imparo e ti dico.
Ho aperto: era Davide. Grandone, alto com’è sempre stato, tanto che cammina preparato a chinarsi per passare dalle porte. È proprio dalla stazza che l’ho riconosciuto, perché la luce esterna era strinata e lui non ha parlato, inizialmente: ho ravvisato un uomo che nel momento in cui aprivo si tirava indietro, al buio; ero sorpreso perché non avrei mai detto di vedermelo ritornare all’uscio, ma un attimo dopo ho pensato (ed è stato peggio): era destino che arrivasse, prima o poi. Gli occhi ha dovuto abbassarli, per riuscire a guardare me in faccia. Non lo faceva da un bel po’ di anni. Non ho avvertito odore d’alcol, e ho avuto sollievo nel vederlo nuovamente in forma, sbarbato, i capelli castani ordinati in un’onda, da bimbo biondissimi e adesso, rispetto all’ultima volta, stempiati alla scriminatura. Lui se li copriva dal vento con un braccio, in modo buffo, come un ragazzone che uscisse per ballare. Aveva addosso i suoi anfibi da buttafuori, e un maglione di lana infeltrito, di quelli per cui la Silvia un tempo lo prendeva in giro e che però continuava a regalargli, con i fiocchi di neve, i cervi e le stelline. Ma lí sulla porta, per me, sono stati i suoi occhi il problema, perché aveva due occhi impressionanti, come infiammati e soggiogati da uno spirito che li avesse invasi e li stesse facendo ammattire.
– Fammi entrare, Giampiero, – mi ha detto, e quindi io l’ho fatto entrare.