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Goodbye Kant! Cosa resta oggi della Critica della ragion pura - Maurizio Ferraris - copertina

Goodbye Kant! Cosa resta oggi della Critica della ragion pura

Maurizio Ferraris

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Editore: Bompiani
Collana: Tascabili. Saggi
Anno edizione: 2004
Formato: Tascabile
In commercio dal: 27 ottobre 2004
Pagine: 153 p., Brossura
  • EAN: 9788845232800
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Maurizio Ferraris

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La "Critica della ragion pura" è un monumento del pensiero moderno e un incubo per gli studenti. Questo breve libro cerca di dissipare tale incubo chiarendo in un linguaggio accessibile i nodi concettuali del capolavoro di Kant. Il volume è diviso in dieci brevi capitoli, che partendo dal contesto in cui Kant ha sviluppato la sua filosofia, la espongono e la mettono a confronto con gli orientamenti della filosofia contemporanea.
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    Bruno Caudana

    24/06/2017 10:25:06

    Ha ragione Viano a mettere in radicale dubbio la rilevanza di Kant. Prendiamo la questione kantiana dell'Imperativo Categorico. Nella formulazione della "Fondazione della metafisica dei costumi" esso recita: "agisci solo secondo quella massima che tu puoi volere, al tempo stesso, che divenga una legge universale". Presumere cogenza dell'"Imperativo Categorico" nello spazio fisico dei soggetti agenti, non lo sottrae dall'essere a sua volta un volere. Cioè una delle massime morali che Kant depreca come non fondanti. Per funzionare deve essere VOLUTO far valere. Infatti il tortuoso ragionamento di Kant vale in quella ragione metafisica Scolastica che Kant si costruisce. Cioè in una nozione di "ragione" che vorrebbe fare a meno dei soggetti agenti per poter essere ben fondata; i quali soggetti agenti invece continuano a ragionare facendo calcoli delle conseguenze che li riguardano. In altre parole, usano la ragione in tono minore, il calcolo, in modo strumentale al volere. L'evoluzione ha favorito la strutturazione dei sistemi nervosi a fare quello. Ora, a differenza dei tempi di Kant, ne conosciamo la meccanica. In quella pretesa fondativa della metafisica, Kant si situa nel solco Socratico-Platonico ed eredita la fallacia costitutiva di quel modo di pensare: fare generalizzazioni azzardate e fuori luogo. In quanto meta-fisica resta soggetta agli aspetti di arbitrarietà costitutiva di ogni metafisica. È un po' come discutere di quanti angeli ci stiano sulla punta di un ago e poi pretendere che quei ragionamenti abbiano riscontro/effetto nel mondo fisico. Ricordo che la scienza tende ad occuparsi degli aghi di ferro e non degli angeli che vi possono trovare posto. Gli strumenti per trovare corrispondenza tra teoria e osservazione sono una variabile incognita della questione, non un presupposto certo da cui partire. Probabilmente Kant è ampiamente sopravvalutato. 4 e non 5 per le stesse perplessità di Viano sul decostruzionismo di Maurizio Ferraris.

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    Salvatore Talia

    23/12/2009 10:19:06

    E' un testo divulgativo su Kant, carino, vivace, scorrevole, di piacevole lettura. Come critica filosofica a Kant mi è parso piuttosto fuori bersaglio. Ferraris sembra pensare a Kant con l'ottica di un fenomenologo: detto in estrema sintesi, secondo Ferraris, Kant avrebbe fallito il suo tentativo di "spiegare" (cioè dedurre, giustificare filosoficamente) l'esperienza empirica individuale. Per Ferraris, la Critica della ragion pura "tratta della nostra vita, cioè anzitutto di quello che incontriamo nel modo esterno, aprendo gli occhi e uscendo per strada" (p. 26). In realtà, diversamente da quanto sostiene Ferraris, l'esperienza di cui tratta Kant non è l'esperienza quotidiana, bensì la conoscenza scientifica. Per esemplificare, al Kant della prima critica non interessa se la rosa la vedo di colore rosso o di colore blu, né come faccio a percepirne il profumo: qui Kant è interessato alla rosa solo in quanto oggetto di studio per le scienze naturali. - Nonostante i suoi limiti, consiglio lo stesso questo libro di Ferraris perché ha il raro merito di trattare in termini popolari e comprensibili un argomento molto difficile: può costituire un primo approccio alla Critica della ragion pura, ma non ne sostituisce assolutamente né la lettura né lo studio.

