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L' ignoranza - Milan Kundera - copertina

L' ignoranza

Milan Kundera

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Traduttore: G. Pinotti
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 4
Anno edizione: 2003
Formato: Tascabile
In commercio dal: 14 maggio 2003
Pagine: 184 p.
  • EAN: 9788845917950
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Un uomo e una donna si incontrano per caso mentre tornano al loro paese natale, che hanno abbandonato vent'anni prima scegliendo la via dell'esilio. Riusciranno a riannodare i fili di una strana storia d'amore, appena iniziata e subito inghiottita dalla palude della storia? Il fatto è che dopo una così lunga assenza "i loro ricordi non si assomigliano". Crediamo che i nostri ricordi coincidano con quelli di chi abbiamo amato, crediamo di avere vissuto la medesima esperienza, ma è solo un'illusione. D'altro canto, che può fare la nostra memoria, quella memoria che del passato non ricorda che una "insignificante minuscola particella"? Viviamo sprofondati in un immenso oblio e ci rifiutiamo di saperlo.
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    Lorenzo Cortesi

    23/01/2021 08:59:24

    Per chi è rimasto lontano per tanto tempo, il ritorno in patria non è più un ritorno a casa. Il romanzo è incentrato sulla nostalgia, un termine che è collegato al dolore e alla malattia, ma in alcune lingue (come lo spagnolo) è in relazione anche con l’ignoranza (da qui il titolo del libro). Molto interessanti i richiami ad Ulisse, il più grande nostalgico di tutti i tempi [Estratto dal mio blog].

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    Alessio

    16/07/2019 07:56:48

    Il libro si caratterizza per esser, ipoteticamente, il prolungamento, il "disvelamento" di ciò che segue al ritorno ad Itaca di Ulisse: cosa succede all'eroe, cosa succede a persone che eroi non sono, ma che ne condividono le medesime incertezze morali, i medesimi equilibri fragili, allorché il ritorno sia compiuto, il passo posato in patria? Ciò che Kundera, a mio avviso, sapientemente veicola non è già soltanto l'ansia (che sia Vorfreude o timore, imbarazzo) di ritornare da dove si è (tutto sommato volontariamente) andati via, bensì l'ontologica inconfigurabilità, impossibilità del ritorno. Ostano, in tal senso, anni di ignoranza reciproca, anni di oblio fermentato in modo disomogeneo, anni in cui taluni ricordi sono interpretati, distorti ed infine plasmati secondo le etichette che gli altri - e noi stessi - ci siamo affibbiati. La nostalgia è ancor più dolorosa perché, in definitiva, appare un male inguaribile: l'epopea del ritorno è una chimera a cui ingenuamente piace affidare le nostre speranze di serenità e sollievo. Assolutamente meravigliose le pagine in cui si miscelano linguistica, epos, considerazioni di taglio filosofico e poetico.

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    Mattia

    18/08/2018 12:57:17

    Kundera è un maestro della scrittura. Il romanzo è un concentrato di sentimenti quotidiani e atteggiamenti imbarazzanti che ognuno di noi ha sperimentato almeno nell'anticamera del cervello. Offre prospettive di lettura storico-politiche degli avvenimenti che hanno marchiato l'Europa del secondo '900 che raramente ho sentilo discutere. Libro curioso come tutti quelli che ho letto dell'autore. Mai banale sia nel modo che nel contenuto e tutto senza "strafare", anzi.

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    car

    15/10/2017 08:32:09

    Ottimo libro

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    Elena V.

    10/07/2015 17:04:25

    È splendido. La dimensione non governabile, totalmente anarchica del ricordo, il suo mutismo, il suo inganno, le sue mistificazioni; il dolore primigenio della nostalgia: sono temi che non avrebbero potuto essere dipinti con più forza.

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    Michela

    22/01/2014 11:17:46

    Mi piace Kundera, ma questo suo libro mi ha lasciato meno delle letture precedenti. Si riconosce che c'è la sua mente, ma solamente da tre o quattro pensieri scritti qua e là, ma a tratti mi sono sentita fuori dalla storia, forse per le troppe domande e per le descrizioni a volte non necessarie. La consiglio come lettura leggera.

