Editore: TEA
Collana: Saggistica TEA
Anno edizione: 2011
Formato: Tascabile
In commercio dal: 28 aprile 2011
Pagine: 221 p., Brossura
  • EAN: 9788850224524
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    Renzo Montagnoli

    05/06/2014 07:18:09

    In Sicilia è uno strano libro, che potrebbe sembrare un cahier de voyage - e in parte lo è - ma con una finalità ben diversa da quella di mostrare le immagini di una terra che indubbiamente presenta molte attrattive. Tuttavia il paesaggio è uno scenario di una rappresentazione teatrale i cui attori sono gli abitanti dell'isola, coloro per i quali è anche ragionevole supporre che esista una ben precisa correlazione con l'ambiente naturale in cui si trovano a vivere. Collura non è un disfattista, é solo un uomo che cerca la verità, come hanno fatto tanti altri autori siciliani (al riguardo basti pensare a Leonardo Sciascia che al cogliere ciò che si cela sotto l'apparenza ha improntato tutta la sua produzione letteraria). Certo sentimentalmente è legato alla sua terra, ma appunto non vuole tacerne le incongruenze, tanto che il libro inizia a Portella della Ginestra, luogo che il 1° maggio 1947 fu teatro della strage compiuta da Salvatore Giuliano e dalla sua banda. Portella della Ginestra è un nome gentile, di quelli che fanno pensare a un panorama ameno, a un luogo quasi panteistico, e invece sarà sempre associato a un orrendo fatto di sangue. Il viaggio poi prosegue a Cassibile, llocalità in cui fu siglato l'armistizio durante la seconda guerra mondiale e di quel posto storico, dove sotto una tenda il generale Castellano, plenipotenziario italiano, appose la sua firma a quella resa senza condizioni, non resta traccia, non c'è nemmeno una stele, una targa a ricordare il fatto e questo costituisce lo spunto per parlare della Sicilia come terra di conquista. E pagina dopo pagina si disegna l'immagine di un popolo dalla natura irredimibile (come scriveva Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo), al pari del paesaggio su cui in perfetta sintonia si muove, personaggi di una commedia della vita dalle infinite rappresentazioni, uomini e donne, in perenne contraddizione con ciò che è e che non dovrebbe essere e con ciò che non è che invece dovrebbe essere.

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    enzo

    29/05/2013 19:34:11

    questo libro ti lascia dietro riflessioni e spunti come pochi altri. Adoro tutti i libri di Collura ma questo è enormemente superiore a tutti gli altri.

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    M.T.

    13/09/2011 09:58:25

    Collura si avvicina ai luoghi, alle persone, alla storia con una profonda compassione e una sorta di umiltà che ci permette di "vedere" con tutti i sensi l'aspra terra di Sicilia.

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    Federico

    26/02/2010 13:45:16

    Bel libro ben scritto fatto di tanti aforismi e anedotti che raccontano una Sicilia "filosofica", rudimentale e allo stesso tempo inquadrata nel contesto europeo. Se sei appassionato di quest'isola l'antica Trinacria.. non può mancare.

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    Maria Luisa Sotgiu

    09/10/2005 14:29:16

    Quando un giovane allievo incontra una persona importante per il suo futuro, si stabilisce una relazione tra i due che si sviluppa lungo un percorso fatto di ammirazione inizialmente, di comprensione, di apprendimento e insegnamento, di attenzione negli anni a seguire. Diventa un percorso costellato di episodi che, seppure nella loro frammentarietà, vengono vissuti intensamente. Quando il maestro è una persona straordinaria, come Leonardo Sciascia, e l’allievo è un attento e fedele biografo, come Matteo Collura, giornalista del “Corriere della Sera, questo percorso si rivela ricco di spunti e di aneddoti che si rivelano illuminanti per il lettore. Dopo “Il maestro di Regalpetra”, Collura ci offre ancora con il suo “Alfabeto eretico”una testimonianza dell’affetto grandissimo che lo ha legato a Leonardo Sciascia. Il libro composto di 58 lemmi si presenta come un dizionario tutto particolare perchè attraverso le varie voci, da “Abbondio” a “zolfo” ci permette di approfondire il pensiero e le ragioni dello scrivere di Sciascia :”Come le idee, i libri, quando sono buoni libri, ne creano altri, anche se non di uguale valore: così come non soltanto essi scelgono i “loro” lettori, ma li formano.” In “Alfabeto eretico” troviamo molti temi cari a Sciascia: mafia, politica, religione, Sicilia, amore, amicizia...Per ogni parola Collura ha la spiegazione: sono i temi cari al suo Maestro, il vivere quotidiano, la famiglia, la tolleranza, la giustizia,l’impegno civile, il suo essere testimone scomodo e quindi “eretico” del nostro tempo. Ho chiesto a Collura, in un incontro letterario, che cosa significava l’amicizia per Sciascia, visto che per motivi politici e di giustizia non ha avuto remora nel rompere un’amicizia che durava da anni con Gottuso. La risposta è stata chiara; la penso nello stesso modo: non si può immaginare un’amicizia con chi ti ha tradito in nome di un'ideologia! Collura parla finalmente di se stesso con tono arguto,elegante, chiaro, coerente. Maria Luisa Sotgiu

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    Emiliano

    06/12/2004 16:11:18

    Finalmente un libro sulla Sicilia fuori dal solito folclore. "In Sicilia" è un libro da regalare per Natale, perchè fa pensare a un "presepio" non convenzionale, pieno di personaggi emblematici e con un paesaggio che sembra aspettare un nuovo Messia.