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    Giorgio_C

    31/01/2007 02:59:18

    Carissimo Nicola carpentieri, esendo un esperto di matematica forse non ti rendi conto di che cosa significa una filosofia e che le nuove scoperte scientifiche nulla tolgono alla critica di Kant. Che resta fondamentale per il pensiero filosofico occidentale e non. Su questo libro non mi pronuncio un altro che vuole mangiare su un grande uomo del passato.

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    vagus

    15/04/2005 14:34:15

    Un libro inutile. Le critiche sono in gran parte errate. Kant rimane un monumento da leggere, da studiare, sia per i contenuti sia per la profondita' e lucidita' di un pensatore che Ferraris puo' solo invidiare. Dire che e' superato in filosofia e' ingenuo come dire che e' superato Galilei in fisica.

Vedi tutte le 4 recensioni cliente
A prima vista il libro di Maurizio Ferraris suscita un moto di simpatia: per chi è stato allevato a pane e Kant, ha sempre sentito parlar bene di Kant e si è trovato sempre solo quando ha espresso qualche dubbio su Kant: finalmente basta con il cielo stellato sulla testa, la legge morale dentro (chissà dove) e il dovere sublime e molesto! E tutto ciò mentre il culto di Kant continua a imperversare: perfino gli ammazzasette come Heidegger hanno fatto pagare ai neokantiani le pene più dure, ma hanno salvato il capo della setta.
Bisogna dire che Ferraris è assai più rispettoso di me, tanto che dà al suo libro il sottotitolo Cosa resta oggi della Critica della ragion pura e si propone non di distruggere, ma di decostruire l'opera di Kant; e decostruire è un lavoro specialistico, che non demolisce un edificio, ma lo ristruttura, anche se poi non è detto che lo si possa ancora abitare. Non pretendo di seguire Ferraris in tutte le sottili argomentazioni con le quali decostruisce la Critica della ragion pura , ma mi sembra che alla fine del suo lavoro dovrebbe risultare questo: Kant riconduceva la conoscenza a ingredienti soggettivi (esperienza e concetti), e tuttavia assegnava a quel prodotto un valore oggettivo. È la nostra esperienza che dispone le cose nel tempo e nello spazio o in catene causali, ma l'ordine che ne risulta non è arbitrario, tanto che su quegli elementi si costituiscono cose come l'aritmetica, la geometria e la meccanica.
Il gioco di prestigio inventato da Kant è qualificato da un aggettivo che lui stesso gli ha assegnato e che è stato il suo slogan pubblicitario: trascendentale. È bastato questo aggettivo, di augusta ascendenza scolastica, per assicuragli un lungo successo, perché dava ai filosofi, via via che perdevano la capacità di parlare delle cose, sulle quali gli scienziati sapevano dire la loro, l'illusione di avere davanti le praterie del soggettivo, alle quali si accedeva salendo sulle spalle di chi costruiva il sapere positivo. Del resto Kant sapeva che la filosofia tedesca, nonostante le iniezioni di baconianesimo e di cartesianesimo, era rimasta sostanzialmente scolastica: rifarsi a quella riserva era anche un modo per dire che tutto ciò che di nuovo rivelavano esperienza e conoscenze poteva essere ricondotto a poche cose generali che si sapevano già.
Proprio al trascendentale mira la decostruzione di Ferraris, che segue questo percorso. Prendiamo la teoria kantiana dell'esperienza. Essa è ampiamente difettosa, se la si deve considerare come una descrizione dell'esperienza; cosa che Ferraris mostra mettendo in luce sia l'incapacità di quella teoria di render conto dei modi dell'esperienza tradizionalmente noti, sia la sua inadeguatezza rispetto a ciò che la psicologia successiva, soprattutto la psicologia della percezione, ha scoperto. Ferraris riconosce che Kant intendeva dare un'interpretazione correttiva, e non descrittiva, dell'esperienza. È un'interpretazione sensata, perché pare proprio che Kant fosse interessato a mostrare in che modo l'esperienza funzioni nella produzione di conoscenze valide; e anche oggi l'esperienza cui ci si riferisce quando si parla di ciò che corrobora una teoria scientifica non è la stessa di cui si parla nella teoria della percezione.
Si può dire che l'esperienza nel primo senso deve essere compatibile con l'esperienza nel secondo senso e si può obiettare che dall'esperienza correttiva di Kant si ricava una descrizione dell'esperienza insoddisfacente. A questa obiezione i kantiani sono abituati e di solito rispondono che si tratta di difetti rimediabili, perché dovuti alle circostanze storiche nelle quali si trovava Kant: forse perfino rispetto alle conoscenze disponibili ai suoi tempi avrebbe potuto far meglio, ma questo capita a molti; comunque non poteva tener conto di ciò che non si sapeva. Ma la filosofia kantiana è correggibile, come dimostra il fatto che essa sia stata restaurata nonostante il suo stretto legame con la geometria euclidea; e la restaurazione della filosofia kantiana è una delle cose che tiene in vita il kantismo.