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    Lina

    20/11/2013 20:27:02

    romanzo fiacco, infarcito di lezioncine storiche e considerazioni da saggio divulgativo. rileggendo Kundera dopo vent'anni credevo di poterlo apprezzare di più, invece mi confermo nella convinzione che questo sia un autore altamente sopravvalutato.

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    danielaciu

    06/11/2009 22:28:36

    Io kundera lo amo...anche questo libro mi ha dato spunti di riflessione sulla vita, sulla tristezza e sulla solitudione. Interpreta i sentimenti in maniera razionale, ma al contempo è nostalgico e sentimentale. Un connubio per i miei gusti perfetto!

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    Gianluca

    12/01/2009 17:48:43

    Un libro dai tanti spunti interpretativi. Un libro sulla nostalgia, soprattutto. La nostalgia verso una patria abbandonata per aver scelto di vivere altrove. Un altrove che non è mai diventato la nostra casa. Il ritorno che altro non è se una discesa agli inferi in cui tutto ciò che ricordiamo - una particella infinitesimale della nostra vita - non coincide con ciò che gli altri ricordano di noi. Divisi da invisibili barriere viviamo estranei tra gli estranei. Gli altri non si interessano alla nostra vita e specularmente noi non ci interessiamo alla loro. Un universo privo di domande, con contatti fugaci e in superficie, sotto un cielo nero e privo di stelle che altro non è se non il coperchio nero della terra. Un destino che si fa beffe delle aspirazioni umane e delle sue paure. E su tutto l'ignoranza umana, che domina la vita dei mortali. Mortali che si aggrappano a ricordi come fossero certezze, ma che continuano a ignorare l'essenza della loro esistenza. Come sempre inaccessibile, nebulosa, sprofondata nell'oblio.

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    MARIA TERESA

    07/01/2008 09:37:58

    Un libro che ci ricorda come non sempre i sentimenti degli esseri umani sono nobili; che a volte la fuga non è un gesto vigliacco, ma una necessità che permette di ricominciare a vivere; che spesso i nostri comportamenti sono dettati dai desideri altrui. E che i ricordi a volte sono piccoli ostacoli da superare... Come sempre, nelle narrazioni di Kundera, ottima la scrittura e ben definiti i personaggi.

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    Enrica

    28/02/2006 15:17:04

    La maestria di Kundera non è tanto in ciò che scrive, ma nel modo in cui lo fa: uno dei più grandi talenti della narrazione...un artigiano delle parole! Soltanto per la bellezza della sua prosa meriterebbe 5/5

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    fryud

    21/12/2005 16:35:19

    che bello!!

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    pippo

    28/10/2004 12:03:04

    Un autore senza mezze misure,io scusate non ci trovo nulla,uno dei peggiori libri mai letti

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    anna

    18/06/2004 10:01:37

    Kundera indaga sul sentimento del ricordo e della nostalgia mettendo in luce la componente soggettiva che rende il ricordo, l’immagine, le sensazioni di un evento passato, radicalmente diverse da un individuo all’altro. Tutto il racconto non è altro che un pretesto per riflettere sul significato dell’esistenza, sui rapporti che ci legano ad altre persone e ai luoghi in cui abbiamo vissuto; è come guardare la nostra vita passata attraverso una lente deformante, tutto appare diverso ed estraneo. Nell'insieme il libro non mi è dispiaciuto anche se non posso dire che mi abbia entusiasmato.

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    FABRIZIA

    23/04/2004 20:08:19

    ..MAGARI E' POCO EMOZIONALE MA MOLTO VERO.ALMENO, QUESTO è QUELLO CHE KUNDERA MI MUOVE. A ME PIACE DI SUO.

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    Francesco

    12/01/2004 16:31:57

    Kundera non scrive un racconto fine a se stesso, ma prende spunto da esso per descrivere e analizzare anche nei minimi particolari i sentimenti, le emozioni dei suoi personaggi. In questo libro ha dimostrato e analizzato la visione individualistica dei ricordi, nel senso che ognuno rivive il passato in funzione di quello che vuole ricordare. Infatti, quando i protagonisti dell'"Ignoranza" ritornano in patria si accorgono dell’ignoranza del loro stesso passato, ricordando (conoscendo) solo in parte, la vita passata. La pochezza dei ricordi è dovuta alla mancanza di confronto con chi condivide le nostre stesse emozioni. I personaggi vivono 20 anni in esilio escludendo se stessi dal quotidiano vivere, personificando l’esiliato e adattandosi, per essere accettati, ad essere quello che gli altri vogliono che essi siano, ma questo li costringe ad oscurare, non essere, quello che un tempo sono stati.

