Hypnerotomachia Poliphili (rist. anast. 1499)

Francesco Colonna

Curatore: M. Ariani, M. Gabriele
Editore: Adelphi
Collana: Classici
Edizione: 2
Anno edizione: 1998
Pagine: 2 voll., CXVI-1673 p.
  • EAN: 9788845914249
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:

€ 119,00

€ 140,00

Risparmi € 21,00 (15%)

Venduto e spedito da IBS

119 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:


recensioni di Merola, N. L'Indice del 1999, n. 04

A cinquecento anni dalla sua apparizione, il capolavoro editoriale di Aldo Manuzio è restituito al primitivo splendore dalla lussuosa ristampa anastatica adelphiana, anzi arricchito di un secondo più cospicuo volume, con quattro saggi introduttivi, una utile traduzione e un eccellente commento, per la qualità dell'erudizione, la sottigliezza interpretativa e l'"effrena curiositate dille cose praeterite", in tutto degno dell'opera ormai quasi definitivamente attribuita, per merito di padre Giovanni Pozzi, cui si deve anche l'edizione critica e il precedente commento, al frate veneziano Francesco Colonna (ca. 1433-1527).

L'Hypnerotomachia Poliphili uscì infatti anonima, e, anche se ben presto divenne di pubblico dominio la notizia che si leggeva nell'acrostico costituito dai capilettera dei suoi trentotto capitoli, Poliam frater Franciscus Columna peramavit, l'identificazione dell'autore è stata tutt'altro che pacifica. E lo si capisce, dal momento che qualsiasi ipotesi sarebbe risultata comunque contraddittoria e deludente rispetto alla più intrinseca identificazione dell'autore con il personaggio. Persino l'acrostico, mentre rivela l'identità dello scrittore misterioso, ribadisce provocatoriamente lo statuto anomalo di questa prosa d'invenzione, in cui, se l'io narrante "non ha altra realtà che quella adombrata nel nome Polifilo: l'amante di Polia", parole di Giorgio Agamben, non può essere Polifilo solo dentro la finzione, quando lei continua a chiamarsi Polia al suo esterno.

Il romanzo - tale sia nell'accezione medievale e secondo il modello boccacciano, sia di fronte alla irriducibilità della narrazione a qualsiasi genere conosciuto - è un lunghissimo sogno raccontato, durante il quale vengono faticosamente lenite le pene d'amore di Polifilo per Polia, se il titolo non si lascia modernamente tradurre senz'altro come l'elaborazione del lutto relativo (la morte di Polia è il topico antecedente della "pugna d'amor in sogno").

Sull'evidente falsariga dell'Inferno dantesco, Polifilo intraprende un viaggio iniziatico, le cui varie stazioni corrispondono a una legittimazione del suo sentimento, o addirittura della voluptas, e al ricongiungimento con l'amata ("guida e meta della sua volontà d'amore", e forse davvero "figura sapientiae e nuova Beatrice", come propone Gabriele, ma origine di uno struggimento tutto terreno e senza compensi), e culminano nella beatitudine amorosa al cospetto e per concessione della Madre Venere. Un più breve secondo libro rievoca invece l'antefatto, alternando il punto di vista di Polia a quello del suo amante con un andamento meno onirico, per quanto sempre incastonato nella medesima cornice.

Queste poche essenziali coordinate non intendono dissimulare una distanza imbarazzante. Storicizzare bisogna, al contrario degli "studiosi dell'Hypnerotomachia Poliphili", che "hanno sempre mostrato di ignorare o sottovalutare la segreta trama 'filosofica' del libro", senza rendersi conto che si trattava dell'"esito di una eterodossia solitaria ma sensibile alla ricerca filosofica più avanzata del Rinascimento" (Ariani). Consentendo, avremo almeno chiarito il più grossolano degli equivoci legati all'offerta del testo in traduzione. Abbiamo detto che la traduzione è utile: e abbiamo detto poco, perché un aiuto è assolutamente necessario a tutti tranne che al lettore poliglotta invocato fin dalla dedica, ma abbiamo detto anche troppo, perché nessuna traduzione è in grado di risolvere i problemi che il libro presenta, men che meno di riportarne alla luce la segreta trama "filosofica" o di rendere comunque appetibile una lettura pesante e difficile. Se le risposte e le attrattive sono consegnate alla lettera del testo e di essa deve venire a capo chiunque abbia un motivo per leggerlo, la traduzione è destinata soprattutto a chi il libro non lo prenderà mai in mano.

