L' identità imposta. Un padre ebreo di fronte alle leggi razziali di Mussolini - Fabio Levi - copertina
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L' identità imposta. Un padre ebreo di fronte alle leggi razziali di Mussolini
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L' identità imposta. Un padre ebreo di fronte alle leggi razziali di Mussolini Fabio Levi
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1996
1 gennaio 1996
216 p.
9788871580494

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L'impatto concreto delle leggi razziali su una famiglia ebrea che si sentiva soprattutto italiana. La tragedia di un padre. Gli strascichi oltre la fine della guerra, quando non era facile come si pensa il reinserimento e ottenere la restituzione del maltolto non era affatto una cosa ovvia.

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recensione di Lay, A., L'Indice 1996, n.11

Il libro comincia dalla fine della storia, dai primi passi verso il tragico epilogo per ricostruire poi gli antefatti della vicenda. Con prosa asciutta ed essenziale e struttura inconsueta sollecita l'attenzione del lettore e lo conduce con sicurezza lungo percorsi inediti: al ritmo incalzante della cronaca, ma anche a quello più pacato della riflessione storiografica, gli fa attraversare i passaggi sempre più stretti e drammatici della persecuzione di razza nell'Italia di Mussolini e della guerra mondiale. Al centro è la vicenda umana e professionale di uno, o meglio di due personaggi torinesi e del loro 'entourage' familiare: il primo è Emilio Foà, funzionario dell'Unione Industriali, un ebreo allontanatosi sempre più dalla tradizione dei padri, cacciato però improvvisamente dall'impiego nell'autunno del 1938 per motivi "razziali" e costretto quindi a misurarsi con l'oscura incertezza, per sé e per la propria famiglia, imposta dalla svolta antisemita del fascismo. Il secondo è il fratello Arturo, discepolo di Graf all'inizio del secolo e poi scrittore affermato nell'Italia del regime, anch'egli ebreo avviato sulla strada dell'assimilazione, respinto d'un tratto ai margini di un sistema con il quale si era sentito fino a quel momento in piena sintonia.
Sia Emilio sia Arturo, ma anche i loro fratelli e l'universo più vasto - ben vivo e presente nel libro - dei molti personaggi ebrei con i quali essi avevano relazioni di lavoro e di amicizia, appartenevano all'ambiente della buona borghesia subalpina abituata da sempre a un rapporto di vicinanza con gli apparati del potere. I Foà erano anche espressione di quella tendenza, assai diffusa - seppure con accentuazioni diverse - nel gruppo ebraico così come nell'insieme della società, a cercare nell'identificazione sempre più forte con l'Italia del ventennio una garanzia di benessere e sufficienti motivi di rassicurazione.
Questo atteggiamento era il frutto di una storia di decenni: quella che aveva portato il padre dei due fratelli Foà, Raffaele, a cercare fortuna da Cuneo a Torino alla fine dell'Ottocento e che poi aveva condotto i diversi membri della famiglia lungo i percorsi più o meno accidentati di una progressiva affermazione sociale nell'ambiente del socialismo di inizio secolo; quella che li aveva spinti a entrare nella Borsa, nelle istituzioni, nel mondo delle belle lettere, del teatro e del giornalismo negli anni del giolittismo, della guerra e dell'esperienza fascista. Ma il radicamento sempre più profondo nella vita torinese e poi le aperture verso orizzonti più ampi erano andati di pari passo con l'allontanamento, a volte deciso consapevolmente a volte imposto dalle circostanze, dal mondo ebraico.
Per Emilio il passaggio cruciale era stato il matrimonio "misto" con una giovane donna cattolica, avvenuto nel 1919 fra dolorose lacerazioni familiari, raccontate nel libro attraverso illuminanti lettere personali. Per Arturo invece la rottura con la tradizione si era consumata soprattutto sul piano intellettuale, attraverso la consapevole rinuncia alla cultura dell'ebraismo e la ricerca di una propria specifica vocazione all'italianità: nei componimenti poetici di amore e di guerra, nelle prose dedicate - non di rado con artificiosità di toni - ai grandi temi della condizione umana e all'esaltazione dei potenti, o ancora nei discorsi pubblici, tanto apprezzati da platee sempre più attratte dalla nuova figura dell'intellettuale mediatore di cultura. Poi per entrambi i fratelli gli anni trenta avevano rappresentato il punto di arrivo di tutta una vita orientata alla ricerca di un porto sicuro.