Ma Ferraris dà un'interpretazione particolare del carattere non descrittivo del trascendentalismo kantiano, dicendo che esso è esplicativo. Non so se attribuisca direttamente a Kant l'intento di spiegare l'esperienza, invece di descriverla, o se ritenga che Kant abbia finito per spiegare l'esperienza, anziché descriverla, perché gli strumenti dei quali si serviva avevano la forma di spiegazioni. Sarebbe stata la fisica di Newton a mettere Kant nei guai, perché Kant avrebbe modellato la propria "interpretazione correttiva" dell'esperienza tenendo conto di ciò che secondo lui si poteva dire alla luce della fisica newtoniana. Che la filosofia di Kant sia una specie di trasfigurazione della fisica di Newton è stato spesso detto e la cosa è stata considerata talvolta un peccato veniale, un po' come la sua dipendenza dalla geometria euclidea. Altre volte quell'operazione è stata considerata addirittura un merito, come se l'aver tenuto conto di quella che ai suoi tempi era la teoria fisica più attendibile avesse segnato la via lungo la quale i filosofi possono tenersi al passo con il progresso del sapere.
Gli storici della filosofia sono rompiscatole anche quando decostruiscono, per usare un espressione di moda, dato che lo fanno in modo un po' diverso dai filosofi teorici perché, mentre questi finiscono quasi sempre per rimontare l'orologio che hanno smontato, non sempre si riesce a rimettere insieme le rovine lasciate dagli storici. Per esempio, Ferraris prende sul serio l'idea che Kant si collochi al termine di due tradizioni filosofiche, razionalistica l'una, empiristica l'altra, e che abbia tentato una loro sintesi. L'eredità newtoniana, che storici posteriori hanno attribuito a Kant, sarebbe soltanto un aspetto particolare della vicenda che avrebbe condotto Kant alla sintesi di razionalismo ed empirismo. Un decostruttore storiografico metterebbe prima di tutto in dubbio lo schema storiografico che Kant aveva messo in piedi per rendersi le cose facili. È un vecchio espediente, già praticato da Platone e da Aristotele, quello di dividere i predecessori in gruppi apparentemente contrapposti, in realtà complementari, per poi batterli insieme. Anche gli storici hanno fatto fatica a liberarsi dagli schemi abilmente messi in circolazione da Kant e a scorgere in quale misura Kant sia figlio della scolastica, conservatasi in Germania e destinata a condizionare la filosofia tedesca fino ai nostri giorni.
Rotto l'incantesimo con cui Kant aveva protetto la propria filosofia e la propria immagine, si può vedere che perfino la tanto vantata rivoluzione copernicana, quella che è entrata addirittura nel linguaggio corrente per indicare una cosa meritoria, è un ingannevole gioco di prestigio. Con quella rivoluzione Kant intendeva ripristinare la filosofia aristotelica, che proprio il copernicanesimo stava mettendo in crisi, e correggere le filosofie dell'esperienza che nel copernicanesimo avevano la loro radice. Credo che una delle ragioni del perenne successo di Kant sia da ricercare nel fatto che egli, con l'aria di essere un copernicano estremo, ha dato gli strumenti per considerare effimero il copernicanesimo astronomico, sostituendolo con un copernicanesimo filosofico, trascendentale appunto, che ripristinava la centralità dell'uomo.
Quando le parole gli uscivano dal cuore, Kant era sincero: invocava il cielo stellato sopra la testa, che tanto piaceva a Platone e ad Aristotele. Habermas ha detto recentemente che l'immagine copernicana del mondo è una faccenda non poi così importante, roba da scienziati, perché filosofi e senso comune continuano a essere geocentrici e aristotelici. Il senso comune non so, ma molti filosofi certamente sì, e si guardano bene dal dire addio a Kant.

Carlo Augusto Viano

  • Maurizio Ferraris Cover

    Filosofo italiano. È professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino, dove dirige il LabOnt (Laboratorio di ontologia). Editorialista di "La Repubblica", è inoltre direttore della "Rivista di Estetica", condirettore di "Critique" e della "Revue francophone d’esthétique". Fellow della Italian Academy for Advanced Studies (New York), della Alexander von Humboldt-Stiftung e del Käte Hamburger Kolleg "Recht als Kultur" di Bonn, Directeur d’études al Collège International de Philosophie, visiting professor alla Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e in altre università europee e americane. Ha scritto una cinquantina di libri tradotti in varie lingue. Tra i più recenti, segnaliamo... Approfondisci
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