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Gridavano e piangevano. La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto
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Gridavano e piangevano. La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto Roberto Settembre
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Descrizione

"Ero di fronte a un evento non solo di dimensioni macroscopiche, ma di una particolare qualità: centinaia di cittadini non erano solo stati privati della libertà, non erano solo stati lesi nella loro incolumità fisica e psicologica. Erano stati vittime di comportamenti tesi a far sorgere sentimenti di paura, di angoscia, di inferiorità in grado di umiliarli cosi profondamente da ledere la dignità umana". Roberto Settembre, ex magistrato, conosce bene i fatti drammatici accaduti nella caserma di Bolzaneto di Genova nei giorni del G8 tra il 20 e il 23 luglio 2001. Giudice a latere della Corte d'Appello nel processo a 43 pubblici ufficiali, accusati di aver commesso più di cento reati contro oltre duecento parti offese, Settembre ripercorre violenze, maltrattamenti, umiliazioni inflitte a centinaia di cittadini italiani e stranieri dai loro aguzzini. Senza enfasi, nell'ottica inconsueta del giudice, lascia che i fatti stessi procurino l'indignazione che meritano. Gran parte di quei reati efferati non sarebbero caduti in prescrizione se li avessimo chiamati con il loro nome: torture. Ventisei anni dopo la Convenzione dell'Onu, la Commissione di giustizia discute tra le polemiche un decreto legge, al ribasso, che introdurrà nel codice penale italiano il reato di tortura. Un ritardo inaudito a fronte di ciò che è accaduto a Genova.
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Dettagli

2014
22 aprile 2014
260 p., Brossura
9788806218621

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Sono 277 le persone, italiane e straniere, transitate nella caserma di Bolzaneto, quartiere di Genova, nei giorni delle manifestazioni contro il G8, luglio 2001. Semplici passanti, manifestanti presunti colpevoli di violenze e soprattutto occupanti della scuola Diaz, sgomberata con inaudita e ingiustificata ferocia da centinaia di agenti. Ed è proprio a Bolzaneto, luogo divenuto simbolo di un universo concentrazionario, nelle mani di quelli che avrebbero dovuto essere funzionari dello Stato - poliziotti, carabinieri, Digos, penitenziaria ma anche "medici" (le virgolette sono orrendamente dovute) - che, per un tempo variabile fra le 24 e le 72 ore, vengono trattenuti, occultati, picchiati, feriti, offesi, abusati nella psiche e violati nella dignità: in una parola torturati, se tortura esistesse nel codice penale italiano. Nel silenzio rotto solo dalle urla, nella paura spezzata solo da chi poi ha avuto il coraggio di raccontare la violenza subita, nell'omertà granitica di un osceno cameratismo e spirito di corpo. Desaparecidos, per ore e giorni. Risultato: solo 7 (sette) condanne penali contro gli "uomini dello Stato"; tutto il resto, per tutti gli altri, inesistente, non documentabile, prescritto. Roberto Settembre ha redatto la sentenza della Corte d'appello e ci accompagna (senza particolare cura della forma e dello stile, ma con angoscia e partecipazione) in quella che è letteralmente una galleria degli orrori, perché nasce dai volti sfigurati e sbigottiti degli arrestati al momento della fotosegnalazione. E con questa opera di grande valore testimoniale rende vivida, più di qualunque film, quella che è stata una incredibile sospensione della democrazia in un paese nominalmente democratico. Si stenterebbe a credere che sia successo tutto questo. Aldrovandi, Cucchi, Sandri, Uva, Magherini e chissà quanti altri ci ricordano invece che è accaduto davvero, che può accadere ancora.