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    Milena

    18/12/2003 17:08:36

    Credo che Kundera o piaccia o non piaccia. A me non piace.

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    federica

    10/06/2003 14:45:03

    Forse farò la figura dell'"ignorante", ma Kundera non è mai riuscito a trasmettermi grandi emozioni...

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    aulenta

    07/01/2003 14:52:31

    è un bel libro, introspettivo e profondo come solo un libro di kundera sa essere, ma ha una fine amara e incompiuta. Sembra che l'autore abbia una linea di sadismo nei confronti dei propri personaggi, sempre più meschini e incuranti del prossimo, tristi e ossessionati dal sesso. Dopo alcuni momenti veramente alti il libro sprofonda nell'aridità della visione dell'autore, lasciando la sensazione che kundera non riesca più a ritrovare la delicatezza e la piacevolezza di un tempo. Ed è un vero peccato.

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    Dany

    19/10/2002 19:23:38

    Sono delusa... si leggerà bene....ma è noiosissimo....è senza dubbio, il suo testo peggiore....

Vedi tutte le 43 recensioni cliente


"La stessa nozione di patria, nel senso nobile e sentimentale del termine, è infatti legata alla relativa fugacità della nostra vita, che ci mette a disposizione troppo poco tempo perché possiamo affezionarci a un altro paese, ad altri paesi, ad altre lingue."

Che cos'è la patria dopo vent'anni di separazione? Che cosa significa la memoria e come può essere condivisa? Su questi temi si costruisce la storia dell'ultimo romanzo di Kundera, L'ignoranza. Nelle vicende di una donna e di un uomo che, dopo aver vissuto per oltre vent'anni lontani da Praga in esilio volontario e con storie tra loro lontane, avendo in comune solo un dimenticato amore adolescenziale conclusosi burrascosamente, ritornano, nella terra d'origine e, casualmente, si rincontrano.

La donna, Irena, ha vissuto a Parigi, fuggita dalla madrepatria col marito perché questo si sentiva minacciato (la scelta quindi dell'esilio non era stata sua, ma solo accettata o subita), rimasta vedova e poi legatasi a un altro uomo, decide, su pressioni esterne e non per autentica esigenza, di tornare a Praga, alla caduta del regime comunista.

L'uomo, Josef, fa il veterinario e anche per lui sono stati più di venti gli anni di soggiorno lontano dalla patria. La sua nuova vita si è svolta in Danimarca, lì ha amato una donna, si è sposato, è rimasto vedovo. Poco prima della morte, la moglie (il comunismo era crollato in tutti i paesi dell'Est) lo aveva sollecitato a tornare; sarebbe andata con lui, avrebbe visto per la prima volta quel mondo conosciuto da lei solo attraverso le parole del marito, avrebbero condiviso nuovi ricordi, ma questo progetto si era spezzato contro la realtà della morte. Josef però aveva deciso di rispettare ugualmente questo suo ultimo desiderio, sarebbe stato come condividere ancora qualcosa con lei. Prendere l'aereo, viaggiare, soprattutto tornare, significa ripercorrere nella mente nomi, volti e luoghi del passato: non c'è felicità in tutto ciò, solo imbarazzo. E "l'ignoranza" delle trasformazioni che sono avvenute in tanti anni negli amici, nei rapporti, nelle vite di tutti rendono difficile ogni incontro.

Il patrimonio di ricordi di vent'anni si racchiude in pochi momenti di vita, ognuno (dice Kundera) ricorda solo attimi significativi del proprio vissuto: di una intera storia d'amore possono restare solo alcuni attimi, poche immagini, qualche parola. E anche dell'infanzia e dell'adolescenza ciò che dura nella memoria non è uguale per tutti, dipende dal peso che a certi episodi soggettivamente si è dato. Così anche la fama degli uomini può svanire, ma questo non dipende solo dall'ordine di grandezza della personalità in questione, quanto dall'intelligenza, dalla sensibilità dei posteri.