Traduzione o non traduzione, il lettore non tarda a smarrirsi, perdendo il filo amoroso del discorso (inizialmente tematizzato dal richiamo musicale di "uno dorio cantare, che non mi suado, che Thamiras thratio el trovasse"), al quale pure si aggrappa più di Polifilo stesso. Varcata la colossale soglia simbolica che immette in una specie di Atlantide, o nella sintesi a priori di Arcadia e Utopia che era già contenuta nella Periegesi di Pausania, "lo intellecto per tanta assidua varietate confuso" deve seguire le dettagliatissime e incalzanti scenografie che, pagina dopo pagina, gli spalancano davanti ameni squarci naturali e strutture monumentali e architettoniche. In esse, una mirabile creatività quasi sovrumana gareggia e convive perfettamente con le rovine più maestose e inquietanti, in parallelo e a esemplificazione di una poetica fondata sui materiali fantastici di riporto.

Sottoposto a un'analoga declinazione, il repertorio mitologico, mentre ribadisce il suo intreccio con la botanica e la zoologia per fornire la nomenclatura con cui la natura manifesta la sua infinita molteplicità, nomina e pone in essere le larvali presenze che soltanto tollera una cerimonia privatissima. Persino quando coinvolge direttamente il protagonista, l'azione ha i ritmi lenti e i modi affettati del rituale immutabile. Nessuna meraviglia, se il lettore è costretto a operare lui la più incongrua semplificazione onirica.

Anche se non soccorressero didascalie e interpretazioni, prima di ogni intenzione allegorica, emergerebbe comunque una paradossale conversione figurativa del racconto, resa certo attraverso il primato della descrizione e più volte indicata dalla critica, ma ulteriormente incoraggiata dalla precisazione di quantità e misure e dalle simmetrie che le raddoppiano, nonché dalla indicazione dei materiali, spesso ma non necessariamente preziosi (il pregio di oro, argento, perle, diamanti, esalta la matericità, così come gli ingegnosi meccanismi preparano e governano la paradossale visibilità di un movimento solo raccontato).

Che di questo appunto si tratti, lo dimostra incontrovertibilmente il commento, quando illustra, con tavole eseguite per l'occasione da Gabriele, le scrupolose descrizioni artistiche e architettoniche dell'Hypnerotomachia. E così dimostra anche che, ai pochi interessati a fruirne, la traduzione non basta, non solo perché deve rinviare alle molte incisioni funzionalmente inserite nel testo originale, ma perché poi tra queste incisioni e la lingua di Polifilo si dà una gamma di sfumature, che vanno dalla citazione latina, greca o ebraica, al motto, alla didascalia, all'epigrafe, al geroglifico, al technopaegnion, alle scelte tipografiche, a quelle vere e proprie tavole virtuali che sono le opere d'arte descritte, e istituiscono una perfetta continuità, idealmente transverbale: se non la "polifonia pansemantica" di Gabriele, una espressività indipendente da qualsiasi codice e quindi totalitaria, come dall'interno della letteratura sembra quella delle arti visive.

L'Hypnerotomachia Poliphili è innanzitutto e proverbialmente uno straordinario esperimento linguistico, il tentativo di comporre e sfruttare in combinazione le più diverse risorse espressive, con un intento nobilitante anacronistico e cruciale quanto la restaurazione pagana silenziosamente messa in atto. Accostata alla fioritura coeva del maccaronico folenghiano e stigmatizzata caricaturalmente nel polifilesco o pedantesco della poesia fidenziana, la lingua di Colonna, che, contro il parere di Contini, non accrediteremmo di alcun "impegno caricaturale", punta su una sistematica regressione lessicale, grafica e fonetica, dal volgare al latino, in nome (e forse in conseguenza) di quella che faremmo presto a chiamare l'esportabilità del discorso, ed è il suo sogno gutenberghiano. Ci riferiamo a un'esuberanza della lettera, a partire dalla sua forma grafica, che eccede palesemente ogni economia comunicativa e si comporta almeno in questo senso come un geroglifico.