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Il G8 di Genova, del 2001, quando ero sindaco della città, è stato un insieme di eventi drammatici di cui non si sono neppure oggi chiarite integralmente le cause e le responsabilità. Il libro di Roberto Settembre indaga con prosa agile uno di questi eventi: i comportamenti delittuosi della polizia nella caserma di Bolzaneto. Settembre è stato giudice a latere nel processo di appello ed estensore della sentenza di condanna. La ricostruzione dei fatti è analitica, precisa e fa risaltare in termini netti la drammaticità dei fatti raccontati. Le numerose e dettagliate testimonianze dei tanti, donne e uomini, giovani e anziani rinchiusi a Bolzaneto dimostrano in modo inequivocabile la crudeltà dei comportamenti delle forze dell'ordine e fanno emergere interrogativi che sono ancora oggi senza risposta con i quali Settembre chiude il suo libro. Dare senso al non senso, ritrovare una razionalità in fatti tra loro non del tutto omogenei, non è facile. L’autore in questo tentativo non manca di considerare anche altre vicende processuali strettamente connesse: l’occupazione e le violenze della scuola Diaz e le devastazioni compiute dai black bloc. Descrive anche lo scenario topografico (la divisione in zone rosse, gialle ecc.) dei luoghi dove si sono svolti il summit istituzionale e le manifestazioni di protesta. Una risposta, un perché a fatti che si configurano come forme effettive di tortura, espressione di una crudeltà folle, potrebbe essere ricercata a livello psicologico individuale: un momento di follia, figlia di giorni di tensione, di scontri di piazza, di un' atmosfera cupa di violenza presente in città, nei media, nel linguaggio della comunicazione impiegato dagli stessi manifestanti. Ma se fosse così, è credibile che la follia abbia pervaso una molteplicità di persone in momenti e luoghi distanti (alla Diaz, a Bolzaneto), per temi prolungati (a Bolzaneto tre giorni) e non si siano manifestati in modo evidente e forte atteggiamenti diversi e di contrapposizione nell’ambito delle stesse forze dell’ordine? Se, in alternativa, assumiamo di essere in presenza di comportamenti che volevano sottolineare (con crudeltà) il potere della polizia nei confronti di gruppi e di singoli individui che tale potere avevano contestato e sfidato, anche in questo caso suscita meraviglia l’assenza di prese di distanza da parte di funzionari, medici e di singoli poliziotti. Il libro di Settembre non ignora questo profilo e se ne fa carico, cercando di individuare atteggiamenti solidaristici da parte di coloro che erano presenti a Bolzaneto: ricerca purtroppo vana, salvo qualche limitato episodio. Gli stessi imputati si difendono, non negando l’accaduto, ma affermando di non averne diretta conoscenza. Probabilmente l’accertamento giudiziale incontra limiti che non consentono di andare al di là della valutazione di comportamenti dei singoli. Ritrovare in una pluralità di comportamenti individuali un’identica motivazione, dare loro un senso, è impresa difficile, forse impossibile. Forse è necessario porsi in una prospettiva diversa. Considerare i contenuti del G8 così come erano vissuti in quel momento: l’incontro dei capi di governo dei maggiori paesi industriali che doveva avere come oggetto decisioni che riguardavano il mondo intero; in netta contrapposizione, movimenti di diversissima natura che contestavano proprio il progressivo assestarsi di un sistema economico-sociale globalizzato, controllato da imprese multinazionali e orientato alla massimizzazione del profitto senza considerazione dei diritti e della dignità della persona. Si confrontavano il potere istituzionalizzato negli stati e gruppi che tale potere negavano in radice con toni anche violenti. La radicalizzazione dello scontro era ben presente a tutti: ricordo bene che se ne era ampiamente discusso nei giorni precedenti, cosa del resto risultata evidente negli slogan e nei manifesti dei cortei. Era chiaro anche il suo significato politico. È allora infondato ritenere che lo stato, attraverso la polizia, sia intervenuto con forza per reprimere comportamenti che avevano in sé una portata profondamente eversiva, non dell’assetto contingente del governo quanto della stessa essenza del potere statale? Non solo dell’Italia, ma dello stato in sé, come si configura nella cultura politica dell’occidente? In questa prospettiva si potrebbe anche ritenere che i dolorosi fatti addebitati a singoli componenti delle forze dell’ordine siano congrui e conseguenti con atteggiamenti, se non decisioni esplicite assunte in una superiore sede. Allora verrebbe meno lo sconcerto che si prova nel ritrovare in ambienti e giorni diversi, tra le forze dell'ordine, le omogeneità di comportamento che Settembre ha così efficacemente descritto. Indagare nella prospettiva qui soltanto accennata non era però compito della magistratura, vincolata a ripercorrere vicende personali, ma del parlamento chiamato a istituire un’apposita commissione di inchiesta: il che, malgrado le ripetute richieste, non è mai stato fatto.
Giuseppe Pericu

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