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Curatore: M. Cataldi
Editore: Adelphi
Anno edizione: 1996
Pagine: 215 p.
  • EAN: 9788845911927


recensione di Taviani, P., L'Indice 1997, n. 1

Continua a meravigliare, l'Irlanda, per la densità e la qualità della sua produzione letteraria novecentesca: quattro Nobel letterari, e adesso un'ondata di giovani scrittori che s'impongono nell'editoria internazionale. Se però si guarda alla letteratura antica, allora il discorso cambia, e di molto. Nonostante gli sforzi degli autori del "celtic revival", la tradizione del passato ha difficoltà a filtrare fino ai nostri giorni. Ciò vale in modo particolare per il nostro paese: sembra che il suo destino sia quello di essere vessata da mediazioni improprie. I suoi testi sono accessibili solo agli studiosi. Per il resto li si vede riproposti in strampalate versioni economiche, lontane emulazioni dei falsi di Macpherson. Pochissimi sono i seri lavori di traduzione, e per altro difficili da reperire.
In questo panorama, i libri curati da Melita Cataldi sono delle vere eccezioni (prima di "La grande razzia" ha pubblicato "Antica lirica irlandese", Einaudi, 1982, e "Antiche storie e fiabe irlandesi", Einaudi, 1985). Posta di fronte a scelte difficili, tra attenzione alla lettera degli originali (in irlandese antico e medio) e cura della leggibilità del testo tradotto, Cataldi si fa apprezzare per le buone soluzioni che trova e per quel generale equilibrio tra le due esigenze che fa la qualità dei suoi lavori. Le sue versioni si offrono a una vasta cerchia di lettori senza troppo distaccarsi dal rigore filologico; riescono a creare ponti efficaci tra le due lingue, tra le due culture. Cosa che in quest'ultimo lavoro si nota fin dal principio, nel titolo, con quel "grande" che non compare nell'originale, ma che in effetti dà la misura esatta del ruolo che la "Táin Bó Cúailnge" ha nella tradizione irlandese, essendo il più ampio e più noto tra i racconti di razzia (táin) che ci sono stati tramandati.
Della "Táin Bó Cúailnge" Cataldi affronta la redazione più antica, basata su un codice della fine dell'XI secolo, integrato per il finale da un altro della fine del XIV (la cosiddetta "Recension I", edizione critica di Cecile O'Rahilly, Dublin, 1976). È opinione prevalente (ma non unanime), tra gli studiosi, che il testo (anonimo) abbia avuto origine come composizione orale, forse nel IV secolo, e che gli sia stata data forma scritta già nel VII. Vi si narra la guerra tra il regno dell'Ulaid (esteso ben oltre i confini dell'odierno Ulster) e quello del Connacht (Irlanda centro-occidentale). Tutta la vicenda ruota intorno alle gesta straordinarie del giovanissimo Cú Chulainn, il più noto e più citato tra gli eroi dell'antichità irlandese (autori contemporanei, quali O'Grady, Lady Gregory, Yeats, lo annoverano tra i protagonisti delle loro opere; molte le composizioni musicali che gli sono state dedicate, fino a una recente raccolta di Enya). Dalla natura per metà sovraumana, dotato di un "furor bellicus" che talvolta lo trasforma in un mostro invincibile, Cú Chulainn, da solo, per tre mesi tiene testa all'avanzata degli aggressori. L'opera è perlopiù in prosa, interrotta da brani in versi o ritmati. Il tono è quello dell'epica, scandito dalla serie dei combattimenti dell'eroe. Il montaggio mostra una certa complessità, con momenti di racconto nel racconto. Nell'argomento guerresco s'inserisconoitemidell'onore,del potere, dell'amore, dell'amicizia, con un pathos non di rado coinvolgente (come al termine del duello in cui l'eroe ha dovuto uccidere il fratello d'armi: "Tutto era gioco e piacere / finché non ho incontrato al guado Fer Diad").
Ma al di là dell'aspetto letterario, quello che va sottolineato è il valore storico-culturale della "Táin Bó Cúailnge". Essa infatti sta al centro di quella serie di "scéla" (fabule) che compongono il cosiddetto "ciclo dell'Ulster". Quelle che vi si narrano non sono vicende storiche rimaneggiate e fiorite, sono miti. E se la funzione del mito è quella di fondare la realtà nel modo voluto da una data cultura, la funzione del "ciclo dell'Ulster" è quella di fondare per opposizione la realtà voluta dalla dinastia Uí Néill. È con gli Uí Néill che un'identità irlandese entra per la prima volta nella storia. La loro capitale era Teamair (pochi chilometri a nord dell'odierna Dublino). Dominanti su tutta l'area centrale, animati dal sogno di unificare l'isola in un solo regno centralizzato, gli Uí Néill praticavano la guerra di conquista (non più la semplice razzia), propugnavano l'assetto dinastico e il primato del ceto guerriero. Puntarono a sostituire gli antichi professionisti della parola, i druíd, con i monaci letterati, anch'essi portatori di un'ideologia dinastica. Di chi è il potere? come lo si tramanda? chi è deputato a combattere? come? qual è il ruolo del "druí"? quale quello delle donne nobili? Nei mitici regni dell'Ulaid e del Connacht, la cultura di Teamair inventariò le risposte sbagliate a questo genere di domande (strapotere dei "druíd" e delle regine, frodi di legittimità, guerrieri debilitati da dolori analoghi a quelli delle partorienti, ecc.). Soluzioni caotiche, rifiutate una volta per tutte. E al centro di quell'altrove collocò la figura di Cú Chulainn, l'eroe diviso tra mondo e altromondo, fuori luogo dappertutto, attraversato, suo malgrado, da un'esplosiva, disumana, furia distruttrice.
Nel "ciclo tebano" i grandi tragici posero, dilaniate, le soluzioni che l'Atene democratica volle allontanare da sé. L'Irlanda degli Uí Néill non produsse mai nulla di simile alla tragedia, né ebbe la fortuna di annoverare, tra i suoi, poeti tanto grandi. Volle però creare il "ciclo dell'Ulster". Nella "Táin Bó Cúailnge" resta la traccia più profonda di quella volontà, uno dei primi passi dell'Irlanda storica.