Ma ecco l'impatto con la svolta antisemita di Mussolini: un impatto tanto più improvviso e traumatico perché per i Foà - come per molti tra gli ebrei italiani - del tutto imprevisto. A quel punto per lo stato fascista l'ascendenza ebraica era diventata una colpa incancellabile; non aveva scampo neppure chi da tempo si era allontanato dalla tradizione: ora si vedeva imporre, per le sue origini, un'identità nella quale stentava sempre più a riconoscersi. Come tutti gli altri ebrei anche i Foà vennero attaccati in primo luogo nella loro vita lavorativa e nell'immagine pubblica: con il licenziamento in tronco per Emilio e la definitiva impossibilità di pubblicare per l'affermato scrittore Arturo; questo peraltro avveniva in un clima di diffusa indifferenza fra i non ebrei, destinata a rendere ancor più bruciante la delusione per l'incomprensibile "tradimento" perpetrato dal regime a danno di sudditi che pure non avevano mai dato prova di slealtà nei suoi confronti. Di qui le reazioni estreme, anche se molto diverse fra loro, sia di Emilio sia di Arturo; entrambi, dopo essersi invano appellati alla suprema autorità del "duce", incapaci di credere che l'uomo in cui avevano riposto tanta fiducia fosse proprio il massimo responsabile della loro rovina, andarono incontro in una totale solitudine, temperata dai soli affetti familiari, a due sorti altrettanto tragiche: l'uno al suicidio, l'altro all'arresto. Il suicidio, deciso per liberare la moglie e i figli cattolici dalla propria pericolosa presenza e forse - lo si legge tra le righe - per non dover sopportare il fallimento professionale e la nuova immagine di sé. L'arresto, quasi cercato in un atto di sfida contro i tedeschi e una deportazione fino all'ultimo ritenuta impossibile in ragione della propria incrollabile fedeltà a Mussolini.
Il libro tuttavia non si conclude con la fine dei due protagonisti. La serrata sequenza degli avvenimenti, narrati attraverso il linguaggio, o meglio i diversi linguaggi diretti e coinvolgenti dei documenti, prosegue oltre: descrive la vicenda della famiglia di Emilio durante la guerra fino alla Liberazione.
Farei però torto allo spessore del discorso storiografico proposto dall'autore se trascurassi di sottolineare l'interesse del capitolo conclusivo, nel quale si colloca la storia dei Foà nel quadro più generale della vicenda degli ebrei italiani nella prima metà di questo secolo, perché in questo contesto si formulano anche innovative ipotesi di ricerca. Se è vero infatti che alle persecuzioni "razziali" del fascismo è giusto dedicare - come da molto tempo si sta facendo anche in Italia - un interesse specifico da parte della storiografia, è altrettanto necessario che la vicenda degli ebrei italiani, non solo durante ma anche prima e dopo la politica antisemita di Mussolini, diventi argomento di studio più di quanto non si sia fatto sinora. Da questo punto di vista il libro di Fabio Levi rappresenta indubbiamente un contributo importante per almeno due ragioni. La prima è che esso descrive una storia familiare posta su un versante fino a questo momento del tutto trascurato - quello degli ebrei più vicini al regime fascista, non quello degli oppositori - parlando di pensieri, di atteggiamenti e di comportamenti radicati nella storia dei decenni precedenti al '38 e tutt'altro che isolati in quel periodo. La seconda ragione invece consiste proprio nei nuovi suggerimenti che l'autore propone al fine di avviare un significativo rinnovamento degli studi sulla storia degli ebrei italiani.
Qui viene posto al centro l'interesse per i processi di integrazione messi in moto dalla spinta verso l'emancipazione, giunta a maturazione alla metà del XIX secolo. Quei processi devono però essere considerati prima di tutto come fenomeni dotati, oltre che di una dimensione politico-culturale, anche di una precisa fisionomia sociale. Ecco allora che assume un'importanza particolare come terreno di verifica delle nuove relazioni fra ebrei e non ebrei l'analisi, ad esempio, delle politiche matrimoniali, tesa a valutare il grado di persistenza nelle diverse comunità italiane dei legami endogamici o viceversa la crescente diffusione dei matrimoni misti; e ancora lo studio dei processi di integrazione nella vita economica del paese. Solo a partire da questa impostazione sarà possibile - sostiene Fabio Levi - ricuperare una visione d'insieme capace non solo di restituire agli ebrei la concretezza della loro vita di un tempo, ma anche di dare del processo di costruzione dell'Italia unitaria un'immagine più ricca e articolata. Non si può infatti dimenticare che la differenza rappresentata dagli ebrei nelle maggiori aree urbane del centro-Nord ha costituito per tutto l'Ottocento, e ancora dopo, un problema assai peculiare - direi quasi unico - per il nostro paese; analizzando questo fenomeno si potrà forse capire qualcosa di più sulla natura delle relazioni via via stabilitesi fra gruppi diversi, ma anche sulla tenuta del tessuto connettivo della nazione nel processo di formazione della classe dirigente.

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Conosci l'autore

Fabio Levi

Dirige il Centro Internazionale di Studi Primo Levi. Per Einaudi ha curato, insieme a Domenico Scarpa, il libro di Primo Levi e Leonardo De Benedetti, Cosí fu Auschwitz. Testimonianze 1945-1986 e ha pubblicato Dialoghi (2019). Tra le altre sue pubblicazioni, La persecuzione antiebraica. Dal fascismo al dopoguerra; L'ebreo in oggetto. L'applicazione della normativa antiebraica a Torino 1938-1943; Dodici lezioni sugli ebrei in Europa. Dall'emancipazione alle soglie dello sterminio; tutti volumi pubblicati da Zamorani.

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