I due protagonisti (maggiore attenzione è forse data dall'autore alla donna) si incontrano casualmente: Irena riconosce subito nell'uomo il ragazzo per amore del quale aveva desiderato la morte; Josef sta al gioco ma non sa (e non saprà mai) chi sia quella donna. L'incontro è di pochi minuti, ma qualcosa li accomuna, li unisce, così fissano un successivo appuntamento. Entrambi avevano, dentro di sé, paragonato la loro vicenda a quella di Ulisse. Aveva davvero desiderato il ritorno a Itaca? O anche per lui il lungo nóstos aveva rappresentato una necessità morale? E Penelope, ritrovandolo, lo avrà davvero amato di nuovo?

Gli amici, gli altri, non riescono (se si esclude N., l'amico di Josef) a porre le domande giuste o ad avere un autentico interesse per le esperienze successive all'allontanamento dalla patria, vissute in luoghi lontani e ignoti.

Il forte senso di estraneità, la sensazione di avere altrove la propria dimensione più vera svanisce in Irena quando incontra, all'appuntamento prefissato, Josef: un'intesa immediata, una sintonia rara, il desiderio che si accende e infine l'amore, intenso, inebriante, dimentico delle mille barriere erette nel tempo. Anche l'uomo è sereno, rivive emozioni e sensazioni che credeva spente da sempre: ma c'è una sostanziale distanza tra i due, lui ignora chi sia la donna con cui sta vivendo quel momento prodigioso, mentre lei si illude di un insperato recupero del passato. Quando l'equivoco viene alla luce, il prodigio si spezza, ritorna la sofferenza e la fatica e non resta che tornare a quella che forse è la vera "patria", quella che è il presente e con cui è più facile confrontarsi, oppure accettare gli affetti noti, la propria conosciuta realtà.

Come sempre in Kundera, i momenti di riflessione si intrecciano con le vicende: un po' di filosofia, qualche idea illuminante, molta capacità di collegare il particolare al generale. La lettura così dà al lettore la sensazione di un'esperienza arricchente, di un impegno intellettuale anche laddove il messaggio non sia del tutto originale o particolarmente profondo. La brillante scrittura dell'autore ceco favorisce una lettura rapida e partecipe del libro, e permette sia di avere uno strumento in più di comprensione del nuovo mondo emerso dalla società dei Paesi dell'Est a conclusione dell'esperienza socialista, sia di fermarsi a riflettere su che cosa possa significare per ognuno passato, patria, bisogni e speranze.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

1

"Cosa fai ancora qui?". La sua voce non era cattiva, ma non era neppure gentile; Sylvie si stava irritando.
"E dove dovrei essere?" chiese Irena.
"A casa tua!".
"Vuoi dire che qui non sono più a casa mia?".
Naturalmente non voleva cacciarla dalla Francia, né farla sentire una straniera indesiderabile: "Sai benissimo cosa voglio dire".
"Sì, lo so, ma ti sei dimenticata che qui ho il mio lavoro? la mia casa? i miei figli?".
"Senti, conosco Gustaf. Farà di tutto perché tu possa tornare nel tuo paese. E le tue figlie... Non raccontarmi storie! Ormai hanno la loro vita! Dio Santo, Irena, quel che sta succedendo da voi è così affascinante! In una situazione del genere le cose si sistemano sempre".
"Ma Sylvie! Non ci sono solo gli aspetti pratici, il lavoro, la casa. Vivo qui da vent'anni. La mia vita è qui!".
"C'è una rivoluzione da voi!". Lo disse in un tono che non ammetteva repliche. Poi rimase zitta. Con quel silenzio, voleva dire a Irena che quando accadono grandi cose non si deve disertare.
"Ma se torno nel mio paese non ci vedremo più" disse Irena per mettere l'amica in imbarazzo.
Questa demagogia dei sentimenti andò a vuoto. La voce di Sylvie si fece calorosa: "Ma cara, verrò a trovarti! Te lo prometto, davvero!".
Erano sedute l'una accanto all'altra davanti a due tazze di caffè vuote da un pezzo. Irena vide lacrime di emozione negli occhi di Sylvie, che si chinò verso di lei e le strinse la mano: "Sarà il tuo grande ritorno". E di nuovo: "Il tuo grande ritorno".
Ripetute, le parole acquistarono una tale forza che, dentro di sé, Irena le vide scritte con la maiuscola: Grande Ritorno. Smise di ribellarsi: fu stregata da immagini che d'improvviso affiorarono da vecchie letture, da film, dalla sua memoria e forse da quella dei suoi antenati: il figlio perduto che ritrova la vecchia madre; l'uomo che si ricongiunge all'amata cui l'aveva strappato una sorte feroce; la casa natale che ciascuno porta dentro di sé; il sentiero riscoperto dov'è rimasta l'impronta dei passi perduti dell'infanzia; Ulisse che rivede la sua isola dopo anni di vagabondaggio; il ritorno, il ritorno, la grande magia del ritorno.