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    Silvestro Livolsi

    19/07/2004 21:20:17

    Nel libro di Matteo Collura, In Sicilia, a pag.29 si legge: 'negli album fotografici di Capa un'immagine che può dirsi compiutamente pirandelliana, per l'ostentata ancorché involontaria teatralità espressa dalle persone ritratte (davvero personaggi che, in cerca d'autore, ne hanno finalmente trovato uno nel fotografo), è contrassegnata da questa didascalia: 'Italia, 26 luglio 1943. Una strada due giorni dopo la liberazione del paese di Cefalù'. E invece no: non è una strada di Cefalù quella che la foto ritrae, ma la piazza su cui si affaccia il Municipio di Agrigento e che da esso prende nome. Vorrei far conoscere bene questo luogo, perché grazie all'errore di trascrizione di Capa o - non importa stabilirlo - di qualche catalogatore venuto dopo di lui, esso appare riassuntivo del più tipico paradosso pirandelliano, quello che concerne l'impossibile certezza dell'identità, subdolo rovello sotto il quale si apre il trabocchetto della follia.' Matteo Collura continua poi a parlare della foto e, mettendone in evidenza la teatralità, fa intuire come dietro ad ogni scatto di Capa ci fosse una accurata 'preparazione' della scena.

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    Grazia Giordani

    20/03/2004 08:31:11

    Il saggio di Matteo Collura è una geniale matrioska, un libro nei libri, un vero canto d'amore alla sua terra, espresso con preziosa penna.

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    EMMA MONTINI

    13/03/2004 12:39:38

    Mi rivolgo a Matteo Collura per ringraziarlo commossa per questo suo libro stupendo perchè da palermitana "esule" a Roma ho rivisitato la mia terra amatissima,ripecorrendo con le lacrime agli occhi le mie amicizie meravigliose con Ignazio Buttitta,Antonino Uccello,Guttuso e tanti altri illustri siciliani.Trovo splendido il modo di narrare di Collura,suggestivo,ricco di colori e di musica,di fascino e di mistero. Ho scoperto un altro"grande siciliano",un'altra"perla" della "collana dei grandissimi". Scrivere così è proprio un dono di Dio! Grazie!

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“La casa. Nel rivederla, il tempo, come crollando di colpo, mi è caduto addosso, restituendomi, ingorgate nella malinconia, immagini dolorose. La casa, la sua solitaria miseria, e la nostra, mia e delle mie sorelle, di mio padre e di mia madre, e di mia nonna. Quante volte, nel farmi uomo, mi sarei tormentato con le domande di Mendel Singer, il protagonista del romanzo di Joseph Roth che solo molto più tardi avrei letto?”

Quando un recensore, presunto critico, vuole sbarazzarsi dell’autore che non lo ispira, non lo convince, o semplicemente non è in grado di comprendere, ma di cui bisogna che parli, lo paragona a qualche scrittore famoso. Di solito, più elevato l’altare, minore la stima riservata al dio sconosciuto, o scomodo, che si vuole far salire a esso, e poiché i paragoni sono di natura antipatici, spesso diventano boomerang, sia per chi scrive, sia per chi è descritto. A Matteo Collura, della cui opera non ci si vuole sbarazzare, ma al contrario leggere e rileggere, non si adattano paragoni, soprattutto per questo libro, In Sicilia, apparentemente una cronaca di viaggio, in effetti romanzo. Un romanzo nell’antica accezione, così come sono romanzi La vita di Apollonio di Tiana o il Milione. Infatti, non sempre le storie vere sono più funzionali, rispetto alle inventate, a questo genere letterario, semmai, paradossalmente, non le vere, bensì le vissute raggiungono quei presagi di profondità capaci di traslare la vita in parole, e viceversa. Il dono che plasma i suoni convenzionali della lingua in idee, in azione, non viene regalato, deriva da un percorso iniziatico che può durare a lungo e addirittura non risolversi mai; colui che lo anela sa di doversi umiliare, ma soprattutto sa che le sofferenze incontrate durante il suo viaggio potrebbero restare oscure. Anche se non per sempre. Delle sofferenze di Matteo Collura, del suo percorso iniziatico attraverso le proprie origini di uomo e di scrittore, abbiamo il resoconto vittorioso in questo libro, attraversato da un impeto martellante, marcato da uno stile personalissimo che è dell’affabulatore antico, quel metodo millenario in grado di catturare l’attenzione dell’uditorio accoccolato attorno al fuoco.