L'esempio più ovvio, ma non meno metaforico, di uso geroglifico del linguaggio è quello del tipo absono per "roco", aco crinale per "forcina", adryo per "brullo", capitale osso per "cranio", ecc., dove cioè sembrerebbe che l'intenzione sia quella di recuperare la motivazione delle parole. L'autore dell'Hypnerotomachia si muove invece verso un incremento di arbitrarietà, o, per meglio dire, verso una causalità tanto astratta, per essere tale solo dentro un codice ulteriore, da diventare il suo contrario. Senza abiurare il volgare, Colonna lo insignorisce del latino o da latino lo maschera (con il latino a "campire araldicamente (...) nel proprio grembo": Agamben), così pervenendo a un'individuazione della parola pari a quella dell'incisione e ugualmente resa accessibile alla letteratura dall'avvento della stampa. Che l'opera del frate domenicano, cui non si riesce ad attribuirne nessun'altra, e l'attività editoriale di Aldo Manuzio non si siano solo incontrate ma sembrino fatte l'una per l'altra significherà pure qualcosa.

Alla "corresponsabilità esegetica" di Ariani e Gabriele, a costo di passare per ingrati, ci sentiamo di muovere un appunto. La straordinaria profondità alla quale si spinge il loro commento, specie per documentare con le fonti (nonostante una nozione di intertestualità tutt'altro che ingenua) il platonismo di Colonna e per ricostruire la complessa trafila che dentro l'Hypnerotomachia conduce all'affermazione della "percezione sensibile-intellettiva del mistero", comporta un procedimento così faticoso e indiretto, da risultare in palese contraddizione con l'ideale che dovrebbe essere perseguito dall'opera, tra il "visibile parlare" dantesco e la divisa (Rendere visibile il sapere) con cui Lina Bolzoni ha intitolato uno studio sulla cinquecentesca Accademia Veneziana.

Ecco, da un innesto più vigoroso delle ricerche sul linguaggio di Colonna condotte da padre Pozzi, di quelle della Bolzoni sul paradossale impatto della mnemotecnica con l'invenzione della stampa e della istanza unitaria di cui si fa portavoce il saggio di Agamben più volte citato, avrebbe potuto trarre profitto l'adelphiano commento di Ariani e Gabriele. Forse il frate sognava l'incomprensibile prodigio del Rinascimento che aveva sotto gli occhi.


recensioni di Bianco, L. L'Indice del 1999, n. 04

Vedere in libreria, oggi, i due volumi di questa recente, e con buona probabilità definitiva, edizione dell'Hypnerotomachia Poliphili potrà suscitare nel lettore un'impressione analoga a quella che dovette suscitare la comparsa, nel 1499, tra i tomi dell'inarrivabile stamperia di Aldo Manuzio, di quella stessa grande officina di fantasmagorie e filosofia, d'immagini simboliche e parole annodate che è appunto l'opera di Francesco Colonna.

Con questo, s'intende, non si vuol dire che i lettori quattro-cinquecenteschi trovassero nell'Hypnerotomachia gli stessi motivi di fascino che vi potrà scoprire il lettore odierno.

Come chiarì a suo tempo Carlo Dionisotti (Gli umanisti e il volgare, Le Monnier, 1968), soltanto dall'avanzato Cinquecento in poi la fortuna delle illustrazioni dell'Hypnerotomachia eclissò le istanze del testo, mentre è fuor di dubbio che, nella cerchia di Aldo e dei suoi contemporanei, fu proprio il volgare di Francesco Colonna, con il suo impasto di bizzarra filologia e corruschi percorsi filosofico-iniziatici, a suscitare maggior curiosità.

L'opera cadeva infatti in quel periodo cruciale per la storia della lingua e letteratura e delle arti figurative che furono i decenni a cavallo tra Quattro e Cinquecento: il momento in cui si venivano a contrapporre le istanze degli umanisti e quelle del volgare. Tra le molte soluzioni tentate per "trovare una soluzione umanisticamente accettabile all'incognita volgare" (Dionisotti), l'Hypnerotomachia scritta dall'antiquario Francesco Colonna e stampata dal principe dei tipografi e acutissimo umanista Aldo Manuzio fu senza dubbio, per strano che possa sembrare, uno dei tentativi di maggior rilievo.

Non fu tuttavia l'unico: un altro testo caro in ugual modo a storici dell'arte e della letteratura, e che per certi versi (mutatis mutandis) si potrebbe accostare proprio al Polifilo sono le Antiquarie prospettiche Romane composte per Prospettivo melanese dipintore.

In tal opuscolo, stampato a Roma nello stesso giro d'anni in cui a Venezia veniva alla luce il testo del Colonna, ritroviamo infatti quella passione per le antichità, quel disperato sforzo di trovare un equivalente verbale alla nuova febbre antiquaria che esplodeva per tutte le corti italiane che ancora oggi ci appare come tratto dominante dell'Hypnerotomachia: quella maniacale passione che trasfigura una visita alle dimore romane sepolte in un'impresa da commandos dell'antiquaria: "Andiam per terra con nostre ventresche / con pane con presutto poma e vino / per esser più bizzarri alle grottesche".

Laddove alcuni dei più intraprendenti tra i pittori e i letterati misuravano Roma palmo a palmo, setacciandola e lasciando a testimonianza affreschi ormai in larga parte perduti, ma anche graffiti sulle pareti e lettere agli amici sparsi per l'Italia, altri come Francesco Colonna preferivano elaborare, a partire dai molti frammenti d'antichità toccati dalla vanga degli scavatori, una architettura forse inabitabile, ma inarrivabile quanto a visionario splendore e complessità di riferimenti: e tale è per l'appunto la gran macchina dell'Hypnerotomachia Poliphili.

Per rendersene conto, è sufficiente sfogliare il primo volume di questa riproposta adelphiana, quello che riproduce tale e quale l'edizione aldina: al nitore di caratteri manuziani fa da splendido riscontro il tratto terso, limpido e lucido degli illustratori, che minuziosamente riproducono le vicissitudini dello sventurato protagonista. Ecco allora, scegliendo quasi a caso, Polifilo che "vide el monstrifero dracone, et ello, oltra el credere perterrefacto, per lochi sotterranei prende fuga"; ed ecco, nella pagina seguente, un dragone che pare uscito da una miniatura lombardo-veneta che minaccia con il becco rostrato un atterrito Polifilo che spira spavento dallo scomposto gesto delle braccia, e dal movimento inconsulto dei panneggi frementi nella corsa, mentre si infila sotto un'arcata rinascimentale che si spalanca sulle tenebre più atroci.

Ma ecco anche le raffigurazioni dei più complessi apparati architettonici, inverosimili monumenti costruiti che veramente paiono passare per la cruna di un ago di altezza d'ingegno e disperazione filologica, tra i quali uno dei più affascinanti pur se semplicissimo è il meraviglioso fungo che troneggia su una gradinata piramidale a pagina 307.

Ma non ci si vorrebbe mai fermare: come resistere alla vista del "terribile & gurgitale abysso, pieno di spauenteuoli terribili et varii monstri", che nel tratto dell'illustratore pare esser divenuto un incrocio tra Malebolge e le desolazioni polari dell'ultimo capitolo del Gordon Pym di Poe (si ricordi che almeno un grande romantico fu profondamente toccato dall'Hypnerotomachia: sto parlando di Charles Nodier, che fece dello stesso Francesco Colonna il protagonista del suo omonimo racconto).

Quello che affascina di più nel rapporto tra il testo e l'immagine dell'Hypnerotomachia non è tanto la straordinaria fedeltà (che a noi potrebbe parere molto "moderna") delle illustrazioni a ciò che viene raccontato: è proprio il ductus delle illustrazioni, minuzioso ed essenziale, partecipe allo stesso tempo del "rinascimento" e dei grafismi esornativi di radice tardogotica, esile e monumentale insieme. Tale ductus appare come perfetto corrispettivo visivo degli ircocervi della lingua impiegata da Francesco Colonna.

Per finire, due parole sull'edizione, che a molti apparirà immediatamente indispensabile, visto il gran parlare che, nei secoli, si è fatto intorno all'Hypnerotomachia.

La soluzione di dividere il testo aldino dalla sua traduzione, ad esempio, pare ottima ai fini dell'intelligibilità del testo (aiutata anche dall'equilibrata e precisa traduzione di Ariani e Gabriele); certo va un po' di rimpianto per le piccole acrobazie di lettura a cui viene costretto il lettore per gustarsi le imprescindibili illustrazioni.

La nota sull'autore, poi, stesa a quattro mani, ha il grande merito di illustrare, seppure con un'ottica di parte, la ridda delle ipotesi intorno all'identità del Colonna, compresa la teoria, avanzata da Maurizio Calvesi, secondo la quale Francesco Colonna sarebbe un nobile romano, signore di Preneste. Se proprio dovessimo avanzare un rilievo, diremmo dunque che appare curioso che proprio l'Hypnerotomachia Poliphili - che fu e sarà ancora gran favola e croce di grandi bibliofili di diverse età e diverse inclinazioni, da Aldo Manuzio al cinquecentista bolognese Achille Bocchi, da Charles Nodier a Julius von Schlosser a Giovanni Pozzi a Carlo Dionisot-ti -, ebbene, proprio tale libro, in quest'edizione mirabile per scrupolo e completezza, manchi di una bibliografia ragionata, che rischia di smarrirsi nella selva delle note.