2

In greco "ritorno" si dice nóstos. Álgos significa "sofferenza". La nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare. Per questa nozione fondamentale la maggioranza degli europei può utilizzare una parola di origine greca (nostalgia, nostalgie), poi altre parole che hanno radici nella lingua nazionale; gli spagnoli dicono añoranza, i portoghesi saudade. In ciascuna lingua queste parole hanno una diversa sfumatura semantica. Spesso indicano esclusivamente la tristezza provocata dall'impossibilità di ritornare in patria. Rimpianto della propria terra. Rimpianto del paese natio. Il che, in inglese, si dice homesickness. O, in tedesco, Heimweh. In olandese: heimwee. Ma è una riduzione spaziale di questa grande nozione. Una delle più antiche lingue europee, l'islandese, distingue i due termini: söknudur: "nostalgia" in senso lato; e heimfra: "rimpianto della propria terra". Per questa nozione i cechi, accanto alla parola "nostalgia" presa dal greco, hanno un sostantivo tutto loro: stesk, e un verbo tutto loro; la più commuovente frase d'amore ceca: styská se mi po tobe: "ho nostalgia di te"; "non posso sopportare il dolore della tua assenza". In spagnolo, añoranza viene dal verbo añorar ("provare nostalgia"), che viene dal catalano enyorar, a sua volta derivato dal latino ignorare. Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell'ignoranza. Tu sei lontano, e io non so che ne è di te. Il mio paese è lontano, e io non so cosa succede laggiù. Alcune lingue hanno qualche difficoltà con la nostalgia: i francesi non possono esprimerla se non con il sostantivo di origine greca e non hanno il verbo relativo; possono dire: je m'ennuie de toi ("sento la tua mancanza"), ma il verbo s'ennuyer è debole, freddo, e comunque troppo lieve per un sentimento così grave. I tedeschi utilizzano di rado la parola "nostalgia" nella sua forma greca e preferiscono dire Sehnsucht: "desiderio di ciò che è assente"; ma la Sehnsucht può applicarsi a ciò che è stato come a ciò che non è mai stato (una nuova avventura) e quindi non implica di necessità l'idea di un nóstos; per includere nella Sehnsucht l'ossessione del ritorno occorrerebbe aggiungere un complemento: Sehnsucht nach der Vergangenheit, nach der verlorenen Kindheit, nach der ersten Liebe ("desiderio del passato, dell'infanzia perduta, del primo amore").
  • Milan Kundera Cover

    Scrittore ceco. Ha esordito come poeta (L’uomo è un grande giardino, 1953; Monologhi, 1957) ottenendo poi un vasto successo con le serie di novelle Amori ridicoli (1963, 1964). Ha debuttato come drammaturgo nel 1962 con I proprietari delle chiavi, ambientato nel periodo dell’occupazione fascista. Il suo primo romanzo, Lo scherzo (1967), è una satira violenta e dolorosa della realtà cecoslovacca negli anni del culto della personalità. A causa delle sue posizioni, i successivi romanzi di Kundera – La vita è altrove (1973), Il valzer degli addii (1975), Il libro del riso e dell’oblio (1978) – sono stati vietati in patria e pubblicati all’estero. Storia, autobiografia e intrecci sentimentali si fondono ne L’insostenibile... Approfondisci
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