C’è molto di parlato in questa prosa che l’autore definisce “scritta a mano”, e c’è nel tono cangiante della voce la traccia delle emozioni, come nella splendida descrizione dell’ingresso in Palermo dove il ritmo sembra rattenere i singhiozzi. O dove l’intercalare del virgolettato cela l’ironia, di rimando a chi voleva essere ironico, come in quell’ “Egregio amico” dispensato dai palermitani ai “piedincretati”, gli stranieri, i siciliani di “fuori”. È un parlato pieno di verbi, di fatti, ma emerge anche la pittura di un’aggettivazione a volte persino barocca, forse perché il sovrabbondare è di questa terra spesso eccessiva, mai monotona, sia nei colori, sia nelle forme, mai scontata come altre realtà geografiche o sociologiche in cui i sostantivi possono bastare a descriverle. Ed ecco che il parlato si trasforma in poesia, alcune frasi sono versi; prima di tutto per la ricercatezza delle immagini, ma in particolare per le cadenze, che sembrano inseguire una metrica aulica.

Non si è riferito finora di personaggi, né di trama, né di colpi di scena. Meglio lasciare al lettore la scoperta del percorso che questo libro compie facendosi romanzo. Ma di uno dei protagonisti vale la pena di dire ancora qualcosa; non è una figura illustre, carnale, è una disposizione letteraria che sorride a pochi: la riflessione. Collura non ci lascia soli davanti a dei simulacri, a degli aneddoti, a delle esasperazioni, egli testimonia e traduce; e traducendo indaga su un aspetto che coinvolge la ragione, o la sua assenza, in molte vicende siciliane. Apprendiamo così che la predilezione per Sciascia non era dovuta solo all’amicizia, ma al forte legame che questo scrittore aveva con la ragione, contestualmente all’irragionevolezza che sembrerebbe prevalere ovunque. La follia, tema cardine di molti scrittori siciliani, erompe dalla sopraffazione, dal sangue sparso quasi con noncuranza, dai manicomi nei quali i pazzi non si sa se siano chiusi dentro o fuori, da una tipologia umana che va da Cagliostro al principe Raniero Alliata, il quale teneva sul proprio tavolo un teschio che “mordeva” una pergamena su cui era scritta una maledizione in aramaico. Collura riflette sulla difficile traduzione della follia in ragione, sembrerebbe una di quelle imprese care a Cervantes, ma restando fedeli al proposito di evitare paragoni, bisogna constatare che se non riesce del tutto, il demerito non è suo. La realtà, a volte, in Sicilia, è troppo al di sopra della fantasia, o dei buoni propositi, per poterla circoscrivere; e non si può operare come Bixio a Bronte, il quale ordinò di fucilare anche il pazzo Fraiunco pur di inseguire un’irraggiungibile giustizia.

Per questo e altro siamo resi consapevoli che si dimostri più coraggio e virilità nello scrivere libri come questo di Matteo Collura, piuttosto che nell’eseguire massacri, specialità non solo siciliana, purtroppo, bensì della follia in genere.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

I

PORTELLA DELLA GINESTRA: sulla mappa che in questo momento ho sotto gli occhi non è indicata; ma so dov'è, lì, tra le pietrose gobbe a sud di Palermo, presso Piana degli Albanesi. Bel nome, Portella della Ginestra, e gentile, e mite. Ma non bisogna credere ai nomi dei luoghi, in Sicilia. Sono bugiardi, a volte, e promettono mirabilie che nella realtà naufragano nella desolazione di un paesaggio da sempre violentato e ormai stravolto. Santa Caterina Villarmosa, Contessa Entellina, Palma di Montechiaro, Isola delle Femmine, come gli idilliaci nomi della scalcagnata Colombia di Cabrici Garcfa Màrquez: Tucurinca, Guamachito, Neerlandia, Gua-camayal... No, non lasciatevi ingannare dai nomi, se andate in Sicilia. Anche quello di Portella della Ginestra è un nome ingannatore: fa pensare a un luogo solitario, certo, ma non ostile, con quella portello, a ingentilire ciò che in realtà è un ventoso passo di montagna, e quella ginestra a dare un'illusione di schiva fioritura, «odorata», dice il poeta, e «contenta dei deserti».
Portella della Ginestra: sarebbe soltanto un fascinoso toponimo sperduto nella dissennata geografia isolana, se una ormai lontana mattina di festa non vi si fosse consumato uno degli eccidi più infami che la storia di queste rugose contrade ricordi. Ho girato e continuo a girare in lungo e in largo la Sicilia, ma non ero mai stato a Portella della Ginestra, perché credevo fosse uno di quei luoghi che assomigliano ad altri di più vasto richiamo e di più agevole